Parquet Courts – Wide Awake!

Parquet Courts – Wide Awake!

Per chi ha seguito i Parquet Courts sin dai loro inizi, culminati nella folgorante raccolta Light Up Gold + Tally All The Things That You Broke, l’esame di maturità è di quelli che fanno doppiamente paura. Proprio loro, baronetti newyorkesi (ma texani, perdonateci ma la Grande Mela è questo coacervo qui) del self-made-weird-rock, hanno ribadito attraverso Sunbathing Animals (2014) e Human Performance (2016) di essere gli unici degni di provare a seguire il solco che fu dei Pavement all’insegna del voler suonare, cazzeggiare, urtare e far cantare. Mettiamoci anche il verbo osare, inteso come sfidare le aspettative a ogni singolo brano, senza aver nulla a che fare con l’arte della sperimentazione astratta. Anzi, tra riferimenti a FallFugazi e compagnia bella i nostri rischiavano esattamente di fare la fine di tutti gli altri. Ovvero reclamare un mondo indie splendidamente consumato, fino a 360 gradi anche al progetto artistico denominato Milano insieme al compositore e produttore padovano Daniele Luppi.

Deve aver intuito qualcosa quel marpione di Danger Mouse (amico e collega del Luppi), gettatosi a capofitto sullo step successivo e decisivo di Andrew Savage e Austin Brown, i due frontman dei Parquet Courts. L’obiettivo è il solito: visto il talento (per chi legge: questi qua hanno le canzoni, ndr) mi propongo per dare una mano, provo a prenderli sotto la mia ala che fa figo, non impegna troppo e magari ne esce un’altra piccola gallina dalle uova d’oro. Insomma, un produttore ingombrante. Con il quale i Parquet riescono a ottenere, musicalmente parlando, un discreto compromesso. E già soltanto per questo motivo Wide Awake! parte dal sette pieno. 

Un certo spavento non manca, quasi subito, quando “Violence” attutisce e non di poco il pezzo di apertura (“Total Football”). Sembra di essere finiti dentro il guinzaglio sonoro iniettato nel sangue dei Black Keys a suo tempo: tutto è codificato, gli strumenti diventano lisci, si cerca il mood a discapito del sound. Il cantato però tiene viva la speranza, e in fin dei conti l’avrà vinta, ma bisognerà resistere, immedesimarsi e capire, perché fino al finale “Mardi Gras Beads” (ormai ufficialmente la Range Life degli anni duemila) le armi sembrano sotto sequestro. 

Dalla quinta traccia in avanti sarebbe scorretto dire che inizia un altro disco. Ma ne si comprendono il senso e la direzione: i Parquet Courts desideravano mostrare il loro lato più maturo senza rinunciare agli effetti sorpresa, alla scrittura semplice ma poliedrica. Dovendone scegliere una, “Freebird II” è il vero manifesto della miscela di tutte le cose di cui sopra: il sud dei Creedence, il nord del post-punk, l’orecchio inglese da sempre ossessione di Danger Mouse (insieme alla difficilmente sopportabile vena revival disco-funk) eppure riuscire a rimanere sempre un passo a lato rispetto ai canoni. Chiamandoti a vivere un intero lavoro di possibili alti e bassi come un tutt’uno, riconoscendone il suo personalissimo stile. 

"Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York" (autocit. UnoZero)

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