Disco Contro Disco, Puntata #1

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Inauguriamo con questo post la rubrica “Disco Contro Disco”, ovvero due album riascoltati e raccontati in breve, in una sorta di duello fra cavalieri di pari rango, contestualizzato di volta in volta dall’autore, arbitro della disfida magari impegnato in altre attività durante l’ascolto dei due.

Chiaro che proporremo degli uno contro uno criteriati, mica Older di George Michael contro Camembert Electrique dei Gong. E non staremo a recensire ex novo dischi che ormai dovreste conoscere o che di spiegazioni non hanno proprio più bisogno. Anzi, l’obiettivo, ripresentandoli, è quello di provare a notare qualche dettaglio meno in superficie, che non sempre è stato già annotato, o che vale la pena approfondire.

Almeno i primi tempi, proveremo a postare questi brevi articoli la domenica pomeriggio.

La domenica pomeriggio è rimasto uno dei pochi momenti in cui posso accendere il motore del mio vecchio hi-fi Pioneer, per il quale non c’è obsolescenza indotta che tenga: non esiste macchina altrettanto affidabile e tuttora attualissima come questa di cui semmai rimpiango di non aver acquistato ulteriori componenti all’epoca, quando me lo feci regalare in vista della ricezione del sacramento della Prima Comunione (…). Parliamo quindi di 1989 o 1990. Non siamo più bambini e non ci sono più i nonni e gli zii anzianissimi che si sentono in dovere di donarti la decima dello stipendio per festeggiare i tuoi compleanni, le promozioni e i momenti hot religiosi. Anche i sacramenti easy a un certo punto finiscono, ma questo è un altro discorso.

Chi studia all’università starà preparando l’esame successivo che magari è proprio l’indomani, chi ancora non è rimasto disgustato del pallone italico si piazza sul divano e guarda le partite masticando schifezze (vogliamo credere che tra i nostri lettori non ci siano perfino assidui frequentatori di stadi), chi usa il tempo libero assegnatoci da nostro Signore (e da un bravo amanuense che lo trascrisse la prima volta nel libro della Bibbia) per riorganizzarsi e provare a caricarsi per una settimana, la successiva, che deve portare qualcosa di meglio, perché non si può andare avanti così. Chi dorme tutto il giorno perché ha ancora il fisico per fare tardi e devastarsi di sabato notte. Chi esce fuori porta pranzo al sacco. Chi legge cosa. Chi va a correre o in bicicletta. Chi va al cinema. Chi nichilista sta davanti al computer tutto il giorno.

Per me la domenica è soprattutto relax, staccare la spina, non pensare alla settimana di lavoro appena trascorso e neanche a quella sicuramente intensa che deve venire. E sto provando a utilizzarla, oltre che per ascoltare e riascoltare buona musica, per ritornare a leggere romanzi e saggi come potevo fare ai tempi in cui ero studente fuori sede all’università. Di questo avrò modo di raccontare in un post successivo, intanto do il via alla prima disfida di un torneo senza senso, che però ci permette di tornare a parlare di dischi che hanno attraversato il nostro percorso anni fa, e di cui altrimenti non avremmo più occasione di scrivere, se non in qualche effimero post su Facebook.

Duello #1

Earth: Hex; or Printing in the Infernal Method (Southern Lord, 2005)

VS.

JESU: S/T (Hydrahead, 2004)

Cercavo un album che potesse conciliare la lettura di un libro che avevo interrotto più di 10 anni fa a pagina 131 (ma chiaramente ormai lo devo ricominciare daccapo). Si tratta de Il Lupo della Steppa di Herman Hesse, che ricordo di aver abbandonato perché essendo all’epoca già depresso e incapace di socializzare di mio, non riuscivo a sopportare l’angoscia che mi aveva trasmesso quella prima metà della storia, perché un conto è reggere il passivo ascolto di musica, un altro è quello di sforzarsi nella lettura di qualcosa che riesce a farti sentire come nel video di Weak and Powerless. Per lo stesso motivo abbandonai anche La Nausea di Sartre, e quello in caso lo volessi ripescare, sarà ovvio abbinarlo a The Downward Spiral.

Nel contesto del Lupo, invece, mentre da fuori prova entrare il baccano della filodiffusione che racconta il passaggio dei carri del carnevale dei bambini che quest’anno per qualche motivo fanno festa già il 31 gennaio, ho sfilato dalla pila di CD post metal il primo full lenght di Justin K. Broadrick a nome JESU (a proposito di richiami religiosi… chissà perché quest’uomo ha quasi sempre messo in mezzo Gesù o suo Padre quando doveva scegliere il nome di un nuovo progetto musicale?), che ben si adatta, artwork compreso, allo sfondo industriale e grigio che Harry Haller deve compatire e da cui deve svincolarsi. La catena di montaggio incline a uno shoegaze passivo, per questo, riesce a ricreare l’ambiente in cui nascono i sentimenti dello Steppenwolf, prima che questi elabori la soluzione della sua doppia natura, cittadino vs. lupo. Non è per forza di cose nichilismo quello di Broadrick (neanche nel successivo Conqueror, in cui pure sembra più luminoso e in un certo senso pop), ma il lamento di un uomo scettico rispetto alla società, che cerca percorsi di salvezza verso la divinità, dopo aver finito per disprezzare tutto e tutti, perfino gli amici e se stesso.

Oltre a un accompagnamento adatto alla lettura, volevo qualcosa che mi portasse nella steppa. Dove avevo visto o immaginato praterie, distese di graminacee, e vasti vuoti da riempire? Ma certo! Nell’artwork e nel lento incedere di Hex, il disco degli Earth del 2005. Forse il loro migliore, o forse solo quello che è uscito al momento giusto per il pubblico giusto, quello che andava alla scoperta del drone e del post nel senso più ampio possibile perché già cosciente che gli idoli rock dei Novanta erano ormai invecchiati, abbruttiti, decaduti e soprattutto insostituibili. Lì sono andato di pura immaginazione, per un compendio simbiotico alle parole di Hesse. Forse un filo troppo solenne e naturalistico per accompagnare la vicenda, Hex è comunque albo capace di modularsi per riempire l’ambiente dove è suonato, e trasformarlo anch’esso in sterminata steppa continentale.

La faccenda si è fatta fin troppo intellettuale rispetto a come era stata pensata. Pensate che ero partito per leggere un racconto dell’orrore di Lovecraft!

In una disfida giocata tutta sulla ripetitività del suono, vince di una incollatura l’omonimo di JESU, forse perché i contenuti lirici riescono ad aggiungere la poetica altrimenti presunta o quantomeno lasciata – legittimamente – in buona parte all’ascoltatore dagli Earth di Carlson. In entrambi i casi, due dischi che vale proprio la pena rispolverare, se non si è talmente sensibili da restare intrappolati nell’umore di Harry Haller.

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