D’Angelo and the Vanguard @ Auditorium Parco della Musica

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Sarebbe stato difficile definire aspettative. La calata di D’Angelo sul palco dell’Auditorium avrebbe portato un artista rappresentato da tre anime ben distinte: quella afferrabile e diretta di Brown Sugar, quella libera e suadente di Voodoo e l’alieno dei nuovi anni ’10, l’ibrido tra nu soul, sensibiltà moderna e tradizione analogica rinato in Black Messiah. L’incontro tra esse è stato glorioso, il risultato una serata da ricordare: ci aspettavamo un evento? L’evento è arrivato.

Trentacinque gradi al netto dell’umidità, undici persone sul palco, tre minuti. Quelli che sono serviti per far alzare il pubblico della Cavea una volta resosi conto di stare rispondendo ad “Ain’t That Easy”, il capolavoro piazzato in apertura, ballando, muovendo gambe, fianchi e testa al ritmo di decenni di musica soul passati per gli strumenti di una band da subito clamorosa. Conquistare un pubblico nei primi istanti permette di prendersi diverse libertà: nel caso di D’Angelo and the Vanguard questo vuol dire allungare ogni finale con code prima strumentali, poi seguite da frontman e coriste, infine lasciate a solisti, stacchi vertiginosi e BPM impazziti, mentre in piedi e sugli eleganti spalti dell’Auditorium nessuno riesce a restare fermo. Gli applausi riservati a ogni canzone sono esagerati, il frontman salta dalla chitarra alla tastiera al solo microfono, stringe mani e ringrazia, mentre la decina di persone dietro di lui sta combinando qualsiasi cosa facendo alzare una temperatura già di per sè a livelli improponibili.

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C’è equilibrio, però, quindi una scaletta vera e propria fatta dei migliori episodi del presente (“The Charade”, “Till It’s Done”) e del passato (“Brown Sugar”, “How Does it Feel” in chiusura): pulsanti, melodicamente rette alla perfezione prima dell’immancabile coda che pone un paragone inaspettato alla vigilia del concerto. Ce lo stanno dicendo loro: le strutture su disco vi sembrano libere? Beh venite a sentirci dal vivo, partecipate al flusso di coscienza black e ne riparleremo. Mai un minuto di troppo, attenzione, ma mai sotto ai 6 di media per ogni canzone. Straripanti, e li abbiamo voluti esattamente così.

Solo una riflessione: la carriera del personaggio di Michael Eugene Archer avrebbe potuto facilmente finire in un’altra direzione. In quanto nuovo idolo delle fosse indie, il passo verso l’atteggiarsi da vero Messia nero rendendosi intoccabile, modellando allo scopo la resa live del repertorio, sarebbe stato breve. Così non è stato: a fronte di dischi via via più stratificati la persona sul palco si è fatta dinamica e generosa, la musica selvaggia e corale. Dare tanto e ricevere ancora di più, senza mezze misure. Ecco, immaginate un concerto del genere, immaginate di non poter stare fermi davanti a un assalto black di intensità sempre crescente, viscerale, portato in fondo tra l’adorazione di chi con quella cultura pensava di avere un rapporto solo superficiale trovandosi, in un caldissimo Lunedì sera, al centro di un terremoto chiamato D’Angelo and the Vanguard. Immaginate.