Funeral, i primi 10 anni

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Se ripenso alle prime opinioni avute sugli Arcade Fire di certo non mi riconosco, ma qualcosa avevo intuito. Ancora teenager, la cosa più alternativa per me erano le hit degli Smashing Pumpkins, o quelle di Reznor e altri giganti commerciali della musica rock. Strutture diverse dalla strofa-ritornello, umori non più urlati al mondo ma lasciati scoprire lentamente, tutto ancora doveva entrare e il mio primo incontro fu proprio con Funeral, grazie all’attenzione delle riviste specializzate dedicata all’uscita di Neon Bible.
Mi piacque “Wake Up”, ovviamente, ma il resto lo lasciai indietro. Mancava quell’impatto che smuove chi è ancora a metà strada del suo cammino musicale, chi non concepisce un giudizio basato su tre, quattro ascolti anzichè uno singolo.

Il secondo tentativo durante l’attesa per The Suburbs, mentre già frequentavo abitualmente il mondo delle webzine e dei forum. Il clamore per il gruppo, le discussioni sul valore di Neon Bible rispetto all’esordio, i paragoni, le sparate, gruppo della vita per mezzo mondo. Riprovai e me la presi con i toni troppo alti e altre assurdità da persona pigra, che mente a sè stessa. “Haiti” era già in alta rotazione, “Neighborhood #3 (Power Out)” avrebbe seguito poco dopo, ma gli altri erano anni luce avanti a me, toccava abbassare la testa e fidarsi, e così feci.

Cinque anni dopo, nella mia isola deserta Funeral non solo c’è ma è pure a un metro abbondante dal terreno, al coperto, guai a chi gli si avvicina. Il suo booklet è trattato con cura estrema, la copertina cartonata uguale. A questa condizione ci è arrivato semplicemente crescendo e lasciandolo crescere: una prima metà apparentemente lineare che sa conquistare all’improvviso, una seconda più facile che non è scaduta e credo mai lo farà, un suono tutto suo, accogliente negli arpeggi ed emotivo nelle entrate dei violini. Le quattro “Neighborhood” che presentano il gruppo al mondo, la cavalcata di “Rebellion (Lies)”, Règine Chassagne che osa sfidare Björk nella chiusura di “In the Backseat”. Dieci canzoni, dieci momenti catartici e meravigliosi.

Tra tutte, è una delle bandiere più alte da issare in rappresentanza della musica anni 2000, un album che perde i propri riferimenti per diventare qualcosa di unico, come solo l’incontro tra persone e sensibilità diverse sa essere. A distanza di dieci anni il gruppo sa ancora farsi volere bene, certo in maniera diversa ma non sarebbe potuto essere altrimenti. Quel modo di andare sempre più in alto nei momenti-chiave delle canzoni, la sensazione di assalto sonoro e la felicità delle esecuzioni sul palco, tutto è ancora lì, insieme a un’accoglienza esagerata per ogni episodio di questo formidabile debutto. Alla fine della canzone sorridono loro e sorridiamo noi, forse uno dei migliori indicatori del valore di un disco che rimane inimitabile, vero e proprio capitolo fondamentale della storia musicale degli ultimi decenni.

Lo tramanderemo, lo faremo ascoltare a chiunque ci chieda un nome, un gruppo, un insieme di canzoni per le quali valga ancora la pena stupirsi. Il numero di album che ascolteremo continuerà a crescere in maniera vertiginosa, per fortuna, ma ognuno ha i propri punti fermi e non sono certo l’unico a tenere sempre un posto libero per Funeral e i suoi creatori. Orgoglioso di poterlo indicare come uno dei dischi che mi rappresentano, posso solo celebrarlo e sperare che faccia breccia in un numero di persone ancora maggiore di quello già raggiunto. La sua eredità è appena cominciata.