Tributo Italiano ai Joy Division

Canali-Baraldi play Joy Division

di Gianluca Bindi

L’H2No è un capannone situato alla periferia industriale di Pistoia, da qualche anno risistemato in locale dove il fine settimana si dovrebbe ballare musica rock. La scaletta del dj-set va ben oltre il livello di decenza (si annoverano pezzi come “I love rock & roll”, “Vieni a ballare in Puglia”, “Are you gonna be my girl”, eccetera), e  ogni volta che ho provato a fare una richiesta, il tizio alla consolle ha sempre risposto:

-Bella storia, ma non li posso mettere, sennò mi cacciano perché la gente va via…-

Polemiche sulla svendita commerciale del locale a parte, debbo dire che nonostante tutto hanno continuato ad organizzare live interessanti. Tra questi di sicuro figura la versione dei Joy Division proposta da Giorgio Canali ed Angela Baraldi (dal post-Consorzio Suonatori Indipendenti).

In un primo momento sono molto scettico sulla riuscita della cosa, visto che la batteria non è presente, mentre il basso (ragazzi oh il basso di Peter Hook, non scherziamo!) è tristemente sostituito da un registratore a pedali azionato dallo stesso Canali. Completa il terzetto la seconda chitarra di Steve Dal Col, uno degli attuali membri dei Rossofuoco.
Appena mi rendo conto di non essere venuto a vedere un concerto dei Joy Division (magari con l’ologramma di Curtis come front-ghost) e di come sia del tutto inutile aspettarmi un’anacronistica immersione negli anni Ottanta (che tra l’altro non ho mai vissuto), inizio veramente a godermi lo spettacolo. Sì, perché è un grande spettacolo. La Baraldi s’immedesima in modo più che verosimile ad Ian (forse per deformazione professionale), non solo replicandone le caratteristiche movenze ma anche palesandoci un dolore latente, spiegabile soltanto attraverso la loro musica. Proprio per questo approccio viscerale, la trovo molto più a suo agio qui, che a sostituire Giovanni Lindo negli ormai post-CSI.
E la musica? Senza batteria le canzoni sono sospese in aria, aleatorie, ideali; il ritmo è leggermente rallentato, mentre il basso in playback riformula, ampia, ricolorisce le strutture ritmiche ridotte all’osso, specie nei pezzi di Unknown Pleasure. Le chitarre dialogano audacemente riproponendo versioni allungate, ragionate, “ricerebralizzate” (se mi si può passare il termine) dei pezzi. Un omaggio sincero ai Joy Dision, che non toglie loro assolutamente nulla, anzi, li ricontestualizza, cambiando parzialmente la prospettiva da cui poter ammirare i loro capolavori. Un post-post-punk, maturo e consapevole, che soffre lo stesso ma che ha imparato a razionalizzare il dolore. Alla fine c’è tempo anche per una dichiarazione di timore reverenziale, da parte della Baraldi, scusandosi nel caso non sia stata all’altezza del mostro sacro che andava a impersonare. Meritati applausi dal pubblico. Poi Canali, che chiosando su alcune frecciatine a proposito delle recenti inclinazioni politiche di Ferretti, recita l’ultimo salmo:

-Andate tutti a farvi fottere!-

Il concerto si chiude. Lo scempio del dj-set ricomincia. Qualche fan attempato lascia velocemente il locale. Io pure: il post-post-punk suonato dai post-CSI mi fa sentire come un post-appassionato. Nostalgica presa di coscienza che, purtroppo o per fortuna, certe band non torneranno.

Scaletta:

  1. Atmosphere
  2. Transmission
  3. She’s Lost Control
  4. Day Of The Lords
  5. Love Will Tear Us Apart
  6. Atrocity Exhibition
  7. Disorder
  8. Ceremony
  9. New Dawn Fades
  10. Twenty Four Hours
  11. Heart And Soul
  12. Shadowplay