LA Dino Compagni 2014

Inauguriamo con questa selezione l’anti-rubrica cinematografica di Messer Dino Compagni. 

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LA Dino Compagni 2014

Discorso sul metodo:
L’educazione cinematografica si affina sul tempo. Servono, è vero, strumenti critici ma solo nella misura in cui si tenti di decodificare stili, codici e allegorie all’interno di un’opera. Il mero “entertainment” non è ragion sufficiente per la visione di un film, ma è un modo semplice di fruire della proiezione. Un buon metodo per oggettivare le proprie reazioni innanzi all’opera di un cineasta è mettersi dalla parte del regista. State pur certi che un artista/professionista -a nche fosse un meccanico executive man - non ragionerà in base alle logiche secondo cui i film vengono classificati presso la stampa online o fisica. O meglio: questa distinzione marca la differenza tra un executive che ha il solo scopo di dare al pubblico ciò che vuole e un entertainer che ha qualcosa da dire (incluso il modo in cui lo dice). Ecco perché al posto delle solite note tecniche troverete alcuni spunti di riflessione suddivisi in:
Atmosfera: il luogo dove si svolge l’opera, compreso il luogo del tempo dove si svolge l’opera. Svolge il ruolo che fu della trama. Sono sempre più persuaso che quando si raccontano storie -sacre o profane- sapere di cosa si sta parlando affina un gusto crasso, estemporaneo e solipsistico come la fame chimica. Fa per me o non fa per me? E chissenefrega. L’opera di un regista dovrebbe veicolare emozioni non desideri; è lui la guida olistica al messaggio contenuto. Qui elencherò anche i simboli dell’opera tratteggiandoli appena, come dei tags.
Ritmo: sarebbe una digressione interessante ma estremamente lunga. Il ritmo è l’ordine del movimento, quella sorta di struttura fluida che imbriglia la successione temporale del movimento, che altrimenti si disperderebbe. Usando una metafora è come lo strato di penombra del crepuscolo che permette al giorno di morire e alla notte di nascere pur rimanendo eterni e sempre gli stessi, sebbene sempre divisi. Nei film la misura visibile del tempo è l’immagine, o più precisamente la successione di immagini. Il montaggio interviene attivamente sulla fluidità del tempo percepito nel film (e annullato nella realtà). Le scelte registiche su cosa farci vedere e in che modo alterano la nostra percezione del reale. Per questo il ritmo è fondamentale: vedere che una macchina parcheggia davanti a una casa nella vita di tutti i giorni è pressoché inevitabile; ma lo eviteremmo volentieri se si trattasse di un noioso riempitivo all’interno di una pellicola a meno che questo riempitivo non sia fluidamente inserito nel flusso d’immagini finora esperito durante la visione. In definitiva qui si giudicheranno i risultati in termini di aderenza temporale, andamento dell’opera, scansioni d’intreccio.
Prossimità: l’arte cinematografica esiste da abbastanza tempo e ha accumulato una serie di esempi che ormai quasi ogni pellicola prodotta è debitrice di un immaginario di riferimento. Non a caso uno dei filoni cinematografici più caldi è quello documentaristico: ovvia conseguenza del realitysmo di questi primi quindici anni dei ’00. La prossimità non è solo una comparazione tra opere simili, bensì a livello interpretativo deve scontrarsi con i temi del passato del presente e del futuro dell’umanità in modo nuovo, al passo coi tempi. Sarebbe pressoché superfluo un nuovo Schindler’s list, a mio parere. Qui inserirò i temi portanti corredati da qualche spunto e desunti dalle altre due categorie.

Leviathan_2014_posterI) Leviathan di Andrey Zvyagintsev – Russia
Atmosfera: famiglia disfunzionale; ciò che resta dell’epica di Moby Dick sono ossa di balena; Il Leviatano di Thomas Hobbes; Barents sea; la violenza annega nella vodka; mafia ortodossa; case sventrate come fossero uomini.
Ritmo: sapientemente suddiviso in egual misura tra interni esterni, così pure il ritmo del film sale e scende. Sebbene si mantenga su coordinate lente dominate dal parlato, Zvyagintsev è bravo ad accelerare e rallentare le varie correnti interne con forti impennate di tensione stemperate da gelidi e lenti campilunghi conditi di silenzio.
Prossimità: è un dramma inesorabile che alle fratture tipiche dell’uomo (in questo caso russo nell’era Putin) aggiunge un corollario universale: la natura non è maligna, soltanto indifferente. L’autorità, invece, è spietata con il più debole.

WS_120x160cs4.inddII) Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan – Turchia
Atmosfera: Anatolian desolation; dramma ciclico; una stanza piena di parole; la grettezza umana; le persone cambiano che uno lo voglia o meno; la cultura non argina nulla: it’s an improvement not an achievement.
Ritmo: a lezione di ritmo da Nuri Bilge. Un film lento che si mantiene lento e verboso per tutta la sua eterna durata è un merito assoluto del regista, non è facile mantenere qualità dell’attenzione e dei dialoghi per tutto il tempo che serve. Di conseguenza il ritmo percepito è estremamente serrato sebbene l’azione nel senso meno ampio del termine latiti.
Prossimità: Cechov è un punto di riferimento per Bilge che costruisce un dramma famigliare come fosse una fuga dalla prigione. Non che assomigli a un thriller ma ha qualcosa di inesorabile nel suo incedere. La parabola discendente di un re e un regno giunti entrambi all’inverno dell’esistenza, che non è solo morte ma presagio di morte nel cambiamento.

Coherence-PosterIII) Coherence di James Ward Byrkit – U.S.A.
Atmosfera: gioco di specchi; realtà parallele; è meglio essere o avere intorno?; nuovo uso dei mcguffin; contare su se stessi quando non si sa più chi sono gli altri; fantascienza che parla delle persone.
Ritmo: una prima parte lenta e verbosa in pieno stile mumblecore. Una seconda tirata, rarefatta e tensiogena. Byrkit ordisce una trama a specchi dove la tensione sale senza eccessi e senza effetti speciali. Un rompicapo esistenzialista condito di fantascienza.
Prossimità: la teoria che lo sottende non è nuova ed è utilizzata come espediente narrativo per costruire un thriller psicologico che gioca con l’interazione tra i personaggi e la cognitività dello spettatore. E’ bello quanto doveroso rivederlo per cogliere dettagli nascosti. Un modo intelligente per fare cinema con pochi soldi e molte idee.

forcemajeureposterIV) Force Majeure di Ruben Östlund – Svezia
Atmosfera: famiglia disfunzionale borghese; cause di forza maggiore; valanghe immateriali; crisi di coppia; differenze di genere; la valenza dei ruoli sociali in situazioni estreme e meno; le fratture dell’anima sono mancanza di libertà personali.
Ritmo: gli esterni innevati restituiscono spesso un senso di sublimità gelido e spettrale, tanto quanto gli interni caldi nascondono fragilità con ben più conseguenze. Un film che sconvolge per il suo essere sempre in bilico tra lo sconveniente e il tragicomico. Una prova superba degli attori che mettono in posa notevoli altalene emotive senza sconvolgere la loro medietà.
Prossimità: Force Majeure incontra temi di alcuni drammi della medioborghesia molto in voga a Hollywood (si pensi a Gone Girl anche se gioca su altri terreni) e persino in Europa (si raccolga il suggerimento di vedere l’olandese Borgman sempre del 2014). La valanga è la metafora fisico-biologica degli sconvolgimenti interiori dei protagonisti che si abbattono, distruggendoli, sui rigidi involucri sociali nei quali sono inconsciamente e ripetutamente costretti.

glora film cileno-anteprima-600x827-959060V) Gloria di Sebastián Lelio – Cile
Atmosfera: la funzione del sesso nella solitudine; le conseguenze della disfunzionalità delle famiglie moderne; chi invecchia troppo presto non finisce di vivere presto; gli uomini sono sempre gli stessi a qualsiasi età.
Ritmo: è una tragicommedia molto giocata sui ruoli e sulle parole ma dominando l’incomunicabilità è anche un bel tentativo di body cinema visto dalla parte dei non belli, non troppo intelligenti, non più giovani e appetibili ma pur sempre vivi.
Prossimità: il cinema ha sempre trattato la vecchiaia o meglio quell’età di mezzo prima di essere definiti vecchi con un certo distacco. Persino il bellissimo Nebraska di Alexander Payne del 2013 non si prende troppo sul serio. Lelio mostra, invece, con intenti quasi masochistici per lo spettatore ineducato le esperienze molto intime di persone dimenticate.

babadook_posterVI) The Babadook di Jennifer Kent – Australia
Atmosfera: incubo a occhi aperti; la ferita purulenta della perdita; il virus della mente; l’origine del sentimento; un nuovo nightmare su elm street.
Ritmo: una fiaba nera di rara potenza scenografica piuttosto che di sceneggiatura. E’ un film molto coreografico che pennella le inquadrature come fosse una storia dei Grimm. Il ritmo si mantiene lento ma la fluidità dell’intreccio lineare restituisce una tensione che si esprime molto sulla fisicità e mimica dei protagonisti. Dominano gli interni: della psiche e della casa. Attenzione ai dettagli e ai simboli disseminati come fosse un puzzle di genere.
Prossimità: la cifra stilistica è elemento che non può essere sottovalutato, ben oltre i meriti di una storia che indugia tra l’horror e il thriller psicologico. La Kent è attenta a ogni dettaglio e crea un sottobosco sonoro e visuale pulito e potente. Forse la trama è priva di un twist che garantirebbe la stessa equalizzazione tra stile e intreccio, ma è comunque il miglior film di genere del 2014.

starred_up_posterVII) Starred Up di David Mackenzie – Regno Unito
Atmosfera: wasted youth; fanno sempre più male le parole dei pugni; extreme punching english slang; imbrigliamento culturale; la paura del diverso.
Ritmo: veloce come un pugno questo intenso action\drama di Mackenzie. Veloce con i pugni e con le parole. E’ anche una storia di rapporti interpersonali in stato di cattività dove una parola di troppo potrebbe degenerare in una faida. Ritratto duro e a tratti stucchevole della situazione di certa gioventù britannica.
Prossimità: chi ha visto il francese “Il Profeta” e l’ha apprezzato si troverà a proprio agio tra le sbarre di questo Starred Up che utilizza temi e tematiche già sfruttate ma estremizzate da personaggi difficilmente dimenticabili e tutt’altro che integri nella loro definizione psicologica. Un film che parla anche di come il carcere ti cambi per sempre.

the-raid-2-primo-spot-tv-due-nuovi-poster-e-9-immagini-del-sequel-action-con-arti-marziali-3VIII) The Raid 2 di Gareth Evans – Indonesia
Atmosfera: come se The Departed di Scorsese incontrasse il kung fu di Bruce Lee e Jackie Chan; yakuza movie; i migliori stuntmen della vostra vita; nemmeno fast & furious.
Ritmo: il secondo capitolo paga dazio rispetto al primo per la presenza di una trama complessa che in The Raid-Redemption è ridotta all’osso proprio per riconfigurarsi in ritmo marziale e ambientazione cupa. Da questo punto di vista The Raid 2 è un passo indietro. Ma rimangono in accoppiata il migliore esempio di genere action da decenni.
Prossimità: la trama è un mero espediente per mettere in scena un poco sfaccettato scontro tra bene e male, tra nemico e nemico, tra lo stoico eroe e il malvagio di turno. Non si pensa, si gode. Puro entertainment fatto per intrattenere.

frankIX) Frank di Lenny Abrahamson – Regno Unito 
Atmosfera: grotesque new wave; shine on you crazy diamond; tra incoscienza, genio, talento e follia; borderline attitude music; teste giganti; v is for vanagloria.
Ritmo: bella sfida quella di Abrahamson di fare una commedia sul mondo della musica indie prendendosi gioco di alcune sue storture. E anche una velata critica a tutta quella stampa musicale che crea fenomeni sensazionalistici sulla base dei click ricevuti: non solo da parte del produttore di critica che si sente legittimato dal proprio ruolo di visibilità, ma anche del fruitore che rischia di seguire mode o suggerimenti in modo acritico. Peccato il film non sia omogeneo perché a una prima parte irresistibile ne segue un’altra più drammatica senza particolari spunti.

nightcrawler-de-posterX) Nightcrawler di Dan Gilroy – U.S.A.
Atmosfera: collateral ma senza Tom Cruise e anche senza Jamie Foxx; shock value; lo sciacallaggio televisivo che in confronto la D’Urso è una mormone; Rene Russo cougar; Jack Gyllenhall è sick.
Ritmo: Frenetico. Un film che non lascia troppo spazio al pensiero e lo riempie di una azione patinata e putrida. Forse fin troppo pulito ed educato come stile trattandosi di una tematica così paludosa, ma essendo Gilroy alla prima prova su lunga distanza lo si può perdonare.
Prossimità: è un thriller costruito come un documentario che però non si pone come fine l’obiettività o la verità ma una ipertrofia (fin troppo stereotipata) di ciò che sta dietro a certo modo di fare notizia.

 

Citazioni Meritevoli:

- Shock Value di Douglas Rath – USA: thriller, horror, commedia nera. Da vedere se piacciono storie di serial killer sui generis.
- Cheap Thrills di E.L. Katz – USA: thriller\horror. Da vedere se piacciono film con molti colpi di scena, tensione e scelte morali. Il finale è esaltante rispetto a un andamento non sempre a fuoco.
- Selma di Ava Duvernay – USA: storico\documentaristico. Da vedere per una lettura molto intensa della storia dei diritti dei neri d’America. Ironico, caustico, pulito ed essenziale. Un gospel movie gonfio di una retorica non banale.
- The Look of Silence di Joshua Oppenheimer – Danimarca: documentario. Da vedere in quanto seguito dal già celebrato “the act of killing”, documentario sui massacri da parte del generale Suharto in Indonesia.
- Stations of the cross (Kreuzweg) di Dietrich Bruggemann – Germania: drammatico. Se è piaciuto Magdalene.
- Calvary di John Michael McDonagh – Irlanda; dramma religioso: il martirio di Brendan Gleeson e i tormenti dell’uomo sotto l’abito talare. Un film lento e dall’incedere molto rurale ma che lascia il segno.

Lost & Found – alcune gemme dimenticate del 2013

Wetlands di David Wnendt: è il favoloso mondo di Amelie versione porno (o bizarre e.r.). Carla Juri è fantastica.
Proxy di Zack Parker: un horror\drama sulla follia che la solitudine e il desiderio di essere per qualcuno crea nella psiche delle persone. Contiene immagini difficilmente tollerabili.
A Field in England di Ben Wheatley: il regista di Kill List torna con un film inclassificabile in costume sugli effetti che le sostanze psicotrope hanno su alcuni disertori durante la guerra civile. Realizzato quasi come una piece teatrale il film è un esperimento molto interessante e, a tratti, divertente e illuminante.