Iceage live @ Monk

Facciamo le cose diversamente da ciò che le persone vogliono.

Questa la risposta di Elias Bender Ronnenfelt alla domanda del sottoscritto, spazzato via dal trattamento a dir poco sanguinario riservato alle canzoni dell’ultimo Plowing Into the Field of Love. La terza fatica degli Iceage ha allargato lo spettro degli stili e fatto schizzare in alto la qualità delle canzoni ma a quanto pare, per i danesi, non è ancora il momento di mettere la testa a posto: il set, di circa 50 minuti, è stato veloce, violento e guidato da un frontman sopra le righe come già ci ha abituati su disco.
Pubblico timido, molto più preparato di quello che potesse sembrare e in grado di riconoscere gli episodi migliori della scaletta, dalla bomba alt-country “The Lord’s Favourite” al futuro possibile inno “Plowing Into the Field of Love”, rallentata e ripresa in più momenti. “Stay” ha sostituito i violini dell’album con feedback di chitarra, facendo scappare un paio di giovani ammiratrici: in generale, dove avrebbero dovuto esserci strumenti più ricercati abbiamo trovato solo altri schiaffi da parte di una band di certo meno esibizionista ma micidiale nei suoi ritmi marziali.

Due le canzoni nuove, e qui il futuro sembra decisamente puntare a una maggiore accessibilità: un’alternanza di riff bluesy e tappeti di basso sopra a una strepitosa linea melodoca, un ritorno semplificato alle radici hardcore. Non lo ammetteranno mai ma i tre danesi, presto, si trasformeranno. Non corriamo il rischio di perderci questa loro prima fase di carriera senza compromessi, senza pensieri e senza calcoli. Potremo dire di esserci stati, e di averci visto lungo.

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