Guilty Pleasures Pt. 1: i Giravolta

mgid-uma-content-mtvFai una giravolta, falla un’altra volta, prendi un riff, allungalo in maniera ridicola fino a 70 secondi, mettici dentro un concept sulla religione, Rosalynn Carter, inventa nuove parole incastrandone alcune insieme ed avrai uno dei dischi più puzzoni del nuovo millennio.

Non ho mai fatto mistero, con chi ho avuto l’occasione di parlarne, di aver avuto una storia musicale piuttosto travagliata. Molte sono state le deviazioni e le tentazioni che hanno rischiato di mettere a repentaglio il mio percorso di evoluzione. La mia salvezza è dovuta in parte ad un soggetto di nome Farrokh Bulsara (aka Federico Mercurio), che mi ha insegnato una lezione importante: quella dell’autoironia. Imparando a non prendermi mai troppo sul serio, mi si sono aperte mille opportunità di apprendimento e la mia cultura ne ha solo giovato. Sfortunatamente, ho anche commesso l’imperdonabile errore di scegliere come guida adolescenziale il pazzo squinternato a capo dei Muse, che mi ha messo in testa l’idea blasfema del “barocco è bello”: non è peccato riempire fino all’orlo le tue creazioni di strumenti, suoni, effetti, voci, produzioni su produzioni fino a che non si riesce a trovare neanche un centimetro cubo di ossigeno in cui respirare. La megalomania è sempre cosa buona e giusta!

Non è comunque detto che il contrario sia vero: credo che basti un esempio come gli Arcade Fire a dimostrazione di ciò. Nonostante questo, il gusto per le decorazioni e gli orpelli si può rivelare una pericolosa arma a doppio taglio e può portare a rovinose cadute in stile buco nero come capitato ai Mars Volta.

 

Ora, non sono qui per fare la loro biografia e l’opinione di DYR? al riguardo la conoscete bene. Sono qui per offrire un punto di vista soggettivo su un gruppo abbastanza chiacchierato, perché a dispetto di critiche e stroncature, la musica considerata non bella ha il pregio di far parlare.

 

Venni risucchiato nel vortice dei due boccoluti in un periodo a cavallo fra il 2007 e il 2008, quando ormai il picco d’ispirazione era già trapassato. Galeotta fu “Inertiatic ESP”: fui rapito dalla sua atmosfera particolare e dalla sua andatura schizofrenica, con una batteria pestona e delle chitarre aggressive che davano sfogo alla rabbia adolescenziale che albergava dentro di me. Ma soprattutto, fu lo strano e contorto inerpicarsi della melodia ad attirarmi in quella che poi, negli episodi successivi della loro discografia, sarebbe diventata una trappola mortale.

 

Poco tempo dopo uscì il loro quarto album, The Bedlam in Goliath, evento che divenne occasione in cui leggere i pensieri di varia gente sull’inventiva di Cedric e Omar e venni colpito dall’ondata di commenti negativi al riguardo (alcuni dei quali da un certo forum…): “barocchi, arlecchini, esagerati, pretenziosi, ridicoli” e la new entry “chipmunks” (causa gli effetti vocali). Non sono mai stato tipo da attaccare briga per questioni simili, tuttavia tali giudizi ebbero unicamente come effetto l’acutizzarsi in me della cosiddetta condizione da “occhi da fan”: nessuno di quei critici impiccioni avrebbe mai potuto capire quello che la musica del duo americano mi faceva provare.

E proprio qui sta uno dei sintomi che se sottovalutato può portare alla chiusura mentale verso le novità: la pretesa di considerare un album capolavoro massimo e irraggiungibile primariamente per le emozioni che ci suscita. Incredibile a dirsi, sono poi le stesse persone che rifiutano a priori qualsiasi accenno all’estetica o semplicemente a un concetto di bellezza oggettiva, definendoli magari con il rispettoso termine di “stronzate” (con buona pace del povero Immanuel Kant).

 

Fortunatamente non fu il mio caso: conservai sempre memoria della lezione insegnatami da Freddie e non mi preclusi le opportunità offertemi dal mondo musicale. Non mi stancai mai di cercare nuovi artisti e nuove sonorità, abitudine che a poco a poco mi fece comprendere la fondatezza di tutti quei pareri negativi e mi fece allontanare dai Mars Volta. Ma un giorno, colto probabilmente da un attacco di nostalgia, li ripescai dalla mia discoteca e capii che in realtà io non disprezzavo affatto le loro opere, o meglio: ne riconoscevo l’effettivo valore artistico perlomeno discutibile, ma ne traevo comunque un gran divertimento, conseguenza della mia simpatia per i fronzoli sonori. Un chiaro esempio di quel fenomeno che è il guilty pleasure: l’apprezzamento per qualcosa che in teoria, secondo i nostri ideali, non dovremmo approvare. Ciò mi rese anche cosciente dell’esistenza di diversi livelli di giudizio, riassumibili principalmente in due: quello critico, analitico e razionale e quello personale, che non di rado può riservare delle sorprese.

Così ripresi ad esaltarmi sulla tamarraggine e il delirio di pezzi come “Viscera Eyes”, “Goliath”, “Day of the Baphomets”, “Cotopaxi” e la band americana rimase a lungo il mio piacere colpevole prediletto.

 

Domanda: li ascolto ancora oggi? Risposta: no.

Seguendo il mio cammino approdai dopo tanti anni nelle terre delle meraviglie elettroniche, un viaggio che ha accresciuto in me la passione per i suoni digitali, preferibilmente lavorati e raffinati. E di colpo, come in una rivelazione, mi accorsi di un fattore (fra gli altri) che avrebbe segnato la fine della relazione: gran parte dei suoni impiegati dai due musicisti… mi facevano (e fanno tuttora) veramente schifo.

Le orrende chitarre di “The Malkin Jewel”, gli inascoltabili effetti vocali di “Tourniquet Man”, i synth pernacchiosi di “The Whip Hand”, il mercato marocchino di “Meccamputechture”: tutti segni che dimostrano l’ignoranza in materia del gruppo, oltre ad una totale mancanza di obiettività nel constatare l’implosione creativa del progetto e il conseguente drammatico calo d’ispirazione. Può capitare raramente che mi lasci trascinare ancora una volta dal ritmo di “Ilyena”, ma i Mars Volta rappresentano per me oggi l’equivalente di un vecchio amico o di una ex-ragazza con cui, per evidenti motivi, posso mantenere solo un rapporto di mera conoscenza.

 

Ciò ha significato un cambiamento nella posizione di mio guilty pleasure favorito. Un’entità alla rivelazione della quale nascerà uno scandalo storico di dimensioni nazionali.