Come uccidere un bacio (Califone live in Turin)

califone live turinTim è come quelli che hanno studiato una vita senza arrivare alla laurea. Non ha il pezzo di carta ma maneggia con mestiere la materia. Ha fatto la gavetta, conosce il lato empirico delle cose, soltanto che se lo tiene un po’ troppo per sé. Wil è di quelli che te ne accorgi se ti passa zoppicando a due metri e mezzo. Un omone dalle fattezze di un improbabile yeti del Michigan. Quasi un fedelissimo per Tim, quasi, perché per Tim il progetto Califone è come un sistema solare dove i pianeti ruotano, si vedono e non si vedono, con un unico re. Egli stesso al centro di tutto. Un re piccolo piccolo, fabbricatore di visioni e scemate, sovrano che canta e scrive per patologia e un po’ meno per gli altri. E poi c’è Joe alle pelli. Cioè, dico io, Joe. Giovane, rossiccio, dinoccolato. Un bel volto che starebbe come il cacio sui maccheroni in una band da copertina. Invece parte da Los Angeles e si deve accontentare anche di Bolzano. O di una Torino non qualunque, quella della prima fragorosa giornata dei Forconi in piazza Castello, a meno di 100 metri dallo stanzone insonorizzato in cui ci si siede anche se non ci si può sedere. Così scrivono. Seduti però è bello. Loro seduti, noi seduti, tutti seduti. In realtà Tim un paio di volte si alza, imbraccia la Rickenbacker e ricorda a tutti che quello è ancora uno dei modi migliori per non morire nervosi. Lo ascoltano in meno di cento. I volumi e le pennate sono quelle degli anni d’oro. Cioè questi oppure quelli degli esordi, quando non sai dove sarai nel 2013, o nel 2020, e neppure riesci ad immaginarlo. Il set è essenziale, pare di stare in sala prove. Negli intervalli vengono narrate in english-for-dummies storie di piccoli e grandi uomini, di giganti, di pazzi folletti con il il ferro dello slide piantato nel mignolo sinistro. Diciassette storie in tutto, panoramica qualcuna, laconica qualcun’altra. Il pubblico apprezza, se non fosse per un andirivieni disinteressato dalle porte laterali che ricorda tanto i bagni delle discoteche della domenica pomeriggio. Prima e dopo neanche un po’ di autopromozione. Ma non è forse un folletto quello che vende a 15 euro la tshirt ufficiale del gruppo? Da come parla sì, biascica cose che neppure Edgar Allan Poe di prima mattina, pettinatura inclusa nel prezzo. E’ un folletto fantasma, o soltanto un altro degli intellettuali che si sono smarriti per eccesso di filosofia. Ma non è forse un uomo come tanti altri quello che rolla e fuma una sigaretta sotto i portici di via Po, con quegli occhiali rubati a Woody Allen e un sorriso che forse è soltanto una smorfia? Lo sarebbe, non avesse quel cantato da strozzarlo. È invidia. È inferno garantito non ci fossero dentro tutto questo Mosè e Maddalena che si tengono per mano. Perché per il resto la dolce notte è fatta di punture, orchidee carnivore, ragni senza fissa dimora. Addirittura anche di strani becchini travestiti da musicisti che ai funerali pensano a cantare e sotterrare. Va bene tutto in America, loro sì che sono aperti a tutto. Così mentre c’è gente che è lì perché “costa poco” o “fa fine e non impegna” Tim, Wil e Joe ricordano loro che c’è anche gente che si rompe le braccia a forza di far suonare le campane. È la metafora più vicina alla parabola del fantasma Califone. Non senza un lato romantico. La vita va avanti, è stato bello e intimo, see-you-next e, soprattutto, una massima da ricordare fin che resisterà Hollywood. “La musica dei film uccide il bacio”.

 

tracklist:
DON’T LET ME DIE NERVOUS
FUNERAL SINGERS
MOVIE MUSIC KILLS A KISS
MOSES
STITCHES
BELLS BREAK ARMS
ELECTRIC FENCE
FISHERMAN’S WIFE
THE ORCHIDS
MAGDALENE
A THIN SKIN OF BULLFIGHT DUST
MOOOBATH.BRAINSALT.A.HOLY.FOOL
MICHIGAN GIRLS
EVIDENCE
BUNUEL
SPIDERS HOUSE
PASTRY SHARP

  • Frances

    Bel report e quello dei Califone sicuramente un disco da riascoltare