Writing about music is like dancing about architecture, ovvero le passioni da 6.5

shut up hippieLa frase “writing about music is like dancing about architecture” è stata associata, negli anni e nelle sue varianti, a diversi musicisti e critici. Sono qui a dire basta a questa tirannia e a ribattere con la medesima arroganza: è un concetto profondamente limitante per le capacità della musica stessa, e a dirla tutta anche un po’ ottuso e carico di frustrazione, perfetto per screditare le idee altrui quando non corrispondono alle proprie. Parlare di musica è inutile soltanto se finisci per ammassare ogni cosa nel limbo compreso tra un 6 e un 7. Senza il gusto di discuterne e sbilanciarsi, che passione sarebbe? Una passione da 6.5, completamente ridotta a un “meh”.

Ai tempi del Panopticon, il nostro originario Periodico di Vendetta Rock che no, non vi permetteva di giubilare, avevo scritto un editoriale dall’altisonante titolo “Ars Recensoria” in cui spiegavo i motivi per cui amavo scrivere di musica per te, hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère, e mi ponevo l’interrogativo su cosa fosse meglio, spiegare o raccontare un album, dando per scontato che fosse possibile farlo. E poi, a scadenze regolari, arriva il pallone gonfiato di turno a dirmi che, invece, non lo è. E mi porta come argomentazione quella frase. Che cosa?

pynchon l'arcobaleno della gravità - nixon Qui non siamo giornalisti, non abbiamo agganci occulti e non ci guadagniamo nulla. Non ci piace l’approccio enciclopedico ed escludiamo le valutazioni basate sulla tecnica fine a se stessa. Ci rifiutiamo di credere che il meglio appartenga solo al passato, catalogando tutta la musica del nostro tempo tra un 6 stiracchiato e un 7 annoiato. Se Currents dei Tame Impala per noi è da 87/100, lo diciamo subito forte e chiaro, a costo di dover ritrattare a fine anno (ma non sarà questo il caso, vedrete), perché il divertimento sta anche in questo. Non ci prendiamo troppo sul serio neanche nei giorni in cui ci sentiamo più combattivi e battaglieri. Siamo dei blogger, una comunità che si è costruita attorno all’amore per certa musica e certi album, che si è autodeterminata e autorevisionata nel corso degli anni. Un gruppo basato sulla discussione, appunto, per altro sempre molto accesa nel momento in cui vogliamo far passare un messaggio di cui siamo fortemente convinti. Scriviamo di musica e sì, danziamo sulle sue architetture. E allora vi rendo pan per focaccia, con un’altra cirazione: in “Memorie di Adriano”, Marguerite Yourcenar scriveva che “la sera, l’architettura cedeva il posto alla musica, edificio invisibile”. La musica è un edificio invisibile. Your argument is invalid.

Leggere quella frase della Yourcenar è stato liberatorio, ma solo perché mi son sentito meno folle nell’averla sempre considerata una vera e propria presenza fisica nelle mie giornate, scomposta non soltanto in sensazioni, ma anche in forme e colori. La musica ha una collocazione precisa nello spazio che mi circonda e lancia stimoli che non sono esclusivamente legati all’udito. Amo condividere le immagini e le suggestioni veicolatemi da un album, sperando di dare a perfetti sconosciuti l’hint giusto su dove possa trovarsi nascosta la chiave d’accesso all’edificio. Quando la materia prima lo permette, mi piace essere il più multisensoriale possibile, a costo di apparire più spavaldo e pretenzioso del normale (cfr. Holly Herndon). Scrivere di musica e comunicarla ad altri fa parte del mio processo di fruizione tanto quanto l’ascolto stesso. E, cari arroganti fratelli, non siete nessuno per liquidare lo spirito di condivisione in quel modo. Da una parte c’è il darsi ragione da soli abusando delle frasi altrui, dall’altra ci sono la vita e la trasmissione di qualcosa di concreto. Oltre il proprio intoccabile universo personale.

  • Cristiano Marinelli

    Pre. ci. so.

  • Daniel Cordoni

    applauso virtuale, da un vostro simile