Preoccupations – New Material

Preoccupations – New Material

Della provenienza della natura dei Preoccupations può interessare anche fino a un certo punto. Raramente però ci si trova a unire puntini, come quando si è bambini, per ottenere la forma definitiva: un conto è vedere-non-vedere (in questo caso ascoltare-non-ascoltare) e pensare di poter intuire, un conto è sedersi di fronte alla forma compiuta. Ecco, il Nuovo Materiale dei canadesi trascinati dal polistrumentista Scott Munro è l’approdo naturale del loro disegno sonoro, per farne cosa dalla prossima puntata non è dato sapere. Sta di fatto che si tratta di un enorme palo fissato in mezzo alla strada del post-punk, ormai definizione che si è allargata a molteplici orizzonti macinati a turno tutti dentro a un solo lavoro.
Sia chiaro: i Preoccupations non alzano l’asticella del genere, ma arrivano a sublimarlo senza strizzare l’occhio a nessuno. Alzano la loro, di asticella, intuendo che l’attenzione da dedicare ai suoni è oggi alla base della maturità artistica anche quando si tratta di strutture che avrebbero un loro perché anche lasciate grezze. Ma, appunto, il tempo per essere Viet Cong è passato da tempo (service amalgamare il pozzo delle idee) e il genere impone ormai da una quindicina di anni uno standard complessivo piuttosto elevato.
Il riassunto spinge dritti a ritenere che New Material sia uno quei dischi capo-filone con cui si costruiscono, postume, le categorie annuali. Perché anche la musica più spigolosa è fatta di categorie, oltre che di livelli. Qui i Preoccupations si pongono anche la fatidica domanda circa le necessità. Ovvero essere caldi e freddi insieme, espressivi ed evocativi, derivativi e personali. La miscela è il segreto del piccolo grande successo di pubblico che questo tipo di proposta può avere. E visto che di necessità si parla, come si fa a non chiedere (dall’altra parte dello stereo) l’arte marziale di pezzi come “Espionage” e “Antidote”, dove i ritornelli sembrano rimproveri, il limbo anche sperimentale delle conclusive “Doubt” e “Compliance”, evoluzione chirurgica di ciò che i nostri propongono fin dagli albori.
Però non basta, non basterebbe. Il condimento sposta l’attenzione dalla semplice materia prima. Lanciare l’ingrediente decorativo vuol dire sapersi aprire al mondo. Toh, che c’è “Solace” che proietta i Chameleons in una serie tv di fantascienza. Toh ancora, “Disarray” (primo singolo) è il delay degli Interpol di Our Love To Admire senza quel narcisismo totalmente uscito di moda. Tutto senza inventare niente, ma con perizia. Se arriva un altro otto abbondante in pagella, è perché questo gruppo ha la capacità di manipolarci cercando di fare a spallate tra la critica indie riprendendo un modo di fare musica rock che a metà anni novanta era la nicchia della nicchia. Facciamoli passare, la fiaccola in questo momento la portano loro…

“Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York” (autocit. UnoZero)

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