Thank Lou

È morto Lou Reed. È morto Pedro. Sono morti ormai tutti coloro che hanno vissuto New York da borderline della pop-art. È morto vecchio, però. O lou-reed-10comunque molto più vecchio di quanto avrebbero potuto scommettere parenti amici. Il rock però sopravvive. C’è sempre un’eredità da spartire. Male che vada se la intasca lo stato (quindi le case discografiche: preparatevi alla resurrezione da ologramma del quarto millennio dei Velvet Underground mentre ci siete. Sì, quelli della Banana. Perché fino a oggi erano soltanto più quella roba lì). E voi vi domanderete: che c’entra Pedro? Pedro è Lou, nella versione “Dirty Boulevard” dell’album New York, un disco quasi di fine carriera ma che graffia come se fosse il primo giorno di scuola di chitarra a spasso per i vicoli americani che sanno di piscio. Pedro è lui, ascoltatela se potete (ormai gli strumenti non mancano, se ci mettete più di 5 minuti con mobile o tablet allora leggete un altro articolo, non è roba per voi): vive in un posto sfigato, Pedro. Fa parte della feccia. Si tratta male, si lascia andare. Ha nove fratelli e una sorella. Sa che quei vicoli saranno la suafine. Neppure l’arte lo potrà salvare, sempre che abbia più arte che parte.
Sogna si contare fino a tre e quindi sparire. O volare. Volare via. Volere volare. Il momento è arrivato. Vola Lou, o Pedro che tu sia. Ora puoi camminare nella parte più selvaggia. Al peggio non c’è mai fine.