Beach House @ Piper Club Roma (10/03/2013)

Bramavo da mesi questa esibizione. Le sono andato incontro ieri sera, facendomi largo fra birre, precipitazioni piovose e il solito traffico capitolìno. Ho trovato poi davanti a me una calca di aspiranti visionari, a sgomitare per quella mattonella che vorresti ti traghettasse in un sogno. L’ultimo ostacolo da superare è stato il violinista in apertura, di un’inerenza alquanto dubbia, ma ormai ero già con un piede su quel velivolo sgangherato, destinazione: una qualsiasi spiaggia disabitata. Il concerto dei Beach House è stato un po’ tutto questo. Un viaggio verso un altrove. Un altrove nebuloso, ovattato, sognante, colorato da una scenografia puntuale, nel suo minimalismo di luccichii baluginanti. E ti sdrai su quella agognata spiaggia. Dinanzi a te pellicole tremanti, in bassa fedeltà, e per un’ora e dieci prende forma il concetto di dream pop contemporaneo. Neanche un’acustica a tratti mediocre riesce a sminuire la scaletta del duo (ormai trio) da Baltimora. Da “Wild” a “Norway”, da “Lazuli” a “Zebra”, in un continuo ping pong silenzioso fra Bloom e Teen Dream che culmina nell’esecuzione di “Silver Soul”. Affidata alle trame ipnotiche di “Irene”, la chiusura ti riporta alla dimensione del reale. Restano però i dischi dei Beach House e la speranza di replicare la visione in un futuro prossimo.