Running & Random

faccia da runner dopo una corsetta pomeridiana

faccia da runner dopo una corsetta pomeridiana

Ho ancora addosso pantaloncini e maglia tecnica sudata (che schifo). Mi sono solo tolto le scarpe e la fascia che avevo in testa. Mi sono seduto ancora prima di fare la doccia per scrivere questo pensiero a caldo, altrimenti me ne scorderei di sicuro. Mi tolgo dal braccio il porta-smartphone con il quale vado a correre di solito. Già, perché noi nerd del running sfruttiamo appieno le qualità della tecnologia. Il mio Android vecchio di qualche anno (obsoleto, dico la verità), che ormai funziona massimo per 3-4 ore continue se staccato dal cavo di alimentazione di corrente (e ho cambiato 3 batterie, cinesi e non, ma non c’è più niente da fare…), mi funge da misuratore GPS per calcolare il tempo al chilometro, il ritmo, la lunghezza del percorso fatto, oltre che da supporto multimediale che fornisce una ventina di gigabyte musicali. Sono uscito nonostante la pioggerella che bagna costantemente il parco periurbano dove faccio le mie frequenti uscite. Corro spesso, cerco di preparare una maratona entro l’anno prossimo, ma ripetuti infortuni (non gravissimi, ma sufficienti a tenermi lontano dall’allegro sgambettare) mi stanno facendo rimandare di mese in mese la data fatidica. Quello che stasera mi ha fatto decidere a scrivere questo post è stato un ragionamento nato durante la corsa terminata poco fa, uno scorrere di pensieri confusi e allo stesso tempo coerenti. D’altronde la corsa per me è sempre stata rifugio da ogni cosa, valvola di sfogo per gli stress quotidiani, e momento riflessivo di estrema utilità. In quei minuti di fatica la mia mente attraversa momenti di inaspettata lucidità, che spesso mi hanno portato a conclusioni che non avevo avuto il coraggio di fare altrimenti. Basti pensare che al quindicesimo chilometro di una corsa in solitaria per le colline umbre, ho capito che avrei abbandonato la mia vita da ricercatore in genetica e biologia molecolare per fare un salto verso il vuoto e cambiare totalmente stile di vita… di questo magari ne parliamo un’altra volta. Queste righe nascono da un pezzo che il random del mio lettore musicale ha tirato fuori da non si sa bene dove, roba che non ascolto più da secoli ormai. È Freedom Run dei Kyuss.

Si sa, i random degli aggeggi musicali, siano essi iOS o Android, hanno una coscienza propria e decidono autonomamente che verso far prendere alla situazione, sia essa una corsa, un viaggio in treno, una cena fra amici (per quelle serie si fanno le playlist, lo so che lo sapete). Windows se non ricordo male dava molte meno soddisfazioni al riguardo, ma dovrei riprovare, sono secoli che non accendo un media player. Magari nel frattempo anche Bill Gates ha messo il pepe al culo ai programmatori e le cose sono cambiate. Il random, dicevo. Il mio, per comodità, da questo momento in poi lo chiamerò Silvano: il primo nome che mi viene in mente. Stavo corricchiando, senza forzare troppo che ultimamente non è il caso di fare gli Abebe Bikila de noantri, visto che come aumento un po’ i ritmi si rompe qualcosa del mio ormai tendente all’anziano apparato muscolo/scheletrico. Poi parte quello slide di chitarra effettata che introduce il pezzo. E poi la voce di Garcia che ripete come un mantra “Freedom run, Freedom Run, Free to run”, prima di far partire quella bomba che è il pezzo vero e proprio. E io inizio ad aumentare il ritmo piano piano, senza quasi rendermi conto. Arrivo a fare un tempo sul chilometro che non facevo dai fastosi periodi migliori. Quando parte il pezzo successivo, sono quasi infervorato. Ed è 100°.

Sempre loro. Mentre corro saranno 8/9 C° con un’umidità che entra nelle ossa, e Silvano ha deciso che oggi si accelera con i Kyuss, che ho sempre associato a caldo, sudore, polvere, deserto. Ma non skippiamo, anzi. Facciamocela prendere bene, e vediamo cosa succede poi, visto che il risultato è un bel ritmo, una gamba bella sciolta come era un po’ che non succedeva. D’altronde quel simpaticone di Silvano ha tirato fuori un gruppo che avevo caricato in memoria solo perché non più di una settimana fa avevo fatto un viaggio fra Texas e Louisiana a trovare un caro amico (a testimonianza di ciò allego un’immagine esplicativa).

diorama con scene di caccia di fauna autoctona, arredamento tipico delle aree di servizio a Cameron, confine fra Louisiana e Texas

diorama con scene di caccia di fauna autoctona, arredamento tipico delle aree di servizio a Cameron, confine fra Louisiana e Texas

Come colonna sonora per le interstate lunghe e dritte come un fuso che attraversano il sud degli States i Kyuss ci potevano stare. Per lo stesso motivo erano in memoria The Men, dal quale l’audace calcolatore mi va a pescare un pezzone bello tirato, Half Angel Half Light.

Per l’uscita giornaliera avevo previsto una decina di chilometri, per reiniziare dopo qualche giorno di stop, in vista di una mezza-maratona a metà dicembre e provare a preparare la gara. Sul pezzo dei Men sono ormai quasi a fine corsa, intorno al nono chilometro, ma continuo ad andare perché mi è presa bene, ormai. Il problema sorge quando Silvano, evidentemente in combutta con il demonio, sceglie come chiusura Third Eye dei Tool che dura quasi quattordici minuti.

Un pezzo come questo non lo interrompi, una volta che è partito. MAI. È scritto col sangue in qualche antico manoscritto ritrovato nelle grotte degli Esseni, è risaputo. Potrebbe altrimenti causare sventure e maledizioni che manco Indiana Jones alle prese con i Thug del Tempio Maledetto. Risultato: ho corso quindici chilometri, cinque in più del previsto. Stanco morto, ma soddisfatto. Morale della favola: invece che spendere soldi in motivatori e personal trainer, portate certi dischi nei lettori musicali quando fate sport. Si spende molto meno.

PS. Per chi non credesse alle performance sportive del sottoscritto, posso allegare una traccia in GPS, da richiedere in privato, per ovvi motivi di privacy :)