Scott Weiland Still Remains

scott weiland RIP

A poche ore dalla notizia, tornano in mente tutti assieme i profetici scongiuri sparsi in così tante canzoni nel corso degli ultimi 23 anni. Da quelli del periodo d’oro del grunge, con il primo verso della prima canzone del primo album, passando per i momenti bui conseguenti il successo e le ingenerose critiche, fino agli ultimi scostanti capitoli di una discografia piena zeppa di errori di valutazione, compagnie sbagliate, inaffidabilità. È durato anche più del previsto Scott Weiland. Ha vissuto sull’orlo del precipizio fino a ieri sera, e prima o poi i conti col destino doveva pur saldarli. Nothing’s for free.

Ma la musica è cattiva, è una fossa di serpenti, e per uno che c’arriva quanti sono i fallimenti. Perché oltre che di se stesso, Weiland è una vittima del mondo del rock, come il coetaneo Layne Staley o più recentemente Amy Winehouse: il fallimento, la colpa, la rabbia, il disgusto vanno tutti nella stessa direzione. Questa morte è una vera ingiustizia. Magari da oggi sarà apprezzato anche da chi gli ha sputato contro sentenze nel tempo rivelatesi infondate, o forse no. A chi meritava, le sue canzoni sono arrivate. Sia quelle buone, che più o meno sono tutte quelle degli anni Novanta, che quelle di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, come quelle dei Velvet Revolver o degli ultimi innocui solisti. Sell more records if I’m dead. Purple flowers once again. Hope it’s sooner hope it’s near. … Down the river, down the river….

Qualcosa resta. Molto, in realtà. Almeno quattro album pieni di buone canzoni, alcune dagli hook irresistibili, più uno solista eccezionale, il primo, che col cavolo un Eddie Vedder o un Chris Cornell qualunque sarebbero in grado di produrre.

Core (1992) usciva con un anno di ritardo rispetto alla prima potente ondata del grunge, ovvero quella successiva a Nevermind dei Nirvana (ah, già, il manager dei Nirvana aveva scoperto anche gli Stone Temple Pilots), solo per beghe legali dovute all’utilizzo del nome originale della band, ovvero Mighty Joe Young, lo stesso di un vecchio bluesman che giustamente non ne voleva sapere di farsi confondere da quattro sbarbatelli californiani. Quando i Mighty Joe Young iniziavano la loro avventura suonando quelle che poi sarebbero divenute le canzoni di Core, correva l’anno 1989, ovvero lo stesso anno in cui i Mother Love Bone di Stone Gossard e Jeff Ament suonavano glam rock in giro per lo stato di Washington, e Mike McCready, Jerry Cantrell e Layne Staley erano nelle rispettive band hair-metal anni Ottanta. La prossima volta, chi è immune dal peccato, scagli la prima pietra.

Se vi manca Purple (1994), l’album formalmente più completo degli STP, non potete parlare di rock alternativo anni Novanta. Quelle dodici graziose melodie spaziano tra arrangiamenti punk rock a ballad – elettriche o acustiche – con una proprietà di linguaggio rarissima. Grunge vero, se mai è esistito, e mainstream nobile, di quello che ti va di ascoltare passati l’idealismo e l’acne giovanile. La regia dei cinque (veri) dischi degli Stone Temple Pilots, era affidata a Brendan O’Brien, che solo dopo il successo di Core era stato chiamato a mettere a punto Versus dei Pearl Jam (1993), scampato alla terribile produzione di Ten (1991).

Se le discografie di altri idoli dell’era grunge sono state caratterizzate da piccoli – a volte significativi – e progressivi spostamenti da una matrice iniziale, quella del gruppo di Weiland è stata spiazzante già arrivati a quello che doveva essere l’album della maturità, il terzo. O ditemi chi se l’aspettava Tiny Music all’epoca dell’uscita (1996)? Fu una sorpresa almeno quanto Adore dei Pumpkins, e piacque perfino alla critica! Grunge al sapore (melanconico) di brit pop, con virate verso il bossa nova: a riascoltarlo oggi… ecco, oggi, pensate se uscisse oggi un album così. Disco rock mainstream dell’anno?

Poi, in pieno boom nu-metal, e successivamente all’episodio solista 12 Bar Blues di cui abbiamo già accennato e che è presente a pieno titolo nella nostra TOP 100 Anni ’90, ecco N°4 (1999), l’ultimo sforzo degno di nota, e quello che forse più di tutti potrebbe coinvolgere chi oggi è in astinenza di musica rock dura, poco post-prodotta, eppure da sparare alta in hi-fi. Il grave errore fu quello di abbandonare questa strada, e tentarne altre che non hanno più portato a niente di pienamente buono. E di non rendersi conto che ci si doveva accontentare del tanto che si aveva ancora, visto che il mercato discografico, con l’avvento di Internet per tutti era ormai definitivamente cambiato.

In fondo non c’è realmente bisogno di prendere le difese, contestualizzare o parlare del contorno. Contano le canzoni. E Scott Weiland le sapeva scrivere. Per questo merita di non essere mai più apostrofato come copione. Di chi poi, concretamente. Perché i Nirvana semmai si sa da chi hanno preso in prestito il riff di “Come As You Are”, come si sa da chi i Pearl Jam hanno preso il riff di “Spin the Black Circle” e l’arpeggio di “Given to Fly”.

Insomma, meglio non entrare in questo ginepraio, e invece godersi la musica di un uomo magari miserabile, ma comunque in grado di arrivare nelle case di milioni di persone suonando dello stupido rock. What he wanted is what you wanted.

https://youtu.be/oP4AxWC7XOs