Una porta chiamata KID A

Il giorno dell’uscita di Kid A, io c’ero. E mi ero accordato col negoziante – già all’epoca rimasto l’unico in città – per essere presente al momento dell’arrivo dei primi CD. Insomma, quando sarebbe passato il corriere per la consegna del nuovo album dei Radiohead, io dovevo esserci, taglierino alla mano, pronto a spacchettare i cartoni e portarlo alla luce. Per primo, e porco giuda.

Quando però arrivai, alle cinque del pomeriggio come da patti, al numero 25 di Piazza della Vittoria, la ragazza dietro al bancone della cassa ne stava già parlando con qualcuno che era lì davanti in piedi col fare voleva solo fare due chiacchiere e magari provarci con la tipa. “L’hai ascoltato? È tutto elettronico, e a me al contrario di altri che conosco l’elettronica piace tanto… stupendo”.

Eravamo ancora in una fase antecedente alla banda larga per tutti, per cui in un breve istante, oltre alla delusione per essere arrivato evidentemente tardi, quella cretina mi aveva già rovinato la sorpresa: nessuno prima di ascoltarlo aveva idea di come avrebbe suonato, e i primi commenti non arrivavano immediati come oggi appena hai ascoltato i primi 30 secondi della prima canzone scaricata dal leak tirato giù con uTorrent. Anzi, se ero lì, e come me tanti altri lo stesso giorno in altri negozi di tutta Europa, era perché volevo ardentemente il seguito di OK Computer. Chi era già autentico fan dei Radiohead, in quei giorni non aveva esitato ad acquistare Kid A che nella prima stampa portava con sé un secondo booklet nascosto sotto la plastica nera del jewel case che custodiva il compact disc. Ecco, facciamo una distinzione: chi non ha questa versione, chiaramente non può dichiararsi fan dei Radiohead “sin dai vecchi tempi”. Mi pare lapalissiano.

Sebbene le discussioni sul valore di Kid A andarono avanti per almeno un paio d’anni, includendoci pure i tour e il successivo Amnesiac, più o meno ovunque si potesse parlare di musica rock, ma soprattutto nei primi forum musicali, presto ci rese conto che quel giorno avevamo portato a casa un album destinato ad aprire nuovi orizzonti a tutti noi cresciuti e formati negli anni Novanta vivendo sulla nostra pelle le storie e i dischi degli idoli del grunge prima e del brit pop poi. Magari eravamo già arrivati ai Massive Attack di Mezzanine e di sicuro ai Nine Inch Nails, ma il primo impatto fu davvero uno shock di quelli che raramente possono esserci ricapitati nel percorso alla scoperta del rock. No, Kid A non era per niente un disco di musica elettronica come diceva la commessa del negozio, ma le prime sensazioni, anche a fronte della pressoché totale ignoranza in materia, erano quelle di chi ascolta qualcosa di tremendamente bello e affascinante per la prima volta. Eravamo verginelli. E allora sotto a cercare referenze, influenze, somiglianze con altri artisti: Aphex Twin, Autechre, mezzo catalogo Warp, Kraftwerk, …che magnate di musica ambient, techno ed electro pop nei mesi appena successivi!

Oltre il valore e la bellezza di quelle dieci canzoni ibridate – neanche tutte – con l’elettronica possibile in quel periodo, è probabilmente proprio questo il grande merito di Kid A. L’averci aperto un mondo di possibilità che ancora oggi cogliamo, grazie a quell’attesa disattesa di un OK Computer parte seconda. Con Kid A o nonostante Kid A, i Radiohead, al contrario di altre band britanniche contemporanee di pari livello come Slowdive, Blur o Pulp, sono arrivati da subito anche a chi ascoltava principalmente i classici degli anni Settanta e il rock hi-fi americano dei Novanta, quindi grunge in primis. Ma al di là dell’atteggiamento un po’ snob e tipicamente british di Yorke e Jonny Greenwood in particolare, i Radiohead non erano e non sono gli eredi dei Pink Floyd, Kid A non è da accostare a Dark Side of the Moon, e il mondo che ha dischiuso di fronte a noi non ha nulla a che vedere con i classici del rock. Kid A è stato la spinta necessaria ad aprire uno squarcio di luce su tutt’altra roba che fino a quel momento quasi nessuno dei fan o che semplicemente aveva apprezzato OK Computer e The Bends aveva esplorato.

Il resto lo fece l’immaginario iconografico e la strategia commerciale che accompagnava quel disco: i blips animati di Stanley Donwood anziché i video tradizionali, la mancanza di promo per le radio che alimentava la voce che fosse un album da ascoltare tutto d’un fiato, dall’inizio alla fine, senza possibili interruzioni, i primi concerti in cui i Radiohead tiravano fuori gli strumenti più alieni ed improbabili utilizzandoli come fosse sempre stato per loro naturale farlo, proprio in un periodo in cui veniva fuori gente come Muse e Coldplay che più di qualche dettaglio era riuscita a derubare al suono e alla poetica di Thom Yorke e compagni.

Poi come in tutte le cose, qualcuno di noi ha indagato, sviscerato, approfondito la scoperta e si è mosso verso quello squarcio di luce, altri, nonostante aver ascoltato Kid A, sono comunque andati allo stadio a vedere Roger Waters che suonava The Wall. Questi ultimi però, e statene certi, non sono al momento alla lettura di questo post.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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