Queens of the Stone Age – Villains

Queens of the Stone Age – Villains

Lo aspettavamo con le cinture slacciate, quindi non ne siamo rimasti delusi. Villains, il nuovo dei Qotsa, arriva sulle nostre tavole bollito dal caldo atroce di questi giorni di agosto, e dal fatto che in realtà, anche se in molti non lo vogliono ancora ammettere, Josh Homme è arrivato a cottura da un pezzo. Già, non siamo tra quelli che si sono spellati le mani per …Like Clockwork nel 2013, e non siamo teneri con un personaggio che fondamentalmente, dal momento in cui ha cacciato Nick Oliveri, non ha più azzeccato un disco per intero. Sarà una coincidenza perché il titolare del progetto è sempre stato lui, o forse no perché l’elemento chiamato irrazionalità dato dal bassista-secondo vocalist dava ampiezza allo stile, sta di fatto che solo mettendo assieme i migliori brani degli ultimi quattro album ne risulta uno degno delle aspettative che ancora oggi i Queens of the Stone Age si portano dietro. Onestamente non ci è mai stato chiaro il perché di tutto quest’amore della stampa specializzata, compresa quella britannica che si rivolge ai fan dei Babyshambles, per un gruppo che non avrebbe dovuto fare notizia per nulla di quanto uscito nel post Songs for the Deaf, invero l’ultimo albo che ancora conteneva elementi stoner figli dell’eredità dei Kyuss, combo invece mai realmente spinto dalla stessa stampa (e che sono meglio, i Kyuss o i Qotsa alla fine? Se dici i secondi, allora smetti pure qui di leggere quest’articolo). Poi, con l’intermezzo di Lullabies to Paralyze, la chitarra è divenuta quella dei Playmobil, e le voci, anzi, la voce, una monotonia cafona che non riesce più a produrre una melodia divertente che una. Quella di Homme è ormai pallosissima, e satura e costipa il suono di tutto il resto, rendendolo piatto anche nei casi in cui non lo sarebbe. Non c’è falsetto o filtro che tengano, il roscio non può più cantare. Qualcuno glielo deve far presente. Nei nuovi nove brani, sembra spesso di ascoltare degli Arctic Monkeys ubriachi, ma senza il talento melodico e lirico di Turner.

01. Feet Don’t Fail Me.

L’inizio ti fa tremare i polsi quando parte anche la pianoletta anni ’80. Invece l’opener è bella, il main riff è piacevole sia a volume alto che contenuto. La formula però assomiglia troppo a “Smooth Sailin'”, anche se più acida. Che poi è il rischio che corri coi Queens: che sia sempre la stessa cosa fatta e rifatta, più o meno bene. Promossa.

02. The Way You Used to Do.

In Rated R e SFTD la seconda era un “pezzo forte”, nonché il primo singolo. Ma contro “The Lost Art of Keeping a Secret” e “No One Knows”, questa scompare. Non la troviamo così malvagia come ai primi ascolti. Ad alti volumi fa quello che dovrebbe fare. Ma, di nuovo, sembra un brutto dejà-vù. Serviva? Che è quello che Homme dovrebbe chiedersi anche del suo cantato, mai così onnipresente come in questo disco. La coda finale poi ce la spiega…sei meno meno perché i 4’39” sembrano tanti di più.

03. Domesticated Animals.

Inizia con dei violini a buffo, così come tante cose a caso che si sentono su questo album. Non sarebbe malissimo nei primi, ripetitivi, 3 minuti anche se affiora del cattivo gusto mars-voltiano, come genzianella in agosto. Quando dovrebbe salire diventa ordinaria e monotona. Le rime gliele ha scritte Timbaland?

04. Fortress

Terribile. Dall’inizio alla fine. Forse l’hanno registrata i Cugini di Campagna a Rancho de la Luna.

05. Head Like a Haunted House

È orrenda. È sempre la loro solita canzone uptempo che quando le cose andavano bene le cantava Oliveri. Nonostante la chitarrina playmobil all’inizio, suona retrò pure per loro.

06. Un-reborn Again

Parte da premesse interessanti sebbene i suoni ci sfidino a tenzone. Poi diventa una specie di “Go With the Flow” sincopata, ma senza gran carattere e senza un vero ritornello (no, quello che sentite doveva essere il bridge semmai). È tuttavia una delle poche in cui il cantato di Homme ci sta tuto. Potrebbe funzionare dal vivo.

07. Hideway

Questa non migliorerà neanche su vinile placcato. Sembra di averla sentita un milione di volte da un milione di band diverse. Oppure un milione di volte dai Queens of the stone age? A chi vuoi strizzare l’occhiolino, Joshua? Nata vecchia, morta giovane.

08. The Evil Has Landed

Siamo al livello dei “pezzi mejo” contenuti in Villains, con pregi e difetti del caso. Fosse per i primi tre minuti diremmo generosamente “innocua”, poi un po’ ci danno dentro. Ma così, per finta eh.

09. Villains of Circumstance

Peccato per due cose in questa chiusura: quel ritornello da “casa nella prateria” e che il tono c’azzecchi poco col resto dell’album. Se vogliamo potrebbe benissimo essere una versione moderna di certi brani degli Screaming Trees, quelli non completamente riusciti.

 

Non c’entra niente in questa recensione che rimarrà nel nostro archivio, ma forse ci ricorderemo del fatto che in questo agosto, dopo aver vomitato per Everything Now degli Arcade Fire, abbiamo anche dovuto saltare la cena dei Qotsa. Impossibile da digerire altrimenti un disco così, nel 2017 come nel febbraio del 2004, periodo in cui riteniamo finita la parabola utile della band di Josh Homme.

 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo J Mascis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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