PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

Almeno per la critica, Let England Shake è stato il maggiore successo della Harvey, perfino superiore ai tre riottosi dischi degli esordi, usciti in piena era grunge. Succeduto all’ascetico e altrettanto azzeccato White Chalk, vera chiave di volta nel nuovo percorso della poetessa del Dorset, Let England Shakeha alzato a dismisura le aspettative per il nuovo LP, l’undicesimo con la firma di PJ se si considerano anche quelli cointestati a John Parish. Con un livello di popolarità e quindi di pressione tornato al livello dei primi anni Novanta, quelli in cui il rock contava ancora qualcosa, Polly Jean ha preparato il nuovo capitolo della sua personale saga sapendo di essere seguita, attesa, e venerata come quando era giovane ed erotica. Forse fin troppo consapevole di questo, ha perfino invitato i suoi fan ad assistere da dietro un vetro e pagando un biglietto di ingresso, lo studio di registrazione nel Somerset dove stava creando The Hope Six Demolition Project assieme ai soliti fedeli strumentisti.

Assieme al fotografo Seamus Murphy ha visitato e filmato la sua presenza in zone degradate o dove sono ancora evidenti i segni della guerra, e si è lanciata in un tour di letture in cui si è fatta annunciare come cantante e poetessa, e sta per lanciare un documentario-reportage dai luoghi che hanno ispirato The Hope Six. Insomma, non si può dire che si è montata la testa perché ragazzi, stiamo parlando di PJ Harvey, ma non si può neanche biasimare chi è arrivato a pensarlo. Perché non basta aggirarsi dopo i fuochi per il Kosovo per trovare chissà quale territorio comanche e diventare di colpo l’Oriana Fallaci del rock.

Il nuovo è un disco che porta con sé chiari e al contempo confusi contenuti politici, firmati dalla penna e dal plettro di una donna che in passato, ricordiamocelo, ha prima benedetto la tradizione tutta britannica della caccia alla volpe, e poi mandato a fare in culo noi Europei, dal fronte di una supposta superiorità (intellettuale? storica? economica?) tutta inglese. Stavolta pare avercela con gli Stati Uniti. E vabbè, d’accordo l’impegno, ma giudichiamo la musica che è meglio.

Il suono, manco a dirlo, l’ha azzeccato anche stavolta. Se in Let England Shake, auto-arpa in braccio, giocava a fare la Giovanna D’Arco per le campagne inglesi, stavolta sono cori e sax a imperversare sulla base folk gitana sopra cui si muovono i vocalismi, più e meno giocati su toni alti, della Harvey. Il bello è proprio questo. Un po’ come accade con Jack White – che cura il sound al minimo dettaglio, anche se perennemente legato agli stilemi vintage dell’età oro del rock – il divertimento sta tutto nella figosità della formula più che nel valore melodico delle canzoni. Il ritmo lo fa l’andamento del plettro sulle corde della chitarra prima ancora che l’apparato percussivo, mentre i cori danno un significato pastorale all’ideale passaggio sopra ai vetri rotti di case bruciate e distrutte dalla guerra. Il resto infatti lo fanno i titoli e i contenuti lirici degli undici brani che ci sentiamo di applaudire, senza tuttavia la stessa convinzione che ci aveva portato a riscoprirla per l’ennesima volta ai tempi di White Chalk prima e Let England Shake poi, nonostante l’antipatia che ci ispira il personaggio. Questo è un disco dedicato a chi ha visto in lei anche e soprattutto una voce politica più che la cantante di brani che oggi sembrano quasi di un’altra artista come “A Perfect Day Elise”, “Down by the Water” o “Good Fortune”.

Da oggi in poi noi abbiamo Fiorella Mannoia, loro hanno PJ Harvey. Capito la differenza?

E alla fine, deboli come siamo, sappiamo già che gli compreremo anche questo.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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