Retrospettiva: Autechre

Se davvero esistono sodalizi musicali per cui le valutazioni lasciano il tempo che trovano, quello tra Sean Booth e Rob Brown è decisamente tra questi. Il valore dell’opera degli Autechre va al di là della validità delle singole uscite, che è tempo di iniziare a considerare come parti di un lunghissimo discorso, un incessante indagare le possibilità artistiche della musica elettronica, del suo riuscire a penetrare e assecondare le emozioni umane nel suo essere fredda e robotica. Non stiamo dicendo che ogni loro pubblicazione debba essere accolta a prescindere come un capolavoro, ma che è necessario entrare in un’ottica che vada oltre il “riuscito/non riuscito” e inquadri il tutto da lontano. Il fatto che non esista un loro album migliore universalmente conclamato, ma neanche una disputa tra due titoli soltanto (Kid A vs. OK Computer, Ænima vs. Lateralus), la dice lunga. Insomma, a ciascuno il suo LP preferito degli Autechre.

“Incunabula? Meglio Amber perché ha un progetto ben definito”
“Tri Repetae? Ma LP5 è più significativo e innovativo”
“Ma quale LP5, è EP7 il loro vero apice creativo”
“EP7 non dice nulla di nuovo, il loro capolavoro è ovviamente Chiastic Slide”
“Chiastic Slide era deludente e sottotono, Confield lo batte 4 a 0”
“Draft 7.30 è l’apice della musica elettronica, chiudete tutto perché non ha più senso ascoltare altro dopo Surripere” (ndr: questo è parzialmente vero)
“Che noia parlare del formato album, con le NTS Sessions hanno lasciato indietro chiunque”

Lasciate perdere, hanno tutti torto e tutti ragione. La cosa più sensata da fare è trattare gli Autechre per ciò che sono, cioè dei fenomeni su cui vale la pena investire ore e ore di ascolti. Non che sia un’impresa facile: rappresentano uno dei rami più massicci e intricati nell’alberatura evolutiva della musica elettronica e, da quando hanno iniziato a pubblicare anche i loro live, metabolizzare tutto ciò che producono è diventato praticamente impossibile. Ciò che si può fare è seguire temporalmente le uscite principali, tra LP, EP e release digitali, e provare a venirne a capo, notare come il duo di Manchester sia stato in grado di cambiare forma tantissime volte nel giro di pochi anni, manifestando una notevole urgenza creativa e un irrefrenabile desiderio di progredire, esplorare, sperimentare, giocare con le proprie fonti di ispirazione principali, dalla techno all’hip hop. Le ore di musica sono tantissime e potrebbero sembrare uno scoglio insormontabile, ma è un investimento che vale la pena di fare.

La trilogia classica

Il trittico classico del marchio AE, ovvero Incunabula, Amber e Tri Repetae, rappresenta l’apice melodico di tutta l’IDM. Detto questo non utilizzeremo più questa etichetta – loro stessi hanno sempre detto di non sentirsi particolarmente intelligenti – poiché questa storia deriva semplicemente dal fatto che Incunabula (1993) fosse il disco numero sette della serie Artificial Intelligence della Warp, la loro etichetta storica. In effetti, rispetto a ciò che avrebbero poi combinato negli anni, non si tratta neanche di un lavoro particolarmente cervellotico, anzi, le sue radici affondano nella cultura techno e rave, per quanto i bpm siano relativamente bassi e possa rientrare a pieno titolo nel filone dell’ambient techno.

Nonostante sia ancora oggi impossibile restare indifferenti alle melodie tracciate su “Bike” o “Eggshell”, in molti preferiscono gli stessi verbi nella coniugazione di Amber (1994), recepito come il loro primo album vero e proprio, con un intento artistico di fondo più coeso rispetto al suo predecessore (un “collage di pezzi forzato dalla Warp”, secondo gli snob). Chiarissimo negli intenti nel suo essere più squadrato, cupo, acido, minaccioso, malinconico e, sì, coeso e consistente, Amber perfeziona la formula di Incunabula ed è un punto riferimento solidissimo nella loro variegata discografia. Diciamola facile: ogni disco degli Autechre passato, presente e futuro, al minimo accenno di melodia deve fare i conti con Amber.

Da Incunabula: Bike, Eggshell, 444
Da Amber: Montreal, Slip, Teartear

Prima di completare il trittico, è necessario fare un accenno a tre EP interessanti, cioè Anti (1994), Garbage (1995) e Anvil Vapre (1995). Anti è da ricordare per la presenza di “Flutter”, il loro unico pezzo politico, un contributo morale alle proteste contro il Criminal Justice and Public Order Act del 1994, che autorizzava le forze dell’ordine inglesi ad avere la mano pesante con lo scopo di regolare il crescente numero di rave party, ufficialmente diventati illegali. L’atto faceva riferimento, nello specifico, a forme di musica ripetitive, ragion per cui “Flutter” è stata costruita in modo che non abbia nessuna sequenza esattamente uguale all’altra. Garbage, invece, è uno degli EP più amati e contiene almeno due perle assolutamente imperdibili, “Garbagemx” e “VLetrmx”, che rappresentano ancora oggi due degli episodi emozionalmente più forti della discografia. La parentesi ambient dura poco, infatti con Anvil Vapre avviene un ribaltamento totale e violento, suoni e ritmi prendono una direzione totalmente opposta a quella Garbage, verso il noise, l’industrial e le ritmiche più serrate. 

Da Anti: Flutter
Da Garbage: Garbagemx, VLetrmx
Da Anvil Vapre: Second Bad Vilbel, Second Peng

Il seme industrial così piantato mostra i propri frutti su Tri Repetae (1995), culmine della primissima fase della discografia ed episodio più ruvido della trilogia. Meno aggressivo di Anvil Vapre, a modo suo molto funk, ma i suoni sono così profondamente robotici che, per bilanciare, si raccomanda di ascoltarlo dal vinile, in modo da essere accompagnati dal suo tipico scricchiolare. Insomma, nel giro di tre anni, gli Autechre hanno già ribaltato il loro approccio alla materia, continuando a camminare sul confine che divide la loro umanità dalle macchine che controllano in fase di creazione. Non ci sbilanciamo sul considerarlo il migliore del periodo 93-95 o meno, quel che è certo è che l’ispirazione delle composizioni e il suo sound design rendono Tri Repetae il primo punto di arrivo del loro percorso.

Da Tri Repetae: Eutow, C/Pach, Rsdio

Verso l’era Glitch

Chiastic Slide esce nel 1997, un mese dopo l’EP traghettatore Envane, ed è il primo titolo veramente controverso. Senza molte mezze misure, viene generalmente recepito in egual misura come un capolavoro o una delusione, qui però si preferisce astrarsi da queste dispute inutili e guardare a Chiastic Slide con occhio retrospettivo, vedendolo come il preludio all’era glitch degli Autechre, il momento in cui i due abbandonano il loro porto sicuro a costo di perdere seguito. Caratterizzate da un contesto sonoro nettamente più sporco e granuloso del solito, è qui che le ritmiche iniziano a deragliare e balbettare e che viene creata una nuova dimensione nello spazio sonoro del duo, rendendo solida la loro musica, dando l’impressione di poterci affondare la mano. Cichli Suite (1997) è un EP di varianti di “Cichli”, il pezzo melodicamente più intenso di Chiastic Slide, nonché uno dei più amati.

Da Envane: Goz Quarter
Da Chiastic Slide: Cipater, Tewe, Cichli
Da Cichli Suite: Yeesland, Krib

Il sound tipicamente Autechre è quello definito in LP5 (1998) che, da buon self-titled, può essere considerato il punto medio della loro produzione, un perno attorno al quale ruotano tutti gli altri album o, se preferite il classico linguaggio da recensore, una forte dichiarazione d’intenti. LP5 è un manifesto nevrotico, metallico, giocoso, e a differenza della trilogia classica non è invecchiato di una virgola grazie alla sua perfezione sonora, evidentissima già dalle prime tre, fenomenali tracce. Definito un nuovo standard, Sean e Rob hanno iniziato immediatamente l’opera di destrutturazione più totale.

EP7 (1999) mette tanta, tantissima carne al fuoco, e gioca sia con armonie sia con esperimenti digitali e glitch, esplorando territori laterali a LP5 e al successivo Confield, da cui la scelta di pubblicarlo come EP, nonostante duri circa un’ora. Una minuscola parentesi sulle Peel Sessions: la prima, registrata nel 1995 ma pubblicata nel 1999, contiene “Drane” che è uno dei pezzi più belli degli Autechre prima maniera.

Da LP5: Acroyearll, 777, Rae
Da EP7: Rpeg, Outpt, Maphive 6.1
Da Peel Session: Drane

Confield (2001) è un capolavoro sonoro tecnologico. È il momento in cui gli Autechre introducono su larga scala, per le loro creazioni, l’utilizzo di algoritmi generativi da loro definiti e controllati. Confield è arte in parte generativa tanto quanto lo erano le prime creazioni ambient di Brian Eno (a pieno titolo uno dei compositori più importanti a cavallo tra il Novecento e i Duemila), è un sistema semi-autonomo, è un modo nuovo di indagare la matematicità della musica. Siamo ben lontani dal “premi un pulsante e fa tutto il computer”, come piace sempre dire ai virtuosi delle diecimila note di chitarra al minuto, l’approccio generativo di Booth e Brown consiste nell’impostare algoritmicamente un set di regole stringenti per la generazione dei suoni, e l’output viene da loro monitorato e modificato in tempo reale. Nel caso specifico di Confield, hanno dei sequencer analogici, giocando con i pattern tirati fuori dalle drum machine, facendoli ripartire e scontrare tra di loro, regolandone l’andamento tramite funzioni matematiche. Potrebbero sembrare solo tecnicismi da nerd, in realtà sono argomenti di fondamentale importanza per calare nella giusta ottica la produzione degli Autechre post-2000. Rispetto a quello che avrebbero combinato nei 15/20 anni successivi, Confield era un disco pop.

A seguire, Gantz Graf (2002) è un EP di esaltazione del glitch, il cui pezzo portante è stato supportato dal famosissimo video curato da Alex Rutterford, in un’esperienza audiovisiva dal grande impatto. Chi c’era, sicuramente se lo ricorda, anche se all’epoca degli Autechre sapeva poco o niente.

Rispetto a Confield, Draft 7.30 (2003) è meno generato e più composto, ma sulle prime sembra anche abbastanza difficile da digerire. È un disco che si schiude con il tempo, rivelandosi come l’ennesima perla della discografia nonostante sia meno celebrato rispetto ai suoi più noti compari. “Surripere” è il miglior esempio di come gli Autechre siano capaci destrutturare l’armonia delle componenti di un pezzo, letteralmente portandone via (dal latino del titolo) la melodia e sfasciandone completamente il ritmo. Non si esagera a volerlo considerare un punto di arrivo per la musica elettronica: partire da qualcosa di ballabile, avvolgente, in qualche modo confortevole, e trasformarlo in un’opera d’arte astratta, oltre gli schemi universalmente accettati per la musica da club. E infatti, Draft 7.30 è l’album in cui gli Autechre fanno più esperimenti sul modo di processare il beat e creare ritmiche complesse.

Il fatto che Untilted (2005) venga spesso considerato come il punto in cui la discografia inizia la flessione è probabilmente dovuto allo scarso appeal che ha il disco rispetto agli altri titoli, ma è comunque amato alla follia dai fan più oltranzisti della fase AE post-2000. Astratto e aggressivo, sembra essere più interessato a sfidare l’udito dell’ascoltatore che a ricercare la quadratura del cerchio, estremizza il discorso ritmico iniziato con Confield ma, per quanto resti comunque un disco molto impegnativo, a questo punto della discografia può apparire abbastanza prevedibile (per quanto possa essere prevedibile un lavoro degli Autechre). Ben lungi dall’essere un disco scarso, sia che venga sezionato e approfondito sia che venga lasciato fluire liberamente, forse la colpa principale di questo mondo affilatissimo e tagliente è soltanto la mancanza dell’effetto sorpresa.

Da Confield: VI Scose Poise, Pen Expers, Sim Gishel
Da Gantz Graf: Gantz Graf
Da Draft 7.30: IV VV IV VV VIII, Surripere, V-Proc
Da Untilted: LCC, Ipacial Section, Sublimit

Carme LXXXV

L’ombra più pesante della fase di stanca si staglia, per certi versi ingiustamente, su Quaristice (2008) e il suo EP di accompagnamento, Quaristice.quadrange.ep.ae, in cui si vede un cambiamento di approccio sulla composizione: non più pezzoni tra i sette e i nove minuti che si sviluppano attorno a un concetto melodico e ritmico, ma evoluzioni minimali di idee. Insomma, hanno tagliuzzato ed estratto il succo da sessioni di registrazione più lunghe, facendo drasticamente calare il minutaggio delle singole tracce e cercando di andare al sodo, senza girarci attorno tra mille evoluzioni. Si tratta di un’idea artistica che ci sta tutta, dal momento che insistere sulla ricerca ritmica stava iniziando a dare risultati tutto sommato meno interessanti, ma il classico formato di album da un’ora e un quarto non è l’ideale per mettere insieme così tante idee, in quanto si rischia di uscirsene con un accrocco sonoro che sembra mancare di una direzione. A causa di questa scelta, Quaristice sembra più pasticciato di quanto lo sia veramente, perché prendendolo pezzo per pezzo si nota come si riaffaccino splendidi pezzi ambient e altri dalla rinnovata potenza percussiva, ma nel contesto della seconda metà dei Duemila non è abbastanza. Dieci anni dopo, le NTS Session avrebbero dimostrato che le jam session danno i frutti migliori quando i due si prendono tutto il tempo necessario per lasciar fluire la loro creatività.

Oversteps (2010) riparte dagli spunti ambient di Quaristice e si riavvicina alle melodie e al mood della trilogia classica, andando però così oltre da suonare come nessun altro disco precedente. Contiene diversi spunti melodicamente notevoli e l’armonia delle parti funzionerebbe anche abbastanza, ma la voglia di strafare in alcuni casi genera ancora un po’ di confusione, proprio come su Quaristice. Nonostante questo è relativamente più accessibile di altri titoli, tanto da funzionare benissimo come punto d’ingresso per le nuove generazioni di potenziali fan di Sean e Rob. Anche questa uscita è accompagnata da un EP, Move of Ten, più ruvido di Oversteps e per un pugno di appassionati superiore allo stesso album.

Un segnale di ripresa arriva invece con Exai (2013), che con le sue due ore di durata diventa il disco più lungo degli Autechre. Lo spopolare del dubstep negli anni precedenti ha influito sul duo nella migliore delle maniere e i bassi tornano ufficialmente a far tremare i vetri. Ovviamente alle loro condizioni. Un suono rinfrescato ma profondamente Autechre, un album che dimostra che la loro macchina non vive in una bolla ma può assorbire e processare stimoli esterni, facendoli propri e tirando fuori un progetto dalle linee guida ben definite e un mood coerente dall’inizio alla fine. Exai è un buon punto di ripartenza, anche se siamo ben lontani dal poterlo definire un riferimento per il resto della scena electro come i suoi più illustri predecessori. Per i fan che non ne avessero abbastanza, è da considerare l’EP di accompagnamento L-event.

Da Quaristice: Altibzz, plyPhon, Tankakern
Da Oversteps: ilanders, known(1), see on see
Da Exai: irlite (get 0), bladelores, cloudline

In sintesi, tra il 2005 e il 2013 incontriamo la fase più controversa della discografia del duo. Tutto ciò che è uscito dopo Confield ha rischiato di far disinnamorare del progetto chi, negli stessi anni, ha seguito l’evoluzione del resto della musica elettronica. Contestualizzando, negli stessi anni troviamo le atmosfere del misterioso Burial, l’hip hop secondo il Vangelo di Flying Lotus e le maestose armonie ultraviolette di Tim Hecker, il lavoro degli Autechre sembra certamente meno rilevante e probabilmente oggi non ne parleremmo negli stessi termini se, da quel punto in poi, non avessero dimostrato di avere ancora tante frecce al loro arco. Ma questo articolo vuole essere una retrospettiva, quindi è necessario andare a mettere tutti i pezzi del puzzle al posto giusto, anche quelli che sembravano aver rovinato il disegno.

Oltre la jam session

È il 2016 quando esce elseq 1-5, progettone diviso in cinque capitoli, per la prima volta rilasciati esclusivamente in digitale. Il minutaggio è nettamente più elevato rispetto ad ogni cosa precedentemente pubblicata, attorno alle cinque ore, e il contenuto è di difficile digestione. Insomma, anche solo approcciare un’opera del genere spaventa. Dei cinque elseq, i più fruibili sono il numero 4, che porta in chiave Autechre elementi della techno più classica, e il numero 1, potente, acido e sghembo. Il più complicato da decifrare è il numero 2, che rientra tra le composizioni più caotiche del duo. E se il numero 3 richiama tantissimo l’hip hop, ricordandoci che, fondamentalmente, Rob e Sean sono sempre stati due b-boys, il numero 5 completa il quadro fuggendo verso lidi ambient, che ambient lo sono solo per definizione originale del genere e non per caratteristiche sonore specifiche. Tanto di cappello, per questo lavorone semi-generativo fatto di scambi di patch e frammenti di codice, con ciascuna parte che rielabora quanto prodotto dall’altra, in un processo di produzione intensissimo e che tanto meglio funziona quanto profonda è la connessione tra Sean e Rob.

Da elseq 1-5: feed1, pendulu hv moda, curvcaten, acdwn2, latentcall, artov chain, 7th slip, oneum

L’apoteosi di questo modo di lavorare, per non dire il vocabolario definitivo del sound Autechre, è nei quattro volumi delle NTS Sessions del 2018. Se il quantitativo di roba prodotta con la sequenza degli elseq aveva spaventato i più, che dire delle otto ore complessive di queste sessioni realizzate da resident per l’emittente NTS? Eppure si tratta di una delle loro uscite più amate in assoluto, considerate come il loro miglior lavoro dai tempi di Confield, forse proprio perché contengono un po’ tutto il loro mondo dei dieci anni precedenti, anche se in versione molto, molto aliena. L’elevato numero di pezzi, ben trentasei, crea l’illusione di poterne diluire meglio l’ascolto rispetto agli elseq, recepiti per lo più come una massiccia e impenetrabile fortezza. Delle NTS Sessions è difficile parlare in maniera estensiva senza scendere in epicamente noiose descrizioni track-by-track, una pratica da evitare come la peste, ma può essere utile partire per l’esplorazione dai pezzi segnalati in fondo al paragrafo; usateli come base nel caso in cui ne aveste bisogno, ma sarebbe meglio se imparaste ad immergervi nell’intero complesso delle Sessioni, perché troverete sicuramente qualcosa di nuovo e di più bello ogni volta. Se tutto ciò non vi fosse ancora bastato, c’è una serie sterminata di live pubblicati tra il 2015 e il 2019 che potranno fornire ulteriori spunti o incasinarvi definitivamente il cervello.

Da NTS Sessions: bqbqbq, debris_funk, gonk steady one, four of seven, violvoic, e0, turbile epic casual stpl idle, clustro casual, tt1pd, column thirteen, shimripl casual

E adesso?

Il ritorno sulla terra e a un formato album più umano avviene nel 2020 con SIGN, un lavoro deludente per i fan dei loro meccanismi più intricati ma subito apprezzato dagli amanti delle loro texture più ambient. Si è parlato subito di Amber, di Oversteps, di Quaristice, di condensato delle NTS Sessions, ma la verità è che un disco così, gli Autechre, ancora non ce l’avevano, e andare a cercare un appiglio in questi casi è la cosa più naturale del mondo. Già pronto nel mese di febbraio, quindi prima che l’occidente andasse in lockdown, è stato composto a distanza, con Sean e Rob che hanno lavorato in maniera indipendente, l’uno senza sapere cosa stesse facendo l’altro. Eppure, i due si sono ritrovati a esprimere concetti e sentimenti simili, dimostrando ancora una volta una fortissima intesa e il valore della loro sinergia. Al di là di queste considerazioni, quanto sia valido e rilevante nel contesto della loro discografia lo diranno il tempo e le prossime, eventuali, uscite. Sarà un caso isolato, un nuovo inizio, o la fine del loro periodo più prolifico?

Da SIGN: au14, Metaz form8, r cazt

Al termine di questo discorso, scusandoci per aver sintetizzato in poche righe dischi di cui sarebbe stato doveroso parlare per ore, vogliamo solo sottolineare come i livelli di ascolto siano tanti e come questa cosa renda il corpus ancora più imponente di quanto già non lo sia. Ascoltate, analizzate, fate combaciare i pezzi, buttateli all’aria e ricomponeteli, e quando avrete deciso di smetterla di complicarvi la vita cercando di decifrare l’evoluzione delle ritmiche o la complessità delle armonie tra un disco e l’altro, potrete semplicemente mettervi una felpa e ripartire, godendovi il viaggio senza troppo overthinking. Quella degli Autechre è una discografia multiuso, per cui fatene ciò che volete.

Webmaster, blogger, ghostwriter, mutaforma. Si dice che abbia una compilation con dentro ogni buona canzone mai scritta. Se ha un suono ha anche un colore, e questo vale anche per l’acqua. Com’è evidente, ha sempre parlato per enigmi. Low e Loveless in blu come dischi della vita.

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