Deftones, metallo per adultescenti

deftones_chino_moreno_v_by_ink2paper916-d31krhqSapete cosa vi dico? Koi No Yokan è l’album più bello dei Deftones. L’ho rielaborato, osservato con distacco e poi ripreso per giungere a questa conclusione che comunque reputo minore rispetto a ciò che va oltre la cornice che la inquadra. Perché il termine di paragone non è solo quel White Pony che posso dire di aver vissuto e sviscerato dal momento della sua pubblicazione, ma anche tutto l’alternative in circolazione, con particolare riferimento a quello prodotto dai coetanei di Chino e compagni. 

Ai tempi del cavallino bianco, i Deftones erano sì una band di sostanza e davvero on the way up anche in Europa, una di quelle di cui condividevi impressioni ed entusiasmo nei gruppi-chat di Napster e di cui per mesi cercavi la videocassetta della diretta di TMC2 dal concerto all’Independent Days (un evento davvero memorabile, soprattutto per chi già allora aveva la nausea quando MTV passava Red Hot Chili Peppers e Muse). Chi non era ancorato al solo grunge duro e puro o presunto tale, o a robe brit più e meno commerciali, ai Deftones una chance l’aveva data, ma alla fine quei CD finivano a fianco a quelli di gente più sbarazzina come Korn, Rage Against the Machine o magari Faith No More, che con tutto il rispetto hanno fatto breccia più sugli adolescenti che su un pubblico già più adultescente. Qualcuno più audace li provava ad avvicinare al sacro binomio Tool-Nine Inch Nails, ma quanto prodotto dai ragazzi di Sacramento, nonostante White Pony o il giusto ripescaggio di Around the Fur dalla melma nu-metal, in fin dei conti non bastava ad elevarli a tanto. Maynard e Trent avevano fatto di meglio, e lo avevano fatto più volte: non c’era partita, non scherziamo.

Deftones_–_Koi_No_YokanKoi No Yokan ha modificato lo status della band e quindi il posizionamento nelle gerarchie di chi magari li ha conosciuti pure al momento giusto, ma non li ha mai fatti salire sull’altare dei favoriti in assoluto. E ci è riuscito in anni in cui pressoché chiunque era già attivo all’epoca dell’esordio di Adrenaline (1995) risulta ridicolo, merita la pensione o è scomparso dai radar quando non si è già dato alla reunion celebrativa. Di quella generazione di campioni d’incassi, i Deftones sono la miglior band ancora attiva, questa è la verità, e un disco heavy come questo, in cui ogni canzone si tuffa in una successiva ancora più bella ce l’hanno in pochissimi anche nei gloriosi anni Novanta, altroché!

Hanno saputo sopravvivere alla tragedia di Chi Cheng scegliendo il miglior bassista possibile per una configurazione 2.0 della band che fosse sia fedele allo stile, sia in grado di illuminare il vicolo cieco che aveva preso il songwriting, passando da un capitolo di transizione come Diamond Eyes per uscirne e arrivare al nuovo stadio, quello del clamoroso colpo di coda e capolavoro assoluto che ormai non era più logico attendersi. Il disco l’abbiamo già recensito, non c’è bisogno di farlo di nuovo, al massimo vorremmo aggiungere qualche punticino in più a quel voto che pur essendo alto, quasi grida vendetta: questo è metal sensibile.

Semmai c’è un discorso più socio-musicale che andrebbe affrontato, ma che è difficile da rendere generico visto che non tutti si saranno riconosciuti nel profilo dell’ascoltatore dei Deftones tracciato poco sopra. Koi No Yokan è il pezzo che mancava per rendere questo gruppo qualcosa di più e contemporaneamente svincolarlo una volta per tutte dalla sola associazione a una stagione dell’alternative metal che tanto alternative non era e in cui i Deftones stavano davvero stretti. Chiaro che non è tra noi che siamo a qui a parlarne che dobbiamo rivalutare Moreno e soci, ma pensate a tutte le monografie e alle pagine sulla band di Sacramento che ci sono in Rete, non è ora di aggiornarle per dire a tutti quanto grande è stata questa storia? Molti over 30 non avranno neanche avuto modo di ascoltarlo quest’ultimo disco. Pensate a loro che potrebbero non sapere mai che i Deftones poi alla fine sono tornati più grandi di prima, e che non li farebbero vergognare di ascoltare metal nel percorso A/R casa-posto di lavoro.

  • Diego Ruggeri

    All’Indipendent Days quando suonarono i Deftones ci fu una mezza tromba d’aria che chi c’era si ricorderà ancora…probabilmente ultimo gruppo dei 90′s veramente valido in circolazione…

  • White Pony non mi appartiene, non l’ho vissuto. Ho invece vissuto la successiva fase discendente, pur rispettando almeno quel disco. Koi No Yokan invece è mio, è uno di tre/quattro dischi che hanno fatto da colonna sonora agli ultimissimi mesi del mio percorso universitario. Li ringrazio per aver tirato fuori questo disco in quel momento.