#Instagram #Guelfi #Ghibellini

Guelfi e Ghibellini nel 1977 (Fonte Instagram)Possedendo uno smartphone dotato di sistema Android, avevo dato una possibilità al chiacchieratissimo Instagram all’epoca del suo approdo sullo store delle app di Google. Infastidito dall’obbligo di condividere le foto (scelta tuttavia comprensibile per la promozione dell’applicazione stessa) mi ero limitato a sperimentare con i filtri preimpostati tenendo il mio profilo privato. Una foto, due foto, tre foto, poi il giochetto aveva iniziato a stancarmi, decretando la fine prematura dell’esperienza. Nel frattempo era anche sbarcata in Italia la moda dell’hipsterismo e dell’anti-hipsterismo, solite etichette che piacciono tanto a entrambe le filosofie di vita – Internet resterà sempre un “you choose your side, I’ll choose my side” – e, nel giro di pochissimo tempo, mostrare al Web una foto scattata con Instagram era diventato l’ennesimo peccato mortale, roba che t’avrebbe segnato nei secoli dei secoli.

Una serie di discorsi e circostanze mi hanno portato a riconsiderare la questione e a riprovarci, perché il mio precedente tentativo era stato del tutto privo dell’aspetto social. Un errore grave, se l’intenzione era quella di individuare i perché di tanto successo; errore che, mi viene ora da pensare, potrebbe essere commesso anche dai detrattori più incalliti, quelli che si fermano allo stereotipo della foto artificialmente invecchiata che ritrae il piatto del giorno di un tizio che tutto potrebbe essere meno che un vero fotografo. Altro errore: il fotografo, appunto. Non voglio credere che tutti gli utilizzatori di Instagram siano convinti di essere dei geni della fotografia, sarebbe come considerare tutti gli utenti di Twitter colpevoli dei ripugnanti trending topic che inquinano quotidianamente la Rete. I filtri aiutano a creare quell’aria un po’ onirica che caratterizza i ricordi (v. glo-fi , per chi ci segue), sono fondamentali per il successo dell’app ma non lo giustificano completamente; di programmini in grado di manipolare le immagini applicando effetti meno inflazionati di “Earlybird” e compagni ne esistono tanti, così come esistevano già siti web per la condivisione di fotografie… “serie”.

Il fatto che al momento dell’apertura verso il mondo Android il marchi “Instagram” fosse già ben conosciuto anche da chi non poteva permettersi un iPhone avrà certamente influito, ma il motivo per cui funziona è proprio quello più banale: fai una foto e la condividi con tutti. Puoi nasconderne facilmente gli evidenti difetti esaltando allo stesso tempo alcuni particolari? Sei più invogliato a mostrarla in giro. Puoi permetterti di essere più professionale del ragazzino con lo smartphone? Vai con la tua macchina fotografica e poi decidi se filtrare o meno, la differenza qualitativa si vedrà comunque. Sei costretto a seguire gli aggiornamenti quotidiani del baffuto #maniaco del #piatto del #giorno, che riempie #qualunque #cosa di #hashtag? No, come su Twitter non sei costretto a calarti nel flusso che ti conforma alle fan degli One Direction. Se usi Twitter non è detto che tu sia Justin Bieber, se usi Instagram non sei per forza un hipster coi baffi (come non è detto che tu non lo sia… ma poi, seriamente, che importa?).

A fronte di questo secondo approccio sento di aver colto meglio l’essenza del sistema, pur non essendone particolarmente fan (tant’è che ne ho già limitato di molto l’utilizzo e buonanotte a tutti). Da uomo informatico, piuttosto, dichiaro che un’idea del genere avrei voluto averla io (€€€), e conoscendo le dinamiche di Internet trovo del tutto normale la classica suddivisione in fazioni pro e contro. E finché la faccenda non diventa troppo pesante va bene così, in fondo.