Disco Contro Disco, Puntata #2

“Disco Contro Disco”, due album riascoltati e raccontati in breve, in una sorta di duello fra cavalieri di pari rango, contestualizzato di volta in volta dall’autore, arbitro della disfida magari impegnato in altre attività durante l’ascolto dei due. 
IMG_4799
Duello #2
Beck: Sea Change (Geffen, 2002)
VS.
Gravenhurst: The Western Lands (Warp, 2007)
Sono a Midtown Manhattan per qualche giorno, e sapendo che avrei avuto una domenica di pura solitudine in albergo, ho lasciato l’ultimo chilogrammo di spazio nella valigia per libri e musica, immaginando le sensazioni che avrei provato. D’altronde il vento gelido che ti salta addosso non appena entri con la punta del naso in una delle strade principali che sezionano dritto per dritto l’isola non invita a fare una passeggiata domenicale sulla Highline o a Central Park.
Puoi scegliere se evadere il volontario isolamento con qualcosa di più allegro e movimentato, o se crogiolartici tafazzianamente ascoltando qualcosa scritto da qualcuno col tuo stesso umore che poi l’ha inciso su nastro. Cercavo un solista pop rock moderno, magari indipendente, e che avesse dimostrato di saper suonare anche diversamente, e non sempre e solo in modalità depressa. E allora, seppure Sea Change sia un disco che non pensavo di aver memorizzato così bene ai tempi in cui lo tirai giù da Napster, la scelta è caduta sul Beck più sinfonico e desolato della sua altrimenti coloratissima storia. Una versione aggiornata del Nick Drake di Bryter Layter (con tutti i tag depressivi del caso), e uno dei rari casi negli ultimi dieci-quindici anni in cui un artista di ampio successo commerciale e su contratto major ha rasato a zero la sua chioma riccioluta e proposto musica altrettanto valida.
Mentre cerco l’accompagnamento letterario adatto e lo trovo in un racconto per fanciulloni di Pennac, mi cade lo sguardo su un promo CD della Warp firmato Gravenhurst, ovvero The Western Lands. Dici Warp e pensi all’elettronica, ad Aphex Twin, a Plaid, al massimo ai Battles. Invece è da ben prima dei Grizzly Bear che l’etichetta inglese presta attenzione anche al rock, e quello del povero Nick Talbot è profondo, sonico, post al punto giusto. Lo ascolti, e pensi “questo è indie folk americano”, invece lui era di Bristol e viveva una vita parallela come giornalista freelance, fumettista, scrittore, collaboratore di The Quietus dove ho ritrovato questo splendido pezzo di John Doran che ritrae un uomo che sarebbe stato bello conoscere di persona e a cui sicuramente il mondo del rock non ha prestato il dovuto ascolto sia in vita che post-mortem. Ogni volta che ascolterò l’eleganza sonica – questa sì British – di The Western Lands ricorderò questa mattinata di solitudine newyorkese, nel giorno del Superbowl. Vince Gravenhurst.

  • Filippo Aceto

    Appoggio la scelta, Talbot mi è rimasto nel cuore soprattutto dopo aver assistito ad uno dei suoi ultimi concerti a Roma