Liturgie alienanti: Forest Swords al Circolo degli Artisti

_MG_1914Terminato il concerto di Forest Swords, la luna non-più-piena è un occhio spalancato sulla Via Casilina Vecchia, ed il rubicondo neo di Marte brilla ad un paio di spanne di distanza. I suoni che per oltre un’ora ci hanno travolto potrebbero benissimo provenire da lassù, o dall’altra parte del globo terrestre, campionando colpi di gong dell’Indocina e le basse frequenze delle vibrazioni di radici che avanzano sotto la terra pesante delle foreste malesiane – ma è stato sufficiente presentarsi il 14 aprile al Circolo degli Artisti, nella capitale, per assistere allo splendido concerto fabbricato da Matthew Barnes: unica mente di Forest Swords, artista poliedrico, che l’anno scorso ha regalato al mondo Engravings, osannato da gran parte della critica musicale come una delle migliori gemme nascoste della sconfinata miniera musicale.Ben nascosto questo gioiello, avevo pensato, poiché quando io, Nadja e Lenhard (pseudonimi che riflettono il multiculturalismo della serata) arriviamo al locale lo staff è più numeroso dei clienti. – Forse siamo arrivati troppo in orario, – mi fa Nadia, e non posso che darle ragione. Al Circolo i concerti iniziano almeno un’ora dopo l’orario stabilito, ma ci siamo abituati; per cui proviamo a riempire il tempo e a prepararci psicologicamente all’evento: compriamo tre birre al pakistano poco distante – camminiamo infretta, è aprile ma c’è un freddo inusuale – che scoliamo prima di rientrare nel locale (il potenziale pubblico è aumentato di una ventina d’unità), e ci mettiamo in attesa, seduti a terra contro il muro, nella sala ancora vuota. Il palco è sobrio: un tavolo ricoperto da un telo nero sulla destra, posizionato ortogonalmente a noi, sarà la postazione di Matthew Barnes; a sinistra, un basso nero poggiato sugli amplificatori, che verrà suonato da un barbuto ragazzo di nome James. Proiettato in fondo, troneggia il marchio della LSWHR, l’associazione dei ragazzi che ha reso possibile questo concerto. Sono da poco passate le 22, quando il dj, Ben Saadi, dalla sua console posizionata al centro della sala mi chiede l’accendino. Lì capisco che la serata è ancora all’inizio, e i set del ragazzo che ha cominciato a fumare presenzieranno prima e dopo l’evento per il quale abbiamo speso i soldi per il biglietto. Un sandwich: comunque di ottima fattura, il cui pane alla bassa frequenza riempie gli stomaci e le casse toraciche degli astanti. Manca ormai poco: faccio tappa al bagno, mentre Lenhard comincia a scattare qualche foto, e noto che la sala si sta riempiendo;d’altronde sono quasi le 23, e fuori si gela: è probabile che qualcuno sia capitato al locale per caso, alla ricerca di un posto al caldo, ma non poteva essere più fortunato. In bagno, una ragazza – con un tutore verdastro al braccio sinistro – che di fronte allo specchio si cura gli ultimi dettagli con un lucidalabbra, mi fissa, ieratica (la scorgerò più tardi in prima fila, estasiata dai loop ipnotici, e scatenata). Un quarto d’ora dopo, l’atmosfera è carica di aspettative. Le luci si abbassano.Matthew Barnes sbuca dalle quinte di sinistra. È un ragazzo mingherlino, e nonostante la scarsa luce si riescono a notare i capelli rossicci e la pelle diafana.
(– Ma è irlandese? – mi domando stupidamente ad alta voce.
– No, è di Liverpool, – mi corregge Lenhard.)

Con lui c’è James. Barba puntuta e compatta. Ho un moto d’invidia per la sua peluria facciale, ma passo oltre. Lui imbraccia il basso. Un tappeto sonoro s’innalza, e subito dopo riconosco le campane dissonanti di Rattling Cage: mi sento a casa. Può capitare nella vita concertistica d’un ragazzo, appassionato di musica senza restrizioni di genere, di partecipare ad una serata dove gli artisti sul palco sono sì conosciuti, apprezzati, si è letto recensioni su di loro, e magari fanno anche parte della propria collezione di “follow” su twitter o dei “mi piace” facebookiani, ma comunque non li si conosce a memoria, non li si è sviscerati fino in fondo – dopotutto, il numero delle proprie band preferite è limitato – e dunque si rischia di non individuare immediatamente la traccia che ora rimbomba in sede live. Ma i segmenti spezzati di Forest Swords non si dimenticano facilmente: il mio primo impatto con i due EP Dagger Paths e Rattling Cage fu estraniante, e le melodie dissonanti s’erano già ficcate nel mio subconscio dopo pochi ascolti, ed anche Engravings non aveva impiegato molto per attecchire nel mio cervello: s’era subito inciso, come da titolo dell’album. L’esperienza di riascoltare ritmi ed arpeggi già radicati nella profondità della memoria a volumi iper-sostenuti non poteva che essere liberatoria.

Sullo schermo in fondo, passano visuals create dallo stesso Matthew – arriva l’introduzione cristallina di Ljoss – veli in movimento, figure femminili dal volto nascosto, bolle di sapone che riflettono filari di lampadine appese nel vuoto. Terminata la traccia, Matthew finalmente si rivolge al pubblico: – Roma! – esclama. – Grazie, – aggiunge dopo un attimo di esitazione. Sullo sfondo, un tessuto verde ricamato con motivi spiraleggianti annuncia The Weight of Gold, uno degli apici della serata: le linee dub del basso suonato da James avvolgono il pubblico in una morsa incantatrice, ed i beat scardinati amministrati da Matthew ci tirano i tendini come fili di burattini. Mi rendo conto che i miei movimenti sono piuttosto sgraziati, ma non riesco a fare altrimenti.

La serata prosegue con lo stesso mood: echi da un regno oscuro, atmosfere marziane, teofanie armoniche. Capisco che questa non è musica di semplice intrattenimento, ma c’è qualcosa di più. Mentre il mio corpo è posseduto dalla marcia frammentata di Friend, You Will Never Learn – sembra che abbia perso il controllo dei muscoli, come un iniziato ai misteri eleusini – mi improvviso antropologo: sembra che nell’epoca dell’estinzione dei riti ancestrali, della perdita delle tradizioni, si percorrano nuove strade per soddisfare il bisogno di un qualcosa che chiamerò spirituale e che nell’attuale modello di vita fornitoci dal bombardamento mediatico e dall’imperante tecno- capitalismo non viene granché considerato; forse una di queste vie è l’aggregazione comunitaria, fattore principale d’ogni cerimonia religiosa, che si attua ad ogni concerto – e, di fatto, negli ultimi tempi molti artisti hanno perseguito una ricerca personale più ricca di significato, connotata da una certa spiritualità messa in primo piano (penso, spaziando da un genere all’altro, agli inni evangelici di Sufjan Stevens, allo scavare nell’interiorità di Panda Bear, o al concerto di Tim Hecker a cui ho assistito l’anno scorso all’interno di una chiesa metodista). Matthew Barnes è il sacerdote sul palco; io, assieme agli altri, sono il theoros, lo spettatore che partecipa attivamente al culto, portato su quest’onda dal continuo rimando onirico ad altre culture, dimenticate o future, intrecciate nella trama musicale che stiamo ascoltando. Provo ad esporre il mio ragionamento a Nadia, che mi risponde con uno sguardo perplesso. Avrò sovra-analizzato un po’ troppo la situazione, spengo la spia della ragione. Banalmente: qui c’è poco da pensare, molto da sentire.

James ci saluta, ora il palco è solo di Matthew. Il clima si fa più rarefatto, la tensione ritmica sembra calare, ma sui sample vocali di Gathering la cassa si fa irresistibile. Matthew, di cui si scorge solo la silhouette, si muove come un cobra, e basta guardarsi intorno per notare come la maggior parte del pubblico è ad occhi chiusi, stregato. Vedo immagini di nebulose sullo schermo, e rami gocciolanti di neve che si scioglie, poi chiudo gli occhi anch’io.

Dopo oltre un’ora di liturgia alienante, la penultima traccia viene spezzata d’improvviso. Silenzio. – Last one – ci dice Matthew al microfono che è stato adoperato solo per questi brevissimi intermezzi. Sembra un pezzo inedito, che lascia comunque soddisfatti. Terminata la serata, io, Nadia e Lenhard ci dileguiamo, la messa è finita: e con un orizzonte più spalancato torniamo alle nostre attività di comuni mortali, con la sensazione sibillina di aver speso finalmente i nostri soldi per qualcosa di valido, e lo spirito martellato, arricchito, dal ferro caldo delle onde sonore di Forest Swords.

REPORT DI DARIO DI PAOLANTONIO

foto di: Leonardo “Lenhard” Ingala