Preoccupations – Preoccupations

Preoccupations – Preoccupations

Da Viet Cong a Preoccupations il passo è breve. Forzato o meno, crocevia per leggende mediatiche che di questi tempi 2.0 fanno sempre bene alla salute (e alla visibilità), un passo che comunque segna una scelta. “Vogliamo suonare”, scrissero i nostri nuovi paladini canadesi (sia mai!), “e non vogliamo invece spaventare o colpire la suscettibilità”. Frasi fatte? Di certo frasi discusse con Jagjaguwar, etichetta che imponeva una trasformazione verso qualcosa di maggiormente definito. Non si trattava di impostare uno stile, ma mettergli un contorno e una confezione. Così è stato, con la band degli ex Women più l’incisivo apporto chitarristico di Scott Munroe che allora si denuda attraverso una proposta ambiziosa, un po’ ruffiana ma seria altresì matura. Omonimo. Ennesimo punto di un nuovo inizio. Otto su dieci che perdura con gli ascolti, diciamolo subito. Così come va detto che, forse più sereni nel potersi dedicare alle canzoni in quanto tali, perché in fondo è questo che chiede il mercato, udite udite attingendo a trent’anni di ascolti new wave, gotici, rumoristici e qualcosa anche di più volgarmente pop, per come lo definiremmo nel 2016. I nomi non facciamoli, a partire da Joy Division, Killing Joke, Cure, Suicide e avanti per logica è già una lista che conoscete quasi a memoria. Radici che, forse, non possono più far urlare nessuno al capolavoro. Ascoltandolo, potrete capire il perché. 

Post-punk per uomini smarriti dentro un enorme e informe labirinto. Dilatazione, limbo, melodie come sirene verso il baratro. Queste le parole d’ordine. Ma, appunto, il labirinto è reale. Quindi ha limiti ben precisi. Il problema è orientarsi. Ecco allora che la nuova forma Preoccupations si preoccupa di fare da guida. Questo è l’elemento nuovo, anche saggio, che alla lunga funziona. Ci sono tanti vicoli a cui affezionarsi, qui dentro. Ognuno con una targa adeguata al contesto.

Prima a destra: “Anxiety”, la canzone ormai quasi mainstream per il nostro e vostro autunno. 

Continui dritto: “Monotony”, liquida eppure corposa, cantata e/o sussurrata.

Stop: “Zodiac”, come se gli A Place to Bury Strangers avessero rivisitato un album a caso degli eterni sottovalutati Thin White Rope. Faville proprio.

Il resto va scoperto e sofferto in solitudine. Con due fermate d’obbligo. “Memory” e “Fever”, originali più dentro che fuori. Funzionali, opposte tra modernismo e manierismo, splendide.

Avviso finale: tranquilli, la via d’uscita la si trova piuttosto comodamente.

Per questo, su lavori del genere, il nove è per gli eletti. Per quei dischi in cui ancora ci si perde a distanza di dodicimila ascolti… 

"Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York" (autocit. UnoZero)

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