Pontiak – Dialectic of Ignorance

Pontiak – Dialectic of Ignorance

I fratelloni Pontiak sono ufficialmente alla ricerca del loro Sacro Graal. Prolifici, camaleontici, sognatori, nati e cresciuti probabilmente nel tempo sbagliato, producono il loro ottavo LP in una decina di anni e, quasi incredibilmente, sorprendono. Non per il sound, ancora fortemente analogico e legato al concetto di session ai tempi degli acidi lisergici. È il pensiero-guida a formare la nuova dialettica. Una dialettica ignorante perché portata (finalmente?) dentro uno schema. Da “Easy Does It”, che fa da brochure, all’apparente dissociazione finale di “We’ve Fucked This Up” è tutto uno scorrere, un ripetersi, come un’unica canzone. Prendetelo come un invito a dedicarvi a questa esperienza per loro radicale: Dialectic of Ignorance non è il naturale passaggio dal precedente Innocence (che forse fu sopravvalutato per il suo approccio modernista all’hard rock, tra impennate, accelerazioni e ballate) così come “Innocence” non era il passaggio necessariamente logico dopo Echo Ono.

Insomma, siamo altrove. I Pontiak confezionano un disco coerente, lineare, asciutto, visionario il giusto. Il frutto è una miscela mantrica che tanto può piacere a chi viveva come un problema le loro frammentarietà. I Pontiak sono rock, ma sono anche post-blues (la ritmica mid-tempo, gli assoli offerti come assaggi di caramelle) e infine un derivato stoner. Le radici sono antiche, adesso come non mai. Il ride di batteria, sparato ovunque, fa come la goccia del rubinetto. “Ignorance Makes Me High” ha la vita di manifesto di una società che abbandona la forza dominante dei suoni urbani. Stanno scappando, i nostri. Rimpiangono forse il Virginia. Le ore sprecate ad ascoltare i Pink Floyd sul divano (pauroso immaginarli alle prese con un brano come “Hidden Prettyness”, il genio dentro una buca). Il senso di pace tremebonda e dilatata di un pezzo come “Herb Is My Next Door Neighbour”. Perché nel limbo globale che perde nuovamente attenzione per la centralità delle chitarre, e i Pontiak tutto sommato assecondano il mood comprimendo suoni e volumi, non serve essere fuoriclasse per riportare l’ascoltatore in un mondo che non è più il suo e che, probabilmente, un po’ rimpiange.

"Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York" (autocit. UnoZero)

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