The Australian Report, part II

Sberla e manrovescio. Uno scossone, un risveglio traumatico come quelli in cui stai al letto più del dovuto e realizzi il ritardo solo una volta aperti gli occhi. Dopo 101 giorni di avventure bucoliche e due ore di aereo, Lei si ergeva imponente davanti a me. La mondanità della metropoli all’improvviso si manifestava in tutta la sua eleganza, ed aveva anche un bel nome: Sydney.
australian bus sydneyLuci, rumori, grida, schiamazzi, fretta e furia mi intasavano i sensi mandandomi in deficit di attenzione. D’un tratto ero iperstimolato dalla grande città tanto che non potevo restare fermo a non fare niente o rimandare qualcosa all’indomani. Pareva che Lei non mi avrebbe aspettato. E allora via, appena arrivato in treno a Central Station dall’aeroporto, a percorrere la seconda arteria principale che taglia il centro, Pitt Street. Una strada così dritta che sulla cartina pareva fatta col righello. L’ho fatta tutta, con lo zaino in spalla, quasi un po’ impaurito ma allo stesso tempo in fibrillazione vedendo quella vita alle 9 di sera (ormai non c’ero più abituato). Il cammino finiva a Circular Quay, il porto turistico da cui partono i traghetti per raggiungere le località situate sulla riva Nord della foce del fiume Parramatta. Ma soprattutto il luogo da cartolina per eccellenza della città: a sinistra potevo vedere il Sydney Harbour Bridge, a destra, vestita di orpelli di luce, l’Opera House. E la luna piena che sembrava adagiarsi appena sopra. Direi che l’accoglienza non è stata delle peggiori.
A questo punto potrei raccontare dei magnifici e immensi Giardini Botanici, che assieme ad Hyde Park costituiscono il polmone verde della città; di quartieri alternativi e hipsteristici come Glebe e Newtown che circondano le Università, patrie della popolazione studentesca; di China Town con la sua confusione asiatica, le bancarelle, i mercati e le scritte bilingue a due passi dal centro; di Darling Harbour, quartiere che si staglia attorno a Cockle Bay, così turistico che ogni sabato sera vede accalcarsi una moltitudine di gente in attesa che la baia spruzzi mezz’ora buona di fuochi artificiali che rendono felici i loro visi e corposi gli introiti dei vari McDonald’s, Sturbuck’s, Hard Rock Café, e degli infiniti bar e ristoranti al seguito. Potrei raccontare di Surry Hills, quartiere degli artisti, dell’anticheggiante The Rocks, della capitale dello sballo e della prostituzione Kings Cross, della gay-friendly Paddington e visto che siamo in Oxford Street continuare verso Est fino alla stupenda Bondi Beach piena zeppa di surfisti quasi quanto Manly, che però si trova a mezz’ora di traghetto sull’altra riva. Tutti luoghi belli e particolari ma che non catturavano la mia attenzione quanto un piccolo e onnipresente dettaglio uditivo. Ovunque andassi sentivo parlare la mia lingua. Da principio ho pensato che si trattasse di un’ondata anomala di turismo; ma c’era qualcosa di più e l’ho capito soltanto quando ci sono andato, nell’Italia di Sydney.
Le due parallele principali nord-sud del centro, George e Pitt Street finiscono il loro corso iniziato a Circular Quay esattamente davanti alla stazione centrale, dove confluiscono in un unico grande stradone che punta dritto verso Ovest e prende il nome del fiume. La Parramatta Road procede imperterrita superando Central Park, i Campus universitari ed Annandale. Fatti ancora qualche centinaio di metri la si lascia fare il suo corso, e girando a destra si entra in Norton Street. Siamo a Leichhardt (pronuncia tedesca), capitale italiana di Sydney. Il quartiere italiano poi si espande verso Nord fino alle rive di Canada Bay, lungo Ramsay Street (Haberfield) e la Great North Road (Five Dock). Passeggiando per le strade di questi sobborghi mi sono fatto trascinare dalle scritte, dai colori, dall’aria che si respirava, e soprattutto dal dialetto stretto (specialmente di provenienza Meridionale) che era espressione della maggior parte degli abitanti, con il quale rivendicavano qualcosa di molto lontano chilometricamente e (ormai) distante pure nel tempo: le proprie radici. Sono gli emigrati del Secondo Dopoguerra i quali venivano capiti dal sottoscritto soltanto quando si esprimevano nel loro inglese maccheronico. L’Italiano era un’altra lingua (quella del quotidiano della comunità italiana in Australia, o al massimo quella dei menù dei ristoranti), tanto che i loro figli sono quasi tutti di madrelingua inglese. Una comunità viva e molto rispettata dalla parte anglosassone, con tanto di targhe commemorative sparse per le strade principali che la ringraziano “per aver contribuito a migliorare e a integrare con la propria cultura la civiltà australiana” (parole prese da una statua dedicata specificamente agli italiani provenienti dalla Basilicata).
Parallelamente all’Italia integrata, rispettata e che ce l’ha fatta, ce n’è un’altra figlia della stessa terra ma protagonista dell’Esodo degli ultimi anni. Due generazioni e due Italie differenti, una che si ritrova esattamente al punto di partenza che fu dell’altra; come se in 60 anni in fin dei conti non fosse cambiato niente. E se l’Italia di prima si può udire nelle strade dei quartieri, quella odierna è sparsa in tutta la città, ma si ritrova sullo stesso autobus per andare a lavorare dai propri connazionali ormai residenti. Così il 438, che collega la città ad Abbotsford, simboleggiava a tutti gli effetti l’anello di congiunzione di questi dar2due mondi così simili ma totalmente diversi. Era il treno dei desideri, delle speranza, delle storie di vita. Ci sono diciottenni come Dario, che ha mollato tutto, ragazza compresa, quando la panetteria dove lavorava è fallita e un mese dopo stava ancora cercando un nuovo lavoro, così come gente di quasi 40 anni che si rimette in gioco come Carlo. Esperto di medicina alternativa con tanto di laurea conseguita in Veneto, è venuto qua con un solo obiettivo: il visto permanente. Anche a costo di lavorare 7 giorni su 7 in un supermercato o come lavapiatti. La risposta al mio perché mi è stata data subito, chiarissima. “Ho provato ad esercitare in Italia ma la casta dei medici continuava a mettermi i bastoni fra le ruote. Non potevo più andare avanti e a un certo punto ero davanti a un bivio: o mollare tutto e comprarmi una fattoria in Toscana, o partire per un altro Paese nel quale se divento residente sono libero di aprire un mio studio dove posso fare ciò che voglio. E siccome amo il mio lavoro, eccomi qua.” 
Quando la notte dopo un’intensa e faticosa giornata di lavoro quell’autobus si riempiva, diventava il ritrovo immancabile dove scambiare paragoni, dare e ricevere consigli, oppure semplicemente sfogarti se qualcosa era andato storto. In fin dei conti eravamo tutti sulla stessa barca, e più i giorni passavano e più si consolidavano le amicizie. Sono diventato molto amico di Lavinia, 21 anni, arrivata in Australia da sola “per dimostrare ai miei che so cavarmela anche senza l’aiuto di nessuno”. Devo a lei le chiacchiere in confidenza e la descrizione più pertinente di Sydney che ho letto proprio sul suo diario (“Questa giostra bellissima e piena di luci che ti porta su e giù, ma per salirci sopra devi pagare”). Il suo capo nel ristorante dove lavorava le doveva 1000 dollari di stipendio e da un momento all’altro questo ha chiuso l’attività e non si è fatto più trovare. Sulla giostra anche le scelte più nobili si possono pagare. Una notte invece stavo parlando con Danilo. Lavoravamo insieme in uno dei tanti ristoranti italiani a Five Dock. Mi raccontava la sua storia.

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“Ho fatto il sindacalista in un centro medico, sono stati due anni difficili, terminati con un esaurimento nervoso”. Lo rincuoro; il lavoro stressante, le pressioni, è normale tranquillo. Non avevo afferrato il concetto. “Non è per quello che facevo, non è per gli avvocati strapagati con cui mi scontravo ogni giorno e neanche per le pressioni quotidiane…” si bloccava. “Ma per i lavoratori che difendevo. Non partecipavano, potevi stampare volantini, immolarti per tutte le cause giuste del mondo ma poi…” e proprio nel momento più concitato ci passa accanto un altro ragazzo italiano che con fare rilassato gli fa: “Easy my friend, stai calmo”, e va via. Danilo riprende da dove era stato interrotto: “…ma poi arrivavo sempre al punto in cui mi sentivo dire le stesse identiche parole. Non c’è coesione, la gente non ha il minimo senso di comunità, capisci?” Aveva gli occhi un po’ velati. “Sono caduto in depressione e ho anche pensato di farla finita. Poi sono partito per il Nepal e l’India dove ho scoperto la meditazione. E così sono andato avanti.” Io in quelle parole ci ho visto la fotografia di un intero Paese. Anzi di un popolo. Se mi chiedessero come vedo il futuro dell’Italia le parole più positive che mi posso uscire di bocca sarebbero prospettive pallide. Parafrasando il grande Indro Montanelli, il nostro Paese è contemporaneo; senza antenati perché non conosce il suo passato e quindi inevitabilmente senza posteri. Per gli Italiani il discorso è diverso. Qualunque cosa accada riusciranno sempre ad avere un futuro brillante a causa della loro camaleontica capacità di adattarsi alle situazioni. Sto ancora cercando di capire se questo è un pregio o un difetto. Intanto le storie del 438 mi rimarranno in mente ancora a lungo.
scritto da Gianluca Bindi