TOOL & Tosca a Sydney (esatto)

E venne il giorno. La sera in fila all’entrata di uno dei complessi che fu delle prime Olimpiadi con il “2 davanti”. Il vento freddo e una strana agitazione addosso. È vero, la prima volta non si scorda mai ma sono le ore che la precedono, l’attesa snervante, i dubbi assillanti a renderla speciale. Dunque il mio primo pre-concerto dei Tool l’ho vissuto con l’ansia da prestazione (per loro), fatto che non mi era mai successo per nessun’altra esibizione dal vivo a cui ho partecipato. Per un fan post-10000 Days come me è stato tutto troppo facile.

Ricordo sempre quel pomeriggio di 5 anni fa quando incappai per caso nel video di “Prison Sex”, una delle rarissime volte in cui l’ho visto trasmesso in tv. Ero talmente affascinato e rapito dalle immagini che una volta finito non Untitledsapevo cosa avevo ascoltato. O meglio: sapevo di aver ascoltato qualcosa di meraviglioso (cos’era successo dopo le due strofe?) ma la mia mente non riusciva a replicare e a tradurre in note la canzone. Quella stessa sera la passai al computer, riascoltando e rivendendo; la mattina dopo possedevo già Undertow. Quando dico che per me è stata tutto rose e fiori, mi riferisco all’opportunità di aver avuto a disposizione tutto il materiale fruibile del gruppo fin da subito. Io non ho dovuto aspettare anni e anni, album dopo album; ho sempre avuto la pappa scodellata. E piano piano, quasi senza accorgermene, si è creato un velo di eterea leggendarietà. Ossia ogni volta che ascoltavo, quella musica riecheggiava in un astratto iperuranio ben distaccato dalla realtà e dalle epoche in cui è stata partorita. Lo so è sbagliatissimo, ma avevo 18 anni e non avevo mai sentito niente di simile. Sono arrivato là 2 ore prima del previsto. Attraverso la grande porta a vetri si potevano udire le note di “Hooker with a penis”. L’eccitazione e l’attesa aumentavano, il tempo non passava. E se mi avessero deluso? Se fosse andato storto qualcosa? Se non mi avessero fatto provare le stesse meravigliose emozioni di sempre? Voglio dire, non ero al concerto dei Ricchi e Poveri (con tutto il rispetto); c’era in ballo un enorme bagaglio affettivo musicale che veniva messo alla prova.

 

E venne il giorno. La sera, attraversando la città intasata dal traffico. Sceso dall’autobus, tranquillo percorro a piedi la passeggiata di Circular Quay. La vista dell’Opera House illuminata nell’oscurità faceva sempre un certo effetto; ma quella sera ci dovevo pure entrare. Mentre aspettavo all’ingresso la persona che mi accompagnava, non potevo far altro che ammirare la sua maestosità e chiedermi se i teatri all’interno potessero essere persino meglio. Ricordo ancora qualche anno fa quando ho cominciato a scoprire il mondo dell’opera. Ho cominciato con l’ascoltare singole arie e successivamente, come mi succede spesso, ho passato qualche mese completamente immerso in quel mondo per poi abbandonare quel grado di ossessiva dedizione gradualmente. Sono stato molto fortunato direi, per aver avuto l’opportunità di godere delle lunghe chiacchierate di un amico di famiglia che ha dedicato gran parte dei suoi novant’anni a quella musica che per me era ancora territorio inesplorato. E così venivo introdotto all’argomento in modo molto confidenziale, con gioia e attraverso un canale di conoscenza che oggi sfortunatamente non è praticamente più in uso ma che regala enormi soddisfazioni: la trasmissione orale. La ricchezza delle conoscenze e esperienze di vita non è minimamente paragonabile ad una fredda e autodidatta ricerca su internet, così come la Untitled1soddisfazione che leggi negli occhi di chi parla quando è consapevole di avere un paio di orecchie pronte ad ascoltare aneddoti e divagazioni sulla sua più grande passione. Mano a mano che mi passava del materiale da ascoltare venivo raggiunto sempre dallo stesso consiglio: “Posso darti tutti i DVD che vuoi ma finché non ne vedrai una dal vivo, non capirai mai la bellezza della musica lirica.” Beh, quella sera ero lì pronto a verificare. E lo dovevo a lui. Grazie Lido.

Insomma, alla fine entrai. La posizione era buona, un posto a sedere vicino al palco e si vedeva tutto perfettamente. Non so cosa avrei dato per poter andare in mezzo alla marmaglia di gente e scatenarmi con loro, ma avevo trovato il biglietto 10 giorni prima del concerto in circostanze quantomeno fortunate e non avevo il diritto di lamentarmi. Dopo mezz’ora-quaranta minuti i quattro fecero ingresso sul palco fra le ovazioni della folla, e in men che non si dica il vespaio distorto di “Hooker with a Penis” risuonò a tutto volume. A giudicare dalle intonazioni differenti adottate su alcune strofe, ho avuto l’impressione che Maynard ci andasse piuttosto cauto, forse per paura di steccare (a quasi 50 anni magari la voce non più quella di una volta). Dopo il concerto venni a sapere che non stava proprio a posto di salute, ma comunque grazie alla sua classe il risultato era assolutamente straordinario; e forse aggiungeva una sfaccettatura diversa per quel pezzo che ha sempre rappresentato lo sfogo selvaggio di Ænima. Dopo un breve saluto e l’avvertimento di non baloccare con foto e video (“Scegliete di essere qua  proprio in questo momento, e in nessun altro luogo”) è stata la volta del ritorno alle origini con “Sober”. Per la cronaca, il mio scioglimento emotivo è iniziato con “Schism” e “Pushit”, allungate a dismisura nelle loro parti lente e strumentali durante le quali la mia personale concezione del tempo cronologico era diventata ormai solo un lontano ricordo. Poi a sorpresa l’introspettiva “Intension” (mi aspettavo più “Right in Two” o “The Pot” dall’ultimo album) e a chiudere il primo “tempo” (sì, perché loro se lo possono permettere) “Lateralus” durante la quale ho raggiunto lo stato di trance perfetta derivato dal pericoloso miscuglio di commozione ed estasi (la canzone potrebbe essere durata un venti minuti per quanto ne so). Dopo qualche minuto di pausa, in cui fissando il palco momentaneamente vuoto ho provato profondo rimorso per i dubbi avuti un’ora prima, Danny fece il suo ingresso, da solo. Con l’aiuto di sonorità elettroniche, ha perpetuato un assolo assurdo di batteria alla fine del quale presero postazione gli altri tre. Un attacco dal nulla e Adam era già sulle note ossessive e incedenti di “Jambi”. Poi il trittico finale aperto da Justin con l’ipnotico incipit di “46&2”, passando per la solenne disperazione di “Stinkfist” e chiuso con la profetica quanto sarcastica “Ænema”. Parlando per gusti personali se ci fossero state anche “Vicarious” e “Ticks & Leeches” potevo morire felice un istante dopo la fine dello show, ma comunque sprizzavo così tanta gioia e adrenalina che mi sono fatto tutto l’Olympic Park a corsa per arrivare all’autobus. E quando sulla via per ritornare in città le mie funzioni vitali si sono ristabilite un attimo sulla normotonia, la domanda inaspettata che mi prese un attimo in contropiede: “Adesso che ho raggiunto la completezza del fan, davvero non mi resta altro che aspettare il prossimo album?”

All’inizio non ero molto convinto della scelta. Niente da dire sulla Tosca, ma sono abituato dal diffidare dei cosiddetti remake; infatti era ambientata nella Roma del periodo fascista invece che di inizio Ottocento. Ma avendo trovato un biglietto a 50 dollari, in un posto in cui di solito se ne pagano 300 non ho voluto farmi condizionare da inutili idealismi. Molto deluso dall’interno del teatro, piccolo, spoglio e con le sembianze quasi di un auditorium; sarebbe stato l’unico neo di una serata fantastica. Il Primo Atto si snoda fra la leggerezza del dialogo d’amore tra Tosca e Mario Cavaradossi e la tensione crescente del Barone Scarpia sempre più vicino sulle tracce dell’Angelotti. La trama sinceramente è un capolavoro, giusto compromesso tra semplicità e intreccio narrativo che si snoda agilmente verso il commovente “Te Deum” finale. Il pathos si fa più alto, quasi tangibile nel Secondo Atto, dove Tosca subisce la violenza psicologica di Scarpia i cui uomini stanno torturando Mario per farlo parlare. È l’Atto dove la ripugnanza e la spregevolezza di Scarpia sono protagoniste, e nel quale il senso di ingiustizia pervade nelle emozioni degli spettatori. Che prezzo ha la vita della persona che si ama? Fino a che punto si può arrivare per salvarla dallo strazio delle torture fisiche? Sono tutte domande reali, conflitti devastanti per chi segue con trasporto le ultime fasi concitate dell’azione. Nel Terzo Atto tutto sembra risolto per il meglio. Il canto di un bambino introduce la disperazione di Mario ormai nel braccio della morte che viene subito consolata da Tosca: l’esecuzione è fittizia, e non appena sarà terminata potranno lasciare Roma grazie al salvacondotto che Scarpia ha firmato prima di essere ucciso. Tutto sembra andare per il meglio, la tensione è momentaneamente dissipata e le atmosfere ritornano per un attimo leggere sulle note degli amanti che immaginano un futuro roseo lontano dalle ingiustizie del regime. Ma quando Tosca scopre che Scarpia l’aveva ingannnata e tenta invana di rinvenire il corpo dell’amato ormai esanime, la tragedia chiude il suo cerchio. Tosca canta disperata il suo dolore fino a che le guardie la mitragliano di colpi, in una scena finale che solo a ripensarci ricado nella commozione e nella pelle d’oca. Dopo la conclusione (si sentiva soltanto uno scroscio infinito di applausi) io e il mio amico ci siamo guardati entrambi sconvolti dall’emozione: per essere la prima volta all’opera avevamo assistito a qualcosa di meraviglioso; prima volta che sicuramente non sarà l’ultima.

Untitled2

articolo di Gianluca Bindi.