Contro i baffi. (Scritto Piratato)

contro i baffiQuelli che bazzicano la zona che circoscrive l’università (aule, biblioteche, caffè, strade) sono ormai tutti nati sul finire della Storia.
È proprio nei pressi dell’università di Torino che ho visto per la prima volta dei ragazzi portare i baffi. Due giovanotti in particolare, li ricordo, al bar di via Verdi. In silenzio, seduti ad un tavolino nel dehors, guardavano chini i propri smartphone. Non parlavano, appunto, ma in quel contesto – che era del tutto pubblico, o sociale, e, paradossalmente, ufficiale – non ne avevano bisogno: il linguaggio con cui comunicavano non era quello delle parole, superflue, ma quello dei baffi.
Non era l’unico segno, ovviamente. I baffi non sono volgari come i capelli lunghi. Per essere un capellone l’unico requisito fondamentale è avere dei capelli. Per portare i baffi, invece, entrano in gioco un numero maggiore di variabili: oltre alla disponibilità di peluria facciale, è necessario avere un ovale apprezzabile, un naso adeguato, delle sopracciglia non troppo folte o spettinate e, tendenzialmente, una corporatura non troppo robusta. Anche un abbigliamento congruo aiuta la comunicazione del messaggio.
Questo messaggio silenzioso ed esclusivamente fisico, tradotto a spanne e parafrasato, suona all’incirca:
“Noi siamo due Eccentrici. Apparteniamo ad una nuova categoria umana che ha fatto la comparsa nel mondo in questi ultimi anni, che ha il suo centro a New York e che, in provincia (come in parte lo è Torino) è ignorata. Noi siamo dunque per voi una Apparizione. Esercitiamo il nostro apostolato, già pieni di un sapere che ci colma e ci esaurisce totalmente. Non abbiamo nulla da aggiungere oralmente e razionalmente a ciò che fisicamente, virtualmente e ontologicamente dice il nostro aspetto, il nostro profilo. Questo nostro sapere che ci riempie non vi apparterrà mai. Oggi è una Novità, perché voi l’avete dimenticato. Noi non vi guardiamo, non avete nulla da dirci. Voi, invece, posate il bicchiere e osservate il nostro racconto.”
Da lì a starmi sul culo, un attimo.
Poi dovetti rimangiarmi l’antipatia, al punto di portare anche io un serioso paio di baffi, essenzialmente perché sono un grande ipocrita.
I baffuti, oggi, non provocano la stessa curiosità, anche un po’ divertita, di qualche anno addietro. Attirano qualche occhiata, ma nulla più. Tuttavia, loro, impegnati ad invecchiare una foto su instagram, nel silenzio d’antan di un film muto (la colonna sonora spunta dalle cuffiette bianche – davvero poco isolanti) non sciolgono il mistero del racconto che hanno preannunciato, per cui ci hanno chiesto attenzione.
Cosa stanno dicendo, dunque, coi loro baffi?
Dicono questo: “La civiltà irresponsabile dei babyboomer ci ha nauseati. Noi protestiamo in modo radicale, con il rifiuto del loro rifiuto. Tutto pareva andare per il meglio eh? Avreste cresciuto i vostri figli con la morbidezza di uno zio permissivo, correggendo le rigidità dell’istituto familiare contro cui avete combattuto quando eravate Capelloni. La nostra generazione doveva essere una generazione di lavoratori dinamici, flessibili, brillanti, sempre in giro per il mondo? Ed ecco invece come si mettono in realtà le cose.

contro i baffi 2

Alla vostra fine della Storia, opponiamo l’ectoplasma perenne della Storia. Baffi, papillon, bretelle. Baffi, fedora, cardigan. Baffi, Clubmaster, capelli finalmente disciplinati con la riga-di-là. Noi creiamo nuovi valori religiosi nella Grande Glaciazione della Storia, proprio nel momento in cui la civiltà stava diventando perfettamente ebete di fronte alla propria rovina. Lo facciamo con un clamore e un narcisismo rivoluzionari perché la nostra risposta alla noia della stasi è totale e intransigente.”
La ricerca bulimica di un radicamento storico da parte di questi Baffuti, tuttavia, è un guazzabuglio (post-)moderno. Non c’è ispirazione univoca, c’è solo aspirazione, afflato inconcludente. Convivenza poco pacifica di linguaggi non verbali di altre decadi, di altri dialetti. Sintetizzatori, cityscapes, il Moncler, la flanella, Cartier-Bresson, Pasolini, giradischi, musicassette, Infinite Jest, gli anni ’50, gli anni ’60, gli anni ’80, gli anni ’20, l’art déco, il minimalismo, il massimalismo, il cantautorato, la psichedelia, i bicicli di fine Ottocento, il fine Ottocento.
Tutto è appiattito e spalmato sul piano già liscio dell’occidente senza il Muro. Tutto, nella foga del rifiuto del consumismo senza prima né dopo, a partire dagli anni ’90 è volgare bulimia consumista.
Provo un immenso e sincero dispiacere nel dirlo (anzi, una vera e propria disperazione): ma ormai centinaia e migliaia di facce di giovani italiani, assomigliano sempre più alla faccia di Super Mario. Tuttavia, nonostante l’appiattimento semantico dei mustacchi, questo orrore è assolutamente difendibile proprio perché non è più libertà, ma spirito del tempo. È giunto il momento, piuttosto che di criticare, di dire ai giovani che il loro modo di acconciarsi e i loro baffi, nel loro inarticolato e ossesso linguaggio dei segni non verbali, sono Storia nonostante tutto. Che la loro protesta e il loro rifiuto dei tempi moderni fanno parte della modernità.
Parafrasando qualcuno, la Storia non finisce, non è intrinseca perché è fuori (da un paio di baffi). Tentare di viverne una non serve a farla più vera e più giusta. La Storia anche quando pare finire, è ancora Storia, perché anche la fine della Storia è Storia. E i baffi ad alcuni stanno anche bene.