La fragilità dell’essere nel Trono di Spade

Difficile anche solo stabilire un picco di popolarità: Il Trono di Spade continua a conquistare nuovi seguaci, aumentando ascolti e vendite cartacee in maniera vertiginosa. Se gli aspetti che danno alla serie una sua precisa identità sono diversi, e tutti importanti, uno in particolare stupisce e va a cambiare in qualche modo la percezione delle storie che ci vengono rappresentate: l’assoluta precarietà delle situazioni e l’assenza di stabilità nella vita di chiunque è qualcosa di nuovo per noi, abituati a vedere portati avanti sempre gli stessi, irriducibili protagonisti. Campioni di sopravvivenza, predestinati al successo finale. A volte, se sono più di uno, qualcuno ci lascerà le penne prima del traguardo ma il gruppo rimane quello dall’inizio alla fine.

Vallo a dire a George Martin.

Prostituta personale, figlia di un sovrano, guardia incaricata di scortare un prigioniero, cavaliere, ragazzina, Re: chiunque potrebbe dover lasciare la propria città da un momento all’altro, essere fatto prigioniero e trovarsi a vagare per boschi e vallate con i propri nemici, o essere ucciso. Senza preavviso alcuno.
Si tratta di un punto di forza decisivo perchè la componente di imprevedibilità pervade tutto e tutti: restiamo attaccati alla tv o ai libri osservando personaggi che per quanto determinanti fino a quel momento potrebbero vedere il loro ruolo radicalmente ridimensionato, o ritrovarsi semplicemente morti il giorno dopo. Addio al protagonista invincibile, il mondo è crudele, pericoloso, vero. Crea dipendenza proprio perchè tutto può succedere, le regole di sopravvivenza valgono per chiunque, che abbia in testa una corona o sia solo un contadino generoso verso i forestieri.

Chi non ha nominato almeno una volta il Signore degli Anelli per dare qualche minima coordinata a un novizio alzi la mano. Ebbene Frodo e Sam, quelli che dormivano a lato dei sentieri mentre Smeagol si chiedeva se cercare di strangolarli o meno, non durerebbero una settimana. L’eroe solitario, quello che raggiunge traguardi insperati tra mille sofferenze, simbolo a cui siamo stati abituati da decine di anni e storie, sarebbe semplicemente fuori posto in mezzo alla strage sistematica di personaggi che è in corso fin dall’inizio.

Un paragone da cogliere solo in valore assoluto, ovviamente, data la distanza tra la monumentale ode all’amicizia e all’aiuto reciproco di Tolkien e questa serie. Game of Thrones ci riporta con i piedi per terra, ricordandoci che le persone parlano alle nostre spalle, cercano in noi qualcosa di utile per loro stessi e ogni minimo errore lo pagheremo, sempre, a caro prezzo. Quanto ci piace farcelo ricordare a cadenze regolari.

Godiamoci quindi le vicende di personaggi sempre sul filo del rasoio, coscienti o no della cosa. L’importante è non affezionarsi a nessuno di loro, piuttosto sperare di vederlo morire in maniera dignitosa. Anche qui, però, nessuna certezza.