Gli Arcade Fire, 3 anni dopo

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…ma avete letto cosa dice quell’idiota? Tutto esaltato, manco avesse scoperto il nuovo Loveless sotto effetto di stupefacenti?

“Dotati di buon senso e di un talento inspiegabile, i ragazzi di Montréal sono diventati al terzo album sinonimo di qualità durevole nel tempo: al momento, non sembrano umanamente capaci di sbagliare.”

…eeeeh, insomma…

“Questo gruppo è così travolgente nelle sue creazioni da lasciare a bocca aperta ogni volta, ma lo fa come se fosse la cosa più dannatamente naturale del mondo”

per questa ti hanno chiaramente pagato

“[…] gli Arcade Fire hanno quel non so che in più, quel savoir faire, quell’atteggiamento così genuino e passionale nei confronti della musica che… no, il solo pensiero di un loro lavoro brutto suona in qualche modo anomalo.”

ok, qua cominci a far ridere

“[…]  in fondo, stiamo parlando di esseri umani.”

no, figurati; e io che credevo fossero gli Avengers sotto travestimento.

Ora, prima di far incavolare qualcuno: al momento, nel 2013, gli Arcade Fire rimangono sempre un’ottima band, dotata di una creatività selvaggia che li fa distinguere dal resto della scena indie rock (se ancora di indie si può parlare) e animata da una maniacale attenzione ai dettagli che penso li salverà dal pericolo di comporre delle croste per ancora a lungo, magari fino alla fine della loro carriera.

Il punto è un altro: man mano che il tempo scorre e gli anni si susseguono… tutto cambia. Il panorama musicale sicuro, ma anche le persone, come il sottoscritto. Se 3 anni fa The Suburbs mi sembrava il nuovo OK Computer, oggi invece è raro che lo rimetta su. Perché, come spesso succede nella vita, il gruppo canadese ed io abbiamo preso strade diverse. E quella degli Arcade Fire, a conti fatti e tenendo presente la loro discografia passata, non sembra destinata a sconvolgere un’altra volta le nostre esistenze.

Parliamoci chiaro: Funeral è indiscutibilmente una pietra miliare del rock, ma è uscito quasi 10 anni fa. Che oggi cominciano a pesare discretamente. Anche solo dando un’occhiata: gli Arctic Monkeys, i Vampire Weekend, gli Horrors, gli XX, gli Animal Collective (e di conseguenza Panda Bear), i Beach House, Joanna Newsom, Janelle Monae, i Tame Impala, i Grizzly Bear, Neon Indian, Grimes, i Knife, Burial… il tempo di Win Butler e soci è passato da un pezzo ormai.

Quando simili situazioni accadono, ognuno reagisce alla sua maniera: c’è chi si ferma e continua con i suoi soliti 10-15 gruppi, perché comincia ad incontrare delle difficoltà con le novità, o perché semplicemente è a posto così. Ed è facile quindi che tutto ciò che ha conosciuto fino a quel momento, rimanga cristallizzato nella sua mente in quelle condizioni in aeternum (da qui anche i famosi “la musica è morta nel 1973”. O peggio, ancora prima).

C’è poi chi invece, come me, va avanti e si tiene in modo più o meno costante al passo coi tempi. E senza la pretesa di voler indicare il mio percorso come oggettivamente migliore, né l’intenzione di trasformare tutto questo in un dibattito old vs new, vorrei solo far notare come il cammino alla pari del proprio tempo possa aiutare a capire meglio sta succedendo nel mondo. E magari anche a capire perché quei maledetti ragazzacci d’oggi ascoltano quella dannata musica. Ma qui forse stiamo già chiedendo un po’ troppo.

Possiamo trasferire la questione alle band: quelle che sperimentano e si rimettono  in gioco… e quelle che non danno segno di voler stravolgere le cose. E dopo un terzo album conservatore come The Suburbs, gli Arcade Fire hanno fatto capire di far parte della seconda categoria. E nonostante l’ingaggio di James Murphy come coproduttore, è difficile che cambino idea con il nuovo lavoro che uscirà fra due mesi quando, visto il seguito che hanno e che molto probabilmente riusciranno ad ottenere, avranno la possibilità di diventare sostanzialmente i nuovi U2 (quelli pre-2000, è ovvio). O di continuare a fare la solita roba, come i cugini National.

Ci sarà chi rimpiangerà i tempi in cui cantavano la favola della neve di Tunnels su un palco striminzito, senza alcuna aggiunta scenografica, davanti a 1000 persone: è inevitabile e lo dico avendo già visto la reazione di tanti fan dei Muse nella loro metamorfosi da idoli dell’alternative rock (sempre che alternative voglia dire qualcosa) a re del trash più demente. Chi invece li scoprirà al quarto o quinto album e li metterà nella sua discoteca fra How to Dismantle an Atomic Bomb ed X&Y.

Io, dopo tanto tempo e un po’ d’esperienza, ho imparato a fregarmene altamente di svendite o non svendite personali, di passaggi da indie a mainstream e a godermi la musica. A patto che ovviamente la qualità non subisca tracolli catastrofici, ma cambiamenti del genere sono comunque più rari e meno influenti di quanto si possa pensare. Perché quando un gruppo che ti piaceva, ti esaltava, ti faceva credere in tutte le storie che raccontava comincia a deluderti… allora forse la soluzione migliore è cercare da qualche altra parte. E rendersi conto che per una band che prende una piega discutibile, ce ne saranno sempre 10 nuove che spuntano fuori e vogliono farti rivivere tutto daccapo. Basta solo… sbattersi. Un attimo. Niente di più.