Grazie Capitano

robin-williamsIl cinema mainstream non gode di una buona fama in generale; in una rivista che si atteggia a snob poi, è facile che venga considerato al pari della peste nera.  Io ne sono un appassionato, ma non nascondo in alcun modo il suo stato catatonico degli ultimi mesi (per non dire anni) e penso di aver già tirato abbastanza maledizioni contro Michael Bay per far capire la mia opinione. Però quando Robin Williams ci ha lasciati per sempre, un moto di tristezza l’abbiamo avvertito tutti. Non magari ai livelli di Michael Jackson, ma… non siamo molto lontani per me.

Se c’è una cosa che possiamo imparare in questo momento è che noi non avevamo (e forse non avremo mai) una visione globale della sua complessa personalità. Il cinema, infatti, ce ne ha offerto solo una parte, che col tempo si è fatta (bisogna dirlo) via via più prevedibile; questo perché la dimensione ideale di Robin Williams non era il grande schermo, ma il palcoscenico della stand-up comedy. Qui poteva esibire il suo ineguagliabile talento d’improvvisatore trasformista, in quello stile comico tipicamente americano che molto spesso noi europei non apprezziamo, sempre a gridare, urlare e a fare voci strane a una velocità incredibile. Per quanto discutibile fosse la qualità dei suoi spettacoli, innegabile però rimane il fatto che davanti a una folla era semplicemente una forza inarrestabile, pronto a colpirti con una sfilza di battute che altri scrittori avrebbero ideato solo dopo minuti di sforzi creativi.

Un’altra caratteristica che lo definiva era la sua capacità di raggiungere tutti, dagli ottantenni veterani di guerra ai bambini dell’asilo. Un’abilità che porta molta vantaggi, ma magari anche qualche critica, che però in questa occasione mi sento di dover mandare al diavolo. L’onnipresenza di una persona potrà sicuramente dare fastidio ad alcuni, ma è comunque un modo con il quale si può davvero lasciare un impatto. E su di me, Robin Williams ebbe un impatto sin dalla mia tenera età, con i film che potete immaginare (Hook e Jumanji sono due esempi). All’epoca, come intuibile, non m’importava granchè dei giudizi artistici, ma solo delle risate e oltre a quelle, fu soprattutto la sua incontenibile esuberanza a far sì che la sua faccia rimanesse impressa nella mia mente, come una sorta di modello a cui paragonare le prestazioni cinematografiche di altri attori comici e non.

Quando negli anni del liceo vidi per la prima volta L’Attimo Fuggente (il cui titolo originale Dead Poets Society è 10,000 volte più bello), fu per me naturale constatare che il ruolo del carismatico professore John Keating veniva interpretato da lui, da una persona così piena di voglia di fare, di vivere, di coinvolgere altre persone e di farle stare bene con sé stesse. Così come altrettanto naturale fu ascoltare i discorsi dello psicologo Sean Maguire in Will Hunting – Genio Ribelle sempre interpretati da lui in un successivo momento della mia vita, in un delinearsi di una figura che cominciava ad assumere un po’ i tratti… della guida spirituale.

Oggi però abbiamo scoperto che dentro di lui purtroppo, oltre ai personaggi citati, albergava anche un oscuro individuo, un Seymour Parrish che l’ha perseguitato per tutta la vita e che alla fine è riuscito a spuntarla. L’attore americano fra l’altro non aveva mai fatto mistero dei suoi problemi personali, della depressione e della dipendenza dalla droga e dall’alcol. E ora la società si confronta su questi argomenti: si chiede perché faceva il comico, se altri suoi colleghi soffrono situazioni simili e se non sia il caso di prendere il discorso dei disturbi emotivi e mentali un po’ più seriamente (magari eh).
Possiamo provare comunque a rispondere e supporre che far ridere gli altri fosse per lui come una terapia, un’arma da usare contro i suoi stessi demoni, ma in ogni caso sarebbe riduttivo e probabilmente per questo le sue motivazioni rimarranno un mistero. Esattamente come ora i suoi figli si stanno chiedendo il perchè del suo ultimo gesto, quando le prove dell’amore della gente per lui erano innumerabili. Ma per quanto possa essere forte il dolore, ciò che Robin Williams ha donato al mondo è incommensurabilmente più grande. Non è stato solo un attore comico, ma col passare degli anni è diventato un vero e proprio simbolo di positività. Raggiungendo milioni di persone in tutto il pianeta ha dato speranza, ottimismo, fiducia, incoraggiando chiunque a non spegnere mai quella piccola scintilla di follia dentro di noi, ad andare oltre le apparenze, a sfidare i luoghi comuni e a lottare sempre contro il conformismo invadente, a ogni costo, senza motivo. E per un ragazzo che a 6 anni ascoltava Jean Michel Jarre e oggi scrive questo pezzo… si tratta di un messaggio molto meno scontato e banale di quanto si pensi.

Grazie Capitano. Grazie di tutto.