Kawabata, l’amico Mishima, la vecchiaia e la morte

Nemureru Bijo Nessuno più dell’amico Mishima Yukio poteva essere adatto a scrivere la prefazione de La Casa delle Belle Addormentate. Questo deve aver pensato l’ormai sessantaduenne Kawabata Yasunari mentre si apprestava a concludere quello che sarebbe rimasto tra i suoi capolavori più celebrati e che pochi anni più tardi gli sarebbe valso un Nobel per la letteratura. L’anziano ma ancora virile Eguchi, grazie alla mediazione di un amico, comincia a frequentare una peculiare casa di cortesia in cui passare la notte accanto a giovanissime vergini addormentate da un potente sonnifero, senza tuttavia che sia permesso svegliarle o tantomeno copulare con loro. Se per gli altri vecchi il coito era fisiologicamente impedito da un’accertata impotenza, Eguchi sente invece tutto il peso degli inviolabili tabù della Casa: non poter conoscere il nome delle ragazze, la loro voce, il loro carattere e la loro educazione lo costringe di volta in volta ad esaminarle minuziosamente con la freddezza di un chirurgo, delineandone caratteristiche fisiche di ogni tipo e coinvolgendo tutti e cinque i sensi. Le leggiadre fanciulle cambiano ad ogni visita, ma tutte sono accomunate da una singola caratteristica, ovverossia da una verginità pregna di carica simbolica, come non manca di sottolineare lo stesso Mishima:

“[…]un altro importante tema contenuto nell’opera di Kawabata è il suo culto delle vergini. Qui è la sorgente del suo limpido lirismo, ma sotto la superficie c’è qualcosa in comune con i temi della morte e dell’impossibilità. Poiché una vergine non è più tale quando è violata, l’impossibilità di raggiungere lo scopo è una premessa necessaria per porre la verginità oltre l’agnosticismo. E questa impossibilità non pone forse una volta per tutte l’erotismo e la morte nello stesso luogo?”

Chi conosce Mishima non avrà difficoltà a capire quanto centrali siano questi temi nella sua opera letteraria e nella sua vita, fusi nell’esecuzione del suo seppuku. Quella vecchiaia vista come inarrestabile quanto inaccettabile decadimento fisico, tanto magnificamente affrontata nel capolavoro Colori Proibiti che Mishima scrisse a soli ventisei anni evidentemente con idee già chiarissime.

Come già affermato, quando Kawabata scrive La Casa delle Belle Addormentate ha già sessantadue anni, e sessantasette ne ha Eguchi, come ripete a se stesso svariate volte nel corso del lunghissimo flusso di coscienza che costituisce la narrazione. L’attitudine nei confronti della sua già avanzata vecchiaia è incarnata da un senso di oppressione che lo accompagna in ogni momento, ravvivato dalla pesantezza di un passato che è una presenza costante e che viene spesso evocata da qualche particolare delle ragazze dormienti. Ciò da un lato permette a Kawabata di raggiungere la perfezione formale per cui spicca – secondo Mishima – tra tutte le sue opere, con una tecnica narrativa modernissima e quasi cinematografica densa di flashback, e dall’altro al vecchio Eguchi di rivivere le sue avventure passate, ripercorrendo tutte le figure femminili significative della sua vita, partendo dalle sue amanti fino ad arrivare a sua madre. Le varie donne possedute e sfuggite sono il simbolo di qualcosa che ormai è precluso, vietato, impossibile, e accanto a lui giace una ragazza che glielo ricorda in ogni istante. Che differenza c’è tra questa ragazza addormentata e una bambola, se non il sangue che le scorre nelle vene? – si chiede più volte Eguchi. Ma che differenza c’è tra lui stesso e un cadavere se non può più essere un uomo? La vecchiaia viene vista da Kawabata come una continua violenza, uno stato di morte apparente contro cui egli non può combattere in quanto privo della marziale risoluzione di Mishima: “Qualunque vita, per quanto inumana, con l’assuefazione diventa umana” pensa fra sè e sè il vecchio Eguchi.

Kawabata & Mishima

Nell’inverno del 1970 Kawabata dovette affrontare il trauma di sopravvivere all’amico Mishima, che aveva posto fine alla sua esistenza nel pieno della sua vitalità fisica e intellettuale e nell’unico modo che gli era consono. Il suo biografo Takeo Okuno racconta come per centinaia di notti consecutive fosse afflitto da incubi incentrati sulla figura di Mishima, e l’ormai cronica depressione fu aggravata dalla scoperta di aver contratto il morbo di Parkinson. Il 16 aprile del 1972 Kawabata Yasunari morì asfissiato dal gas. In molti sostengono che la sua morte sia stata accidentale, e che abbia staccato il tubo del gas per errore nel prepararsi il bagno.

  • Denis Bosonetto

    Consiglio, sul bel rapporto tra Mishima e Kawabata, il carteggio tra i due. Feltrinelli lo aveva pubblicato tempo fa, ma è fuori stampa.

  • Cristiano Marinelli

    non leggo più molto, ma la poesia di questo libro mi ha riportato alla frenesia di finire qualcosa, che ha dell’esoterico e del mistico nascosto, neanche troppo, fra le righe. ho letto questo libro nella versione di Edizioni SE, che ha le copertine meravigliose…. con postfazione di Mishima, è la stessa recensita?

  • Valerio Pampanoni

    In realtà quella recensita è una vecchia ma soddisfacente edizione anni ’70 rimediata nella mia biblioteca di fiducia, con prefazione di Mishima da cui è tratta la prima citazione del post. Probabilmente nelle edizioni successive la stessa è stata opportunamente riutilizzata come postfazione, risparmiando un clamoroso spoiler all’ignaro lettore.