Pelican – Nighttime Stories

Pelican – Nighttime Stories

È sempre stato complicato trovare più di un centinaio di parole per parlare della musica dei Pelican senza dilungarsi rispetto a quanto già ampiamente descritto ai tempi dei loro esordi su Hydra Head. Ne parlavamo nei forum, prima dell’avvento dei social, e li includevamo nella cerchia di band fighe facenti parte di quella vasta scena che definimmo grossolanamente post metal, che riusciva ad accomunare chi magari era cresciuto con il grunge e l’hardcore e non si ritrovava di certo nelle porcate nu-metal ancora in voga a cavallo tra i due secoli, né aveva ancora abbandonato il rock per darsi ad altri interessi nella vita.

L’etichetta fondata da Aaron Turner degli allora ISIS, che in quegli anni ha presentato alcune delle realtà alternative metal più interessanti d’America, ci aveva dato modo di scoprire questa versione pesante dei Mogwai (per semplificare scorrettamente le cose) che, soprattutto con Australasia e The Fire in Our Throats Will Beckon the Thaw, era entrata a far parte delle nostre mini-discografie post metal. Senza un vocalist che sbraitava in growl e con un’alternanza ben educata tra acustico e slabbrato sludge, i Pelican erano in qualche modo unici pur senza aver inventato niente. Ancora oggi si può addirittura parlare di “Pelican sound” per identificare tutti quegli artisti che negli ultimi dieci-quindici anni hanno provato a inscenare un post rock strumentale dalle venature stoner e metal, tanto il combo di Chicago è stato precursore in quella direzione. Poi, già all’epoca di City of Echoes (2007), come un po’ per tutto il resto della scena, l’energia e la voglia di esplorare erano state sostituite dalla necessità di canonizzare lo stile, come ad appendere il cappello sopra una formula ormai convintamente abbracciata.

Ridendo e scherzando, sono trascorsi più di dieci anni da quando, lentamente ed inesorabilmente, abbiamo iniziato a perdere interesse per le uscite dei Pelican. Ne abbiamo parlato a più riprese, senza mai esaltarci, ma anzi, rimandando il più delle volte ai capitoli migliori del sempre più lontano repertorio.

Stavolta, invece, siamo di nuovo a suggerire caldamente l’ascolto di un loro disco. Si intitola Nighttime Stories ed è il più heavy dai tempi di Australasia. Su di esso aleggia lo spirito del defunto cantante dei Tusk – progetto parallelo degli stessi Pelican, portato avanti sin dal 1998 – Jody Minnoch, autentico membro fantasma della nuova line up, che già dal precedente Forever Becoming non include più il fondatore Laurent Schroeder-Lebec, ma Dallas Thomas alla seconda chitarra.

Quando lo abbiamo ascoltato la prima volta, convinti che potesse essere solo un altro album dei Pelican, non abbiamo notato che tra i crediti figuravano Sanford Parker (produttore di Australasia e del primo omonimo EP) e Matt Bayles (autentico mastermind del post-metal sound: su almeno la metà dei migliori dischi della scena, c’è il suo zampino). Forse proprio grazie a loro, oltre all’ispirazione data dalla tragedia occorsa all’amico Minnoch, Nighttime Stories riesce a riformulare il codice dei Pelican, riportandolo ai suoi primordi, e aggiornandolo con una nervatura dark che, guarda un po’, ci sta davvero bene. I quarantacinque minuti di musica scorrono via bene, forti anche di quella dinamicità grassa che mancava loro da oltre un decennio. Convincono tutte e otto le tracce: “Midnight and Mescaline” e “Full Moon, Black Water” sono due nuovi apici del loro catalogo, i momenti di stasi come “It Stared at Me” aiutano di certo a proseguire nell’ascolto, e la titletrack, seppure strumentale come sempre, è quanto di più vicino agli ISIS si possa trovare sulla piazza.  

Nighttime Stories è un disco che aiuta a ricordare, e che ci riavvicina un po’ tutti noi post-metallari intellettualoidi, in vista del ritorno di altri nomi ben più attesi.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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