TOP 10 Alternative Bass Players

Tina Weymouth

Che strumento il basso. Se ti concentri (anche) su di esso quando ascolti una canzone, stai già cercando qualcosa di più del mero intrattenimento melodico. Stai andando verso l’essenza, per scoprire che anche quest’ultima non può facilmente essere scinta in atomi e molecole musicali, tante sono le sfaccettature del suono, anche quando la nota è una sola sempre quella. E allora godi nel distinguere lo stile di un bassista, così meno ovvio da decifrare di quello di un chitarrista, solo perché apparentemente il basso è uno strumento dallo spettro di possibilità meno ampio. E invece…  

Le motivazioni, i criteri di questa selezione di alternative bass players sono gli stessi del primo post di questa serie, ovvero quello sui dieci idoli alternativi della chitarra. Un minimo di convenzionalità ce lo siamo concessi, ma se non altro non è qui che troverete Flea o Roger Waters, o magari chissà, il celeberrimo Jaco Pastorius che tutti lo citano ma molti neanche sanno il titolo di un album in cui ha suonato. E no, non c’è Cliff Burton, né nella lista né tra i tag: abbiamo scelto di non far triangolare i merdallari qui in questo topic. Semmai ci dispiace per personaggi superfighi come Mike Watt, Tina Weymouth, Ben Shepherd, Scott Reeder, David Wm. Sims, John Curley, Jerry Vessel, Kim Gordon (che non era solo bassista), Mani, Justin Chancellor… ecc. ecc. ecc. che non ce l’hanno fatta. 

les claypool

Les Claypool, Primus 

Il nome più banale della TOP 10 è chiaramente quello di Leslie Edward Claypool, leader dei Primus e di una serie di altri progetti in cui protagonista è sempre e comunque il suo basso slappato, suonato laggiù in fondo alla tastiera, dove per chiunque sano di mente avrebbe più senso suonare una chitarra. I suoi mille Carl Thompson, a 4 o a 6 corde, con o senza tasti, di acero o di ebano, amplificati dal Mesa Boogie o dall’Ampeg, hanno lasciato fantasticare almeno due generazioni di bassisti che inevitabilmente finivano per misurarsi ed essere sessualmente umiliati dalle sue doti sovrannaturali (e diciamolo, in campo crossover, anche da quelle di Flea). E pensare che non riuscì a passare il provino per diventare il successore di Cliff Burton nei Metallica perché considerato et troppo bravo et troppo strambo…. Oggi non resta molto da aggiungere su di lui. Magari si potrebbero provare i suoi vini, prodotti nella valle del Russian River (Sonoma), e intitolati con riferimenti alle sue canzoni.

mark sandmanMark Sandman, Morphine 

Il basso del leader Morphine ha spesso avuto due sole corde, abbastanza per catapultarci in un immaginario jazz club fatto di luci soffuse, band di sottofondo e il silenzioso scorrere del testosterone davanti a nuove occasionali conoscenze. L’unione degli slide con il sax baritono di Dana Colley è l’anima di un ensemble inimitabile, oggi già leggenda: il ruggito soffuso di “Buena”, l’atmosfera di “Candy” e la riuscita semi-hit “Super Sex” sono tutte rette dai giri blues straniati di un uomo che proprio il nostro paese ha contribuito a togliere da questo mondo: l’attacco di cuore a Palestrina, in un’estate romana troppo calda per contenere un low rock così intenso e avvolgente, interromperà la sua carriera, dando inizio al mito. Aspettiamo ancora il suo degno erede.


Carlos D, Interpol 

tumblr_n6xbrmCqDC1qcp7mao1_500È innegabile, gli Interpol migliori sono quelli degli esordi. Turn on the Bright Lights ed Antics restano ad oggi insuperati. Carlos Andres Dengler, aka Carlos D, è uscito dal gruppo nel 2010 senza incidere più di tanto in Our Love to Admire del 2007. Non è un caso che i gioielli della band newyorkese coincidano cronologicamente con il momento di massima creatività del suo bassista. Come spesso accade in ambito post punk/(new)new wave, le linee di Carlos si ispirano alle ‘classiche’ lezioni di Peter Hook (Joy Division) e Simon Gallup (Cure). Rispetto ai suoi colleghi contemporanei, però, Carlos rende più fitte le tessiture con passaggi complessi dal punto di vista tecnico e armonico. L’essenza ritmica dello strumento non viene tralasciata, ma il Fender Jazz nero di Dengler quasi canta insieme alla voce di Paul Banks. Zero effetti, pochi fronzoli e tanta melodia. 

eric-avery_janes-addiction-liveEric Avery, Jane’s Addiction 

Fateci caso: quasi tutti i migliori pezzi dei Jane’s Addiction cominciano con un riff di basso. Da quello criptico di “Three Days” a quello trasognato di “Summertime Rolls”, passando per la nevrosi street punk di “Stop!” e “Ain’t No Right”, o per l’annunciazione d’intenti di “Up the Beach”. Quelli in cui non è il basso il primo vero strumento a comparire, spesso hanno nello strumento a 4 corde il portamento essenziale: la violenza psicotica di “Ted, Just Admit It”, la geniale irriverenza di “Been Caught Stealing” o il funk acustico di “Standing in the Shower… Thinking”, sono tutti esempi del fondamentale contributo di Eric Avery alla band di Los Angeles, e quindi al rock di quegli anni tutto, visto che possiamo ben dire che senza Jane’s a osare e violare le regole, probabilmente non avremo avuto tali e quali gruppi come The God Machine, Alice in Chains, Stone Temple Pilots e chiaramente Red Hot Chili Peppers anni Novanta. Senza di lui, Farrell e soci sono diventati innocui, una coverband di ciò che erano. Non dimentichiamoci di Eric, quindi.

Alex_James_2014Alex James, Blur 

Non è obbligatorio inserire la quota brit pop ad ogni TOP 10, ma quando si tratta di musicisti come Alex James, non se ne può proprio fare a meno, nonostante l’odiosa frangetta e l’invidia per il fatto che questo personaggio, prima di buttarsi in un mare di formaggio – nel vero senso, non come Les Claypool – ha rimorchiato a go-go in tutta Europa e oltre. D’altronde è salito sul palco di una band di cui era la vera ossatura sonora. Prendete con attenzione “Song 2″, oppure “Girls and Boys”, oppure la stessa “Out of Time” e fate caso al basso. Non l’avevate notato eh? È Alex a reggere interamente la struttura delle canzoni con linee mai così ovvie come uno potrebbe pensare. Anche nell’ultimo successo “Go Out”, se Coxon è libero di graffiare e fare il porco comodo suo su e giù per il manico della chitarra, è grazie alla struttura messa in piedi da colui a cui Noel Gallagher augurò di morire di Aids. Per forza rosicava, oltre ad essere un gran musicista, era ed è anche un gran figo.

Joe Lally, Fugazi 

joe lallyTroppo facile scadere nella convenzione quando si parla di quegli dei dorati quali effettivamente sono i Fugazi, invero una delle più grandi band che il rock tutto abbia mai conosciuto. Contro di loro, al massimo pareggi. In termini di concept, stile, figosità, tecniche e ricerca del suono. Sono dei mostri. Quindi come non potevamo tralasciare il duo MacKaye-Picciotto nella selezione dei chitarristi, non possiamo ora fare a meno di includere l’incredibile inventiva di Joe Lally e del suo Music Man Stingray bass. I contro-inni generazionali che ha contribuito a forgiare (pensate solo alle linee di basso di brani come “Waiting Room”, “Turnover”, “Latest Disgrace” o “The Kill”, giusto per citare quattro periodi differenti della storia dei Fugazi), l’integrità artistica, l’approccio radicale, il sound con cui tutti, davvero tutti quelli che hanno messo su una band post rock e hardcore si sono dovuti confrontare, fanno del buon Joe un monumento vivente del rock alternativo americano. Il fatto che viva (o abbia vissuto?) a Roma con la moglie e la figlia, ce lo fa restare anche più simpatico.


Kim Deal, Pixies 

kim dealEntrata in punta di piedi, quasi per caso, essendo stata l’unica ad aver risposto all’inserzione pubblicata da Black Francis, Kim Deal si è ritagliata da subito un ruolo da protagonista nei Pixies. Il primo singolo della band di Boston, “Gigantic”, è scritto infatti a quattro mani col frontman, e vede addirittura Kim indossare con disinvoltura i panni di main singer. Anche il disco della consacrazione, Doolittle, è pieno di brani che si aprono con giri di basso che hanno fatto scuola: da “Debaser” a “Gouge Away”, passando per “Tame” e “I Bleed”. Uno basso minimale, rotondo, da canticchiare, più composto e meno fisico di quello di Kim Gordon (Sonic Youth). Il Fender Precision di KD ha prodotto giri con lo stampino, facili da eseguire e memorizzare ma mai banali. Le continue tensioni con Black Francis l’hanno allontanata gradualmente dai Pixies. Ha provato a ricominciare, imbracciando lo strumento col quale aveva iniziato a suonare, la chitarra (spesso i bassisti cominciano con le sei corde per poi cambiare strumento in corso) fondando le Breeders nelle vesti di leader della band. Tutto sommato non è andata male. Ma noi piace ricordarla con un Fender Precision addosso.


Nick Oliveri, Kyuss, Queens of the Stone Age 

nick oliveriPrima nei Kyuss, poi nei QOTSA Nick Oliveri è il bassista più noto e riconoscibile in ambito stoner e dintorni. Con i Kyuss ha suonato dalla fine del 91 all’inizio del 93, anche se precedentemente aveva suonato la chitarra con la primissima formazione della band, che all’epoca si chiamava Katzenjammer. Il suo contributo alle 4 corde è decisivo per la stesura di Blues for the Red Sun. Rimpiazzato dall’ottimo Scott Reeder, tornerà a collaborare con Josh Homme nei Queens of the Stone Age proprio nel momento di culmine della band. Col suo Fender Precision ha costruito un suono ruvido, veloce e sferragliante che traina le meravigliose hit di Rated R e Songs For the Deaf. Plettro e gain della testata Ampeg tirata allo sfinimento, pochi fronzoli insomma. Noto anche per le sue performance live incendiare e per i suoi problemi con la giustizia (in Brasile si presentò sul palco nudo!) è uscito da QOTSA per incompatibilità caratteriali con Josh Homme. Leader dei Mondo Generator non è riuscito da solo a mantenersi sui livelli di un tempo. Il suo amico Joshua, tuttavia, non se la passa molto meglio…

Jeff Caxide, ISIS, Red Sparowes, Palms 

jeff caxideSe è vero che la nomina di Justin Chancellor sarebbe stata troppo istituzionale, allora è più giusto menzionare il lavoro di Jeff Caxide. Il suono degli ISIS, passa necessariamente anche dal suo Music Man Stingray. È quasi sempre lui a segnare in maniera decisiva l’andamento dei brani. Potente e maestoso quando c’è da costruire un muro di suono in cui i singoli elementi si impastano fra loro al servizio del tutto. Creativo, liquido, a tratti psichedelico, nelle fasi più introspettive dei brani. Gli sbalzi di umore, i cambi di dinamica vengono spesso dettati dall’andamento quasi penzolante delle sue linee di basso. Ha citato come riferimenti gli Swans, i Cure e i Pink Floyd, e in effetti un improbabile incrocio fra questi tre elementi riuscirebbe in qualche modo a descrivere lo stile di Jeff. Per costruire un suono così Caxide si avvale della collaborazione di una consistente catena di pedali dominata da delay, flanger e un Fulltone Bassi-Drive.


Nick Chaplin, Slowdive 

nick chaplinI gufi non sono quello che sembrano. All’epoca, nessuno sospettava del bassista degli Slowdive, forse perché nonostante il suono languido e misterioso del tutto evocativo degli scenari e della colonna sonora di Twin Peaks, in pochi hanno ascoltato e ancor meno hanno capito la band di Reading, guidata sì dai tormenti di Neil Halstead e dalla sensualità della voce (e del viso) di Rachel Goswell, ma in cui fondamentale era l’apporto del buon Chaplin. Uno che, prima della reunion, per 20 anni non ha toccato il suo strumento, tanto forte è stata la delusione per l’ingiustizia subita e tardiva la rivalutazione. Lo inseriamo in questa selezione anche a fronte di questo, ma soprattutto perché in tutta la scena shoegaze non c’è un bassista che gli si possa minimamente avvicinare in termini di ricerca del suono, linee di basso, stile generale. Nick la sapeva lunga, forse anche sulla tragica fine di Laura Palmer. E poi che dischi che sono i tre degli Slowdive? Ma ci pensate ogni tanto?

  • Alessandro Romeo

    Manca un certo Bent però…..