L’ascolto è intelligenza e la soddisfazione è percezione pura

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Il tramonto di una giornata di sole, la strada verso casa mia, camminavo con le cuffie nelle orecchie, Songs: Ohia, The Magnolia Electric Co., occhiali da sole e un cielo ancora troppo azzurro, l’ombra dei pini cadeva e scompariva un passo dopo l’altro, l’orologio puntava le sei e cominciava in quel momento “The Old Black Hen”. E mi ha colpito una imprevista sensazione di leggerezza. Di appagamento. Di per sé io sono contro la soddisfazione (li chiamavano tristofanti), il più delle volte è una manifestazione di ingenuità. Preferisco la serenità, che ha più a che fare con l’accettazione delle antinomie, con l’incoerenza – se volete con la rassegnazione, ma quello è un punto di vista, oppure (ma solo per alcuni) di età. Però in quel momento mi sono sentito del tutto appagato, non c’era niente che desideravo eccetto quello che stava accadendo, e che è accaduto per quei venti secondi che non sono stato a pensarci. Nulla di che, eppure ha significato un qualcosa nemmeno così scontato: non è il momento di cominciare un trattato sulla felicità, ovvero (per quanto mi riguarda) riscavare nelle reminiscenze del Leopardi dialogato, mi limiterò a dire che la sensazione di compimento (leggi “fantasma che inseguiamo di continuo”)  ci accoglie davvero solo nei momenti di irriflessa spensieratezza. Neppure raggiungere  traguardi che ti sei preposto dà quel tipo di soddisfazione: nonostante la gioia, lì c’è subito il nulla ad accoglierti (del resto, togli a un uomo i suoi obbiettivi e resterà solo un involucro vuoto. Vogliamo parlare di nirvana? Meglio continuare), e invece lì, in quei venti secondi in cui c’erano gli alberi, il sole a mezz’asta, il blues rock perfetto, lo stesso ritmo nei passi… era un momento di ascolto assoluto. (ecco la parola magica). In un certo senso io non esistevo se non come estensione sensoriale: occhio, orecchio, tatto nella percezione dei passi, della brezza fresca e dei raggi di sole caldo. Dicono che sia questa la chiave dell’appagamento: esistere come ascoltatore muto. Poi ci puoi mettere dentro tutto: la meditazione, svariati tipi di droghe, divagamenti olfattivi di proustiana memoria… la verità è che chi pensa troppo è destinato ad essere triste. Lo dico con autocommiserazione e un certo narcisismo, e poi nessuno esclude che dalla malinconia o anche dalla disperazione possa nascere una forma di piacere del tutto irrinunciabile (ma lasciamo stare Dostoevskij). È però vero che se non hai una buona acutezza di pensiero, queste cose sì ti capitano, ma poi non sai dire perché, ed è del tutto inutile – il che è sostanzialmente la differenza tra il progresso umano e l’evoluzione genetica (vistormd122dvv_by_ineedchemicalx-d684a1nva i voli pindarici). Ma per restare in tema, e anzi per arrivare dove voglio arrivare: se sei una persona qualsiasi, queste cose non le sai decifrare. Se invece sei uno come noi, dove con noi intendo quelli che ascoltano tanta di quella musica da farsi venire il mal di testa tutti i giorni (ergo suppongo le sole persone potenzialmente interessate a frequentare un sito come questo), beh, allora è diverso. Mi piace pensare che, nell’improbabile caso in cui il mondo dovesse davvero salvarsi, a salvarlo potrà essere solo la musica. Lo so, non è nient’altro che una forma di romanticismo, e l’idea dell’happy end, da Cristo a Biancaneve, è solo una vulgata. Ma il succo è che c’è una sottile differenza tra una persona intelligente e una stupida: la prima sa ascoltare, la seconda no. Non ho mai incontrato idioti davvero capaci di ascoltare. E quello che facciamo noi non è altro che questo: scegliere un album, premere play sul lettore e stop su noi stessi. Poi non ti riesce sempre, né sempre è consigliabile azzerarsi: è necessario mettere in relazione le cose per formare un giudizio. Conoscere, se lo riduci all’osso, non è altro che stabilire differenze e ipotizzare conseguenze. Però, se davvero il bene esiste, se davvero vorremmo rendere le nostre vite piacevoli, magari meno complicate, magari meno impregnate di asfissiante ipocrisia… allora la soluzione sta nell’imparare ad ascoltare. Ed è per questo che generalmente mi capisco al volo con i musicodipendenti, e molto meno coi non-intossicati (devo citare Jimi Hendrix?). Però sia ben chiaro: quando dico “ascoltare musica”, intendo ascoltarla per davvero. E c’è un motivo se si parla di alternativo: se la musica la ascolti per davvero, certe cose prima o poi capisci che sono solo messe in scena. Magari ci metti del tempo, ma te ne accorgi. Non sto a dilungarmi oltre, ma questa postilla era necessaria: se no sembra che puoi accendere su una qualsiasi stazione radio e metterti in fila per salvare il mondo.

 

  • Thomas Borgogni

    Condivisione massima. Wow, bellissimo articolo.