Primus – The Desaturating Seven

Primus – The Desaturating Seven

Cosa può mai aggiungere The Desaturating Seven alla più che ventennale avventura dei Primus? Nulla, davvero. Non sarà certo questo il disco che potrà fare la differenza nel giudizio sul trio di San Francisco, o che potrà fornire una chiave di lettura utile a decifrarne caratura e visione artistica. Per capirli, Frizzly Fry e Sailing the Seas of Cheese restano i capisaldi storici imprescindibili, e Pork Soda la variante che ne mette meglio a fuoco il suono.

Eppure, il fatto che il nuovo sia un albo ispirato da un oscuro libro per bambini (illustrato dall’italiano Ul de Rico) in cui sette goblin cercano di eliminare i colori dal mondo, lo rende in qualche modo picaresco il giusto per accordarsi all’umore con cui ci si dovrebbe avvicinare all’ascolto dei Primus. Non risolverai il problema della fame del mondo ascoltandoli, non conquisterai mai una ragazza citando una loro canzone, né potrai mai dire che i versi sembrano scritti apposta per te, ma con loro l’intrattenimento è sempre assicurato. E, se permettete, anche la voglia di divagare e sbrodolare un po’ tra le righe dello spartito, con Claypool & co. è soddisfatta in modo sano e sostenibile.   

Se Green Naugahyde, l’album che li aveva visti tornare assieme dopo dodici anni di iato, era elettrico e impattante, The Desaturating Seven sembra riesumare l’approccio dei vecchi tempi, fregandosene altamente di suonare contemporaneo e anzi, derivando in direzioni che si fa prima a definire progressive quando il minutaggio si alza come in “The Trek” e “The Storm”, o quando l’intreccio degli spartiti dei tre strumentisti porta dritti per dritti in territori crimsoniani come in “The Seven”, che sembra quasi un’appendice al capolavoro Discipline.  

Lo fa con una produzione essenziale in cui è accontentato chi vuole godere delle virtù del basso di Claypool, ma anche chi vuole ben distinti anche gli altri canali – ovvero quello della chitarra di LaLonde e quello delle percussioni di Tim Alexander, finalmente tornato in squadra dopo i gravi problemi di salute che lo avevano fermato ai box – senza sovraincisioni o eccessi di produzione, e con una ritmica spesso impostata sul sette ottavi. Un pezzo breve eppure magistrale in questo senso è “The Scheme”, che pare dedicato a chi ha sempre avuto un debole per questa band, e che a questo punto della vicenda vuole solo l’essenza di questa. Ed è proprio questo l’aspetto che salva in pieno The Desaturating Seven: il sound è talmente viscerale da non sembrare quello di un’obesa reunion, ma piuttosto quello di una formazione che non ha mai smesso di esistere, e che semmai ha fatto sempre di testa sua, senza mai abbassarsi al rock fm. Non che i Primus avrebbero potuto essere più commerciali ed easy-listening, ma senza dubbio non sono mai caduti tanto in basso come certi loro coetanei che dal crossover californiano sono finiti a mungere i testicoli di chi, innocente, aveva creduto potessero essere un gruppo a cui affidare un posto speciale nel proprio cuore. 

Invece, in questo nono album in studio, vengono fuori con orgoglio le basi prog dei tre, con Rush, Yes e appunto King Crimson in prima linea, senza mai dimenticare la lezione del padrino Frank Zappa, per un risultato finale che è inevitabilmente intricato, oltre che misterioso come le illustrazioni di The Rainbow Goblins suggeriscono, fornendo elementi visivi perfettamente integrati al concetto musicale dei Primus. 
La conclusiva “The Ends?” chiude l’uroboro avviato con “The Valley” e lascia la sensazione generale di aver ascoltato un disco conciso e ben amalgamato, ma forse mancante di un ulteriore colore, evidentemente saturato via da uno dei goblin, che non gli permette di essere quel filo più avventuroso dopo i primi ascolti. Ad ogni modo, The Desaturating Seven potrebbe essere il miglior album con Les Claypool dall’inizio del nuovo secolo. Se avete mai avuto simpatia per il personaggio, è il caso di dargli un’opportunità. 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo J Mascis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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