ISIS – Tour Italiano, Novembre 2009

In corrispondenza del tour autunnale degli ISIS, abbiamo inviato tre nostri redattori ad assistere ai concerti di Bologna, Roma e Milano. Si arricchisce ancor più il nostro archivio dedicato ad Aaron Tuner e soci, indubbiamente tra i preferiti dei nostri lettori. Ciò che segue è il racconto di quelle serate: un ricordo in più per quanti di voi c’erano, e un invito a tutti gli altri a non fare l’errore di perderseli la prossima volta. Un ringraziamento speciale a Liz di Hard-Staff, e a Silvia Giussani per le foto.

Qui Bologna
di Manuel Uberti

La data bolognese degli ISIS era attesa con un pizzico di delusione preventiva. La famigerata acustica dell’Estragon, infatti, faceva nutrire qualche dubbio sulla qualità finale del concerto, e purtroppo è l’unica nota negativa della serata, a volerla trovare a tutti i costi. Fin dai pessimi Transitional ci si rende conto che qualcosa non va. Il suono risulta ovattato, gracchiante in più momenti, e questo va a discapito di una prova finale, quella degli ISIS s’intende, altrimenti impeccabile. Dal canto suo, il duo a nome Dälek, pur risultando una scelta d’apertura bizzarra, ottiene qualche sparuto consenso anche fra la frangia più metallara del pubblico, e l’ambient-noise su cui si poggia il caustico rap è forse il meno penalizzato di tutta la serata in termini di resa audio.

La setlist non riserva particolari sorprese rispetto a quelle suonate nelle precedenti performance di questa leg europea del tour, eppure la maturità artistica che gli ISIS hanno raggiunto con l’ultimo Wavering Radiant risulta ancora più chiara quando si osserva la genuina alchimia che i cinque americani sfornano sul palcoscenico, fra l’altro inserita in giochi di luce modesti ma affascinanti. Turner replica con più abilità che in studio le sue parti vocali, e anche quando il growl si fa più teso e senza sosta, come in “Threshold of Transformation”, non viene mai a mancare. La batteria di Harris è in gran spolvero: concentrato sui tempi, chirurgico anche quando la situazione si fa insostenibile (la chiusura di “20 Minutes / 40 Years”, per esempio). Caxide, ne siamo certi, ha maledetto l’acustica. Il suo basso, elemento chiave negli ISIS, paga caro il prezzo bolognese, e quel suono liquido e vario negli effetti viene bistrattato dalle rigide sferzate delle chitarre. “Ghost Key” ne ha risentito abbastanza, in questo senso. Eppure, di nuovo, sono piccolezze, peli nell’uovo. “Backlit” è accolta da un boato del pubblico, che in silenzio desidera altri estratti da Panopticon, ma ci si deve accontentare; “Carry” nasconde più intensità in sede live che tutto Eternal Kingdom dei Cult of Luna in blocco; e “Dulcinea” ci abbraccia sensuale per poi rigettarci indesiderati. Giusto una pausa per l’encore, qualche parola di ringraziamento, e pochi respiri. Gli ISIS non si fermano, all’unisono accompagnano con le loro movenze in saliscendi l’andamento implacabile della loro arte. Un contrasto di forze misteriose li pervade, la stessa vivida e palpabile sensazione che il loro catalogo ci comunica fin dagl esordi. Quella “Altered Course” in chiusura rimane mozza del suono che si sarebbe meritata per completare il suo dialogo silenzioso, uno scambio di sguardi fra i demoni di Turner, eppure la sua assenza di parole rimane il saluto più garbato degli ISIS verso un pubblico che non lo dimenticherà tornando a casa.

Qui Roma
di Antonio Pagano

Per un attimo, mentre mi guardo intorno in quello scatolone nero che è l’Alpheus, ho come l’impressione di essere parte di un meraviglioso incantesimo, che lo stregone Aaron Turner, capelli e barba incolti, getta sui presenti, Non può essere altrimenti: le nostre teste ondeggianti al pulsare della musica, sotto la guida di quel Turner che, dopo dieci anni e qualche capolavoro, non possiamo non riconoscere come una delle figure più rilevanti della musica pesante contemporanea. E’ lui il leader carismatico degli ISIS da Boston, e lo senti prima ancora di capirlo con raziocinio.
E la mente va allo show di due anni fa, stessa città ma differente location. Non che il concerto al Circolo degli Artisti fosse stato deludente, ci mancherebbe, ma questa volta Turner e soci hanno davvero spazzato via ogni dubbio sulla loro caratura artistica. Un’ora abbondante di musica suonata con muscoli e sudore, sentita con l’anima, in un alternarsi di quiete atmosferica e telluriche scosse post-core, con una capacità di tenere il palco e stare dietro la musica che non può che lasciare soddisfatti.
A fine concerto sento un ragazzino che si lamenta per una mancata “Dulcinea”, ma a questo punto bisogna rendersi conto che gli ISIS, ormai giunti al loro dodicesimo anno di carriera, possono vantare un numero così elevato di grandi canzoni – cui i fans per una ragione o per l’altra sono affezionati – che è inevitabile “l’avrei voluto sentire”

La scelta della band bostoniana è chiara: concentrarsi sull’ultimo lavoro in studio, quel Wavering Radiant – che a detta di scrive – è un album strepitoso (sebbene sembra che in giro ci sia ancora chi non se ne è accorto), una sintesi perfetta tra gli esordi più sludge e le derive quasi post rock del controverso In the Absence of Truth, ma che non sa di già sentito né di derivazione di un qualsiasi altro episodio della loro discografia.

Ed ecco susseguirsi l’iniziale “Hall of the Dead”, una straordinaria “Hand of the Host” (tra le migliori della serata), “Ghost Key”, 20 Minutes/40 Years”, e ancora la traccia finale di Wavering Radiant, quella “Threshold of Transformation” che è già uno degli apici della loro discografia. L’acustica dell’Alpheus è ottima, al contrario di quanto mi era stato raccontato; si riesce a distinguere ogni strumento, ogni fraseggio di chitarra senza che nessuno sovrasti gli altri: questo giova sicuramente alla resa generale dello show e rende merito non solo al locale, ma anche al fonico che accompagna la band.

Turner è un Giove ruggente che lancia riff e dispensa urla senza risparmiarsi, Harris è una piovra dietro le pelli con un’evoluzione tecnica e di gusto evidentissima dagli esordi fino ad oggi, Caxide è il cuore pulsante di questa straordinaria creatura, Gallagher tesse la sua tela sonora alla sei corde, mentre Meyer è un autentico jolly che si districa con abilità tra tastiera e chitarra laddove è necessario. Questo è quel che dice il palco, per il resto possiamo tranquillamente affermare che gli ISIS non se la tirano per niente. D’un tratto ti ritrovi Aaron Turner, in questo periodo sempre più somigliante a Brent Hinds*, godersi al tuo fianco la performance dei Dälek (gruppo spalla insieme ai Transitional) e riscaldare i muscoli del collo accennando un compiaciuto handbanging, oppure Aaron Harris che si aggira per la sala alla ricerca dei suoi compagni, mentre Gallagher è là che se la ride con il tizio al tavolo del merchandising, indossando la t-shirt dei Mastodon (*il cerchio si chiude), e dispensando autografi ai fan che si avvicinano.

Dicevamo della scaletta. C’è anche il richiamo al passato con “Wills Dissolve”, accolta dal boato dei presenti, una straordinaria “Holy Tears” (altro highlight della serata) e l’intensissima “Carry” a chiudere la performance. Quando cala il sipario prendo la via del ritorno col sorriso stampato in volto, quasi come se fossi davvero vittima di un incanto. Sono sazio, ma vorrei rivederli anche stasera.

Non ci è dato sapere quando ci sarà l’occasione per riassistere ad un loro concerto o ascoltare un loro nuovo album, ma quello che abbiamo visto e ascoltato fino ad oggi consacra la band di Aaron Turner come una delle più grandi dei 2000, e soprattutto decisamente una spanna sopra gli altri gruppi della stessa scena.

 

Qui Milano

di Gabriele Ferrari

Quella al Tunnel di Milano è la terza e ultima data italiana per gli ISIS di Aaron Turner; e che conclusione, viene da aggiungere, sotto tutti i punti di vista.
A cominciare dalla location, a primo impatto inadatta alla serata, nonostante la sua nomea di locale storico. Può un luogo così piccolo, caldo e sudato (per non parlare della ferrovia che passa giusto sopra il tetto) risultare magari non perfetto, ma quantomeno vivibile? La risposta è un sonoro , e lo si capisce già durante la noia iniziale regalataci dai Transitional. Perché se un gruppo
fatto di così tanto rumore e così poco costrutto riesce comunque a riempire le orecchie, l’idea di un’ora e mezza di ISIS fa quasi paura.
E paura fu, in effetti: i ragazzi salgono sul palco, si spengono le luci, comincia lo show e l’instant classic “Hall of the Dead” spazza via ogni dubbio. Il suono è perfetto, la batteria di Harris chirurgica e devastante, il basso di Caxide pieno e ricco di tutte quelle sfumature che lo rendono brillante anche su disco, le chitarre sono in primo piano e anche tastiere ed elettronica non mancano di sorprendere e far godere. Turner ha ormai imparato a cantare, questo è fuor di dubbio, e si diverte anche a farlo: sostanzialmente tutti i pezzi in scaletta gli consentono di alternare tra clean vocals e urla primordiali, esaltando così quella dinamicità e capacità di generare tensione che rende gli ISIS un gruppo così unico.
E poi c’è la questione dell’impatto puro e semplice, fondamentale nella valutazione dell’evento, visto che si parla di musica pesante. Un impatto del genere da un gruppo post-core e dintorni non si era mai sentito: verso la fine abbondava il male alle orecchie e alla testa, e l’unica soluzione era chiudere gli occhi e arrendersi al flusso. C’è suono ovunque quando hai davanti gli ISIS, e c’è anche talento musicale: non uno stacco fuori posto, non un passaggio sbagliato. È proprio questo a fare la differenza: se Harris entrasse con un secondo di ritardo su certi stacchi, se i riff di Turner non fossero chirurgici, gli ISIS perderebbero tiro e coinvolgimento; invece, un loro concerto è un fiume in piena che non si ferma mai, nemmeno per un istante. Il loro modo di gestire le dinamiche di su/giù/su è quasi impareggiabile, forse solo i Mogwai hanno lo stesso controllo sui loro pezzi pur senza rinunciare all’impatto, all’emotività e al sudore.
Perché c’era tanto, tanto, TANTO sudore ieri sul palco del Tunnel, ed è di questo che dobbiamo ringraziare gli ISIS, allo stato attuale delle cose uno dei tre migliori gruppi di musica pesante al mondo, senza dubbio alcuno.

foto di Silvia Giussani e Antonio Pagano