No agli hipster della birra

Mi piace classificare le cose e soprattutto le persone, lo ammetto. Oggi ce l’ho col nerd delle birre filanti.
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Non ho dimenticato le serate al pub negli anni 90 in cui era già un’esperienza trovare la Guiness spillata bene o la Kwak e la Chouffe servite nel loro tradizionale calice. Le discussioni sulle varie etichette della Chimay o di ritorno dai paesi slavi, il voler raccontare il gusto liscio e pulito di certe bionde a chi mandava giù Heineken a refe doppio (magari abbinandola al mito ormai fortunatamente terminato del concerto di Vasco a Imola). Sono uno di mentalità aperta e di grande curiosità quando si tratta di provare nuovi sapori. Ma a tutto c’è un limite.

Tutte queste birre che definisco filanti per quanto sono piene di lieviti – che mandarne giù una è come farsi un piatto di pasta in termini di calorie – su di me non attaccano come non attacca il vino finto-biodinamico (solo i bambini dovrebbero credere alle favole, invece sono spesso gli adulti a credervi) del finto-contadino che spunta, è brettato, difettoso, o che ci trovi dentro la sporcizia (per la serie mangia e bevi) e che basterebbe portare ad analizzare in laboratorio per scoprire che in realtà non neanche così “naturale” come viene venduto.

Per altro, questo genere di birra credo vada davvero in controtendenza rispetto a quello che si dice stia accadendo nel mondo, ovvero rispetto alle previsioni di una sempre maggiore percentuale della popolazione mondiale intollerante alle farine e ai cereali più comunemente utilizzati, anche nelle birre.

Per quanto sia ben consapevole che siamo già oltre la tendenza e che tutta questa roba presunta organica sia destinata a restare, dopo averne provate tante, troppe, io voglio chiamarmi fuori questa corsa alla ricerca dei nuovi provetti mastri-birrai sint20sixtus20vrolijke20paterse vignaioli fai-da-te. Non è come nella musica dove il meglio oggi come oggi viene fuori praticamente solo dal sottosuolo indie composto e spesso anche registrato a casa (senza dimenticare che fior di band come Vampire Weekend o Arctic Monkeys alla fine girano chiaramente su circuiti mainstream).
Intendiamoci, non sto dicendo che tra una Budweiser americana (manco quella originale ceca) e una Sint-Sixtus…  prenotata 6 mesi prima rilasciando la targa della macchina preferirei la prima. Solo che se devo bere una birra, vado sui classici birrifici belgi ormai già abbondantemente arrivati nelle enoteche e perfino in molti iper-mercati. Roba buonissima, per qualcuno qui pure alternativa se si pensa che la birra sia solo Moretti, Peroni o al massimo l’ottima Menabrea, ma che in realtà è appunto roba dello stesso status di Menabrea, quindi tutto meno che di piccola produzione indipendente. Figuriamoci se al ristorante poi vado a spendere quasi quanto un vino ormai per un prodotto che l’uomo può riprodurre in quantità comunque infinita quando vuole e dove vuole, a prescindere dalla stagione e dal corso degli eventi della natura. Non scherziamo: la birra è una bevanda piacevole e che si abbina facilmente a quasi tutto, ma non potrà mai valere quanto l’ingegno, la scienza, l’esperienza e il cuore che occorrono per fare vino o distillati.

I radicalismi degli intenditori da birra (spesso tuttologi da web che parlano anche di musica, cinema, libri, food e culture varie come ne sapessero sul serio) proprio non li mando giù. L’hipsterismo che ha invaso il mondo del vino è già troppo. Per questo mi è piaciuta moltissimo la serie di pubblicità della Budweiser intorno all’evento del SuperBowl, per quanto becera, sprizzante odio e repubblicana. Una specie di “sappiamo che esisti e da adesso in poi ti prenderemo per culo”. Così come i fanatici di birra artigianale hanno già mandato il loro messaggio di risposta a quella campagna pubblicitaria.

Ma tranquilli, niente “beer commercial rock” a chiudere questo post…