Radiohead – A Moon Shaped Pool

Radiohead – A Moon Shaped Pool

Quando esce un album dei Radiohead, il popolo rock si ferma per ascoltarlo. A Moon Shaped Pool non ha fatto eccezione e anzi, un simile sasso gettato nel pozzo della musica pop attuale ha generato un rumore tanto forte quanto lo è la voglia di ritrovare nomi grossi e affidabili per autoconvincersi che no, il rock non è ancora morto e sepolto. Al momento della rivelazione, il fan terminale che non si perde un tour almeno dai tempi di Ok Computer (se non prima), e quello più superficiale che li vede un po’ come i padrini dei Coldplay, ma anche tanti altri alternativi sensibili che hanno visto invecchiare o abdicare i loro idoli e che hanno sempre provato un po’ di antipatia per l’intellettualissimo quintetto proveniente dall’Oxfordshire, tutti hanno trovato il modo per sintonizzarsi. I video di “Burn the Witch” e “Daydreaming”, così pregni di possibili significati, hanno fatto il resto.

D’altronde, oltre alla sana voglia di buona musica, c’era anche da verificare le condizioni di forma di Yorke che non aveva convinto né coi suoi Atoms for Peace né nel precedente The King of Limbs.

Un primo problema si presenta dopo i primi entusiastici ascolti: A Moon Shaped Pool sembra un album troppo settled, a cui mancano spigoli elettronici e qualche momento uptempo in più. È troppo compassato, lo si nota subito. Rimane bellissimo, ma non ha tutto lo spettro sonoro che puoi volere dai Radiohead. I pezzi più coinvolgenti sono quelli con l’orchestra, più che quelli con gli arpeggi di chitarra che magari appassionano a primo ascolto. Esatto, quelli che convincono di meno sono le ballate con la chitarra acustica arpeggiata, che sono formalmente inattaccabili, ma che sanno anche un po’ di vecchio. Avremmo preferito più elettronica, più piano, e più velocità. E sì, anche qualche distorsione in più, ma forse nel 2016 è chiedere troppo. Questo invece è un album soft, posato, firmato da figure che abbiamo venerato ma che ormai hanno quasi 50 anni, per cui è normale che vengano fuori suoni e umori così pacati. Se In Rainbows offriva un range di stili più ampio, e melodie che venivano fuori subito, a primo ascolto, queste bisogna andarle a memorizzare perché i ritornelli sono molto meno evidenti.

Ma oltre al valore finale totale delle canzoni, che è la cosa che conta di più essendo un disco di canzoni, e fatto salvo il suono della registrazione che è spettacolare, l’altro elemento da valutare con attenzione è se l’atmosfera generale convince anche dopo parecchi ascolti. Per esempio, un minimo dubbio sul fatto che sia un po’ troppo pacifico ce l’abbiamo avuto sin dal principio. Meno tormentato lo è di sicuro. Possiamo definirlo maturo probabilmente, che non è certo un difetto, ma alla lunga potrebbe risultare un ascolto meno avvincente, perché appunto troppo seduto. Ci entrerà lo stesso sottopelle? Può darsi.

Nigel Godrich poi, parliamo di lui. Non ci pare che di dischi prodotti fuori dai Radiohead (quindi con Air, Beck, Travis, Pavement, Zero 7 per citarne alcuni) abbia fatto capolavori. Anzi. Spesso ha toppato. Mica è sto fenomeno. Nigel Godrich non è il creatore né la colonna su cui poggia il suono dei Radiohead. È un amico con cui possono registrare e mixare il disco, fondamentalmente. Potrebbe essere chiunque altro, non cambierebbe la sostanza. Se vogliono un albo totalmente diverso come The King of Limbs, lo fanno. Se lo vogliono più tranquillo come A Moon Shaped Pool, lo fanno. Si parla di scelte di Yorke e Jonny Greenwood principalmente. Quello che si può discutere nel nuovo è la scelta della direzione presa, che però è solo loro. I Greenwood e Yorke sanno cosa vogliono, e lo sanno suonare. Per The King of Limbs si sono inventati un software per fare la loro musica e non vedersela clonata come hanno fatto i Muse in passato… Quindi ancora una volta, i complimenti per il valore della registrazione vanno rivolti alla band più che al produttore amico.

Se c’è una cosa per la quale dobbiamo ringraziare i Radiohead è quindi l’averci restituito nei giorni dell’uscita di A Moon Shaped Pool la voglia di vivere la pubblicazione di un disco come si faceva una volta, fino a 10 anni fa. Poteva e doveva essere così per molti altri album di artisti attesi usciti in questi anni che però il mondo della musica moderno non ci ha fatto vivere e quindi godere allo stesso modo.

L’audiocommento a cura di Cristiano Marinelli:

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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