Quanto dista? Quanto tempo? Tanta strada, tanto tempo

squareGrunge a chi?
A chi viene da Cincinnati, la città più retrograda tra le metropoli americane?
Dove tutto è indietro di dieci anni (quindi più o meno alla stregua dell’Europa)?
A chi per secondo in assoluto firma un contratto Sub Pop nel 1991 senza essere di Seattle?
A chi per primo entra nelle grazie dell’etichetta più cool del momento tra le band emergenti che preparano i bagagli a est di Denver?
Grunge, perché mai?
Perché un giorno un tizio s’è svegliato e ha avuto un colpo di genio?
Perché semplificare è bello?
Perché tira di più?
Perché se ci sei bene, altrimenti tanti saluti e arrivederci a mai più, metallaro, poser o uomo dal gomito fuori dal finestrino?
I dubbi attanagliano l’uomo, pensate allora un galantuomo…
Alternativi a chi?
Gli Afghan Whigs del 1993 erano alternativi a tutto.
Nelle vibrazioni, nelle tematiche, nel letterario a tratti cinematografico così lontano dagli anni del punk 2.0.
Quello rielaborato.
Senza noise. senza esperimenti, senza la formula apparentemente magica del crossover.
Senza grunge ma dentro il grunge.
Nell’io che parlo con te, nell’io che mi metto nudo di fronte a lei e di fronte a voi.
Lui è maschilista, ma non sessista.
E’ carne, ma carne equivoca.
E’ carne come lo era il rhythm’n’blues, zucchero come il soul, alcool che evapora come il blues.
Spirito blues ma senza blues.
Come una New Orleans qualunque nel 2014.
Una recitazione esplicita, ermetica solo perché queste canzoni son storie che non sai mai dove vanno a parare.
Io, galantuomo, tu, donna sempre diversa.
La ragione (“I got a dick for a brain / but my brain is gonna sell my ass to you”) e il sentimento.
Rock steady, ma sbranato dal desiderio e slabbrato dai fraseggi.
Passionale.
Devastato.
Fotografico.
Lurido e tenero.
Come la dicotomia tra azione e pensiero: il primo detta i tempi della realtà concreta, il secondo va a doppia velocità.
Come qui fossero nel primo caso la ritmica e nel secondo le chitarre frullate.
Ballate escluse.
Quelle vanno per conto loro.
Ti aprono in due.
Il suono e le timbriche sono quelle, le riconosci.
Eppo la produzione che non manca il bersaglio.
L’effetto è un sincopato mai sentito prima.
E adesso saranno nuovamente tra noi.
La nostra maledizione.
Nell’attesa, la domanda resta sempre e soltanto una:
Quanto dista, quanto tempo?

 
gentlemen
“Cosa dovrei dirle? Tanto sta per chiedermelo. Se faccio finta di nulla la situazione poi diventa antipatica. Vuole sempre capirne di più del passato…”

“La vostra attenzione, grazie. Spegnete le luci. Adesso.”

“Lasciate che vi parli di questo amore, del mio amore. Mi dà sempre di più. Non è mai stato abbastanza.”

“Questa notte finirò all’inferno per cosa ho fatto. Non è rimorso. È soltanto la verità.”

“E ogni notte che abbiamo trascorso a letto mentre guardavi il muro ti avessi anche solo una volta sentito urlare… avessi sentito che eri viva… invece che guardarti mentre ti lasciavi andare…”

“Il lezzo delle tue bugie affonda ancora nella mia memoria.”

“E lasciami bere! Fammi collegare un attimo. Mi sa che sto letteralmente sbavando…”

“Un animale. Inizia la claustrofobia… Pensate che io abbia paura delle ragazze? Beh, forse, ma di voi non ho paura…”

“Schiavo è l’unica parola adatta a descrivere ciò che provo.”

“Mia dolcezza, my everything.”