Australia: cultura o non cultura?

Dopo qualche mese che sei dall’altra parte del mondo cominci inevitabilmente a fare paragoni, a stilare una lista, seppur personale, dei pro e dei contro. Quando un po’ perplesso prendi atto del risultato (nettamente in sfavore del tuo Paese di origine) viene il momento in cui provi a ingigantire i difetti del posto in cui ti trovi, a denunciare folte criniere appena vedi trascurabili peli nell’uovo. Forse (anzi, sicuramente) sarà perché sono invidioso marcio, o Schermata 2013-08-03 alle 07.47.51magari perché sono e sono sempre stato convinto che l’Italia si sistemerà. Un giorno di questi. Venendo al punto, la domanda che mi balena in testa dal giorno in cui sono atterrato in Australia è: cosa mi manca davvero dello Stivale?  Tralasciando familiari e amici, ci sarà un benedetto motivo per cui continuo a dubitare; per cui continuo a dire “Bello, bellissimo! Però…” La maggior parte dei compatrioti incontrati durante il viaggio a cui ho rivolto i miei interrogativi ha replicato con un secco “Niente”; e come biasimarli, visto che per esempio ad uno avevano proposto un’occupazione come designer e una sponsorizzazione per un visto permanente, mentre un altro lavorava in un frutteto raccogliendo ciliegie, con vitto e alloggio gratuiti e prendendo 1500 dollari a settimana (tanto per citare i casi più eclatanti). Ma è davvero solo una questione di soldi? “E poi non sento più parlare di calcio dalla mattina alla sera”; eh sì, una bella liberazione devo ammetterlo.

L’unica che mi ha dato una risposta convincente è Bianca, una sanremese che ho incontrato nel Nord della Tasmania. “L’Australia è stupenda ma mi mancano i profumi della mia terra. Sembra che questo Paese sia vuoto”. E aveva ragione. Non solo dal punto di vista olfattivo, anche fisicamente è molto dispersiva (più grande dell’Europa, un terzo degli abitanti dell’Italia). Non sto parlando delle grandi città come Adelaide, Melbourne o Sydney, belle città ma sempre copie sbiadite di quelle europee, e neanche delle iperturistiche località surfistiche. La vera Australia sta lungo lo sterminato cammino fra le capitali degli otto Stati che la compongono. Pochi treni e autobus (pure molto costosi), e quindi viaggiando mediante autostop mi sono trovato a metabolizzare un Schermata 2013-08-03 alle 07.47.35altro concetto di distanza. Infinite arterie principali, stradoni senza curve che tagliano il territorio dal punto A al punto B. Ogni tanto fa capolino un piccolo, insignificante paesino di poche centinaia di anime che ti saluta e ti informa delle sue vocazioni turistiche: “Welcome to Kingston S.E., town of  the giant lobster”, oppure “Welcome to Stanley, Australia’s tidiest town” qualunque cosa voglia dire. Solo quando vedi un’aragosta alta 20 metri che troneggia minacciosa sulla main road di un posto abbandonato a sé stesso come Kingston allora capisci, impersonando il capitano Kurz di Cuore di Tenebra, che c’è un altro e più preoccupante vuoto in Australia. Il vuoto di cultura: “The horror, the horror…”

Simon, il ragazzo australiano di Bianca, ha spiegato ad un incredulo me che da loro la materia “Storia” si studia soltanto il primo anno. E intendeva ovviamente la Storia australiana (che ha la bellezza di 225 anni) per l’altra devi andare all’Università. Allora ecco la risposta finalmente: sì, mi manca l’Italia, anche se è un Paese alla deriva, abitato egoisti senza senso civico, stuprato dall’abusivismo, dalla mafia e dalla politica, e dove i cervelli fuggono o fanno la fame mentre i figli di papà sguazzano nell’oro, perché almeno ho delle radici di cui andare fiero, ho testimonianze di un passato glorioso in ogni angolo di strada anche nei paesini più piccoli, e il mio popolo è discendente di grandi artisti che hanno costellato questa terra meravigliosa con capolavori eterni, non di colonizzatori macchiati di genocidio indigeno o dei carcerati al loro seguito che hanno cominciato ad abitare questa terra spaccando sassi con le catene alle caviglie. Da lì in poi ho visto tutto in un’ottica differente. Amavo l’Australia per la disponibilità delle persone, per i paesaggi mozzafiato e per le opportunità, ma non riuscivo a farmi una ragione del fatto che non avessero radici culturali degne di nota (come se fosse colpa loro); è come se tutto fosse

un surrogato britannico senz’anima, a partire dalla bandiera. Detto ciò, ormai la mia parte più snob era senza controllo. Ad ogni ridicola attrazione reclamizzata oltremodo (chiaramente un metodo per ipercompensare la mancanza di qualcosa piuttosto che descrivere il suo effettivo valore) o facevo finta di non vedere o venivo colpito da sindrome da disprezzo dantesco, dellaserie “Non ti curar di loro, ma guarda e passa”. Poi all’ennesimo pugno nell’occhio, l’epifania. Ero sempre in Tasmania e per causa di forza maggore mi sono dovuto fermare per una notte in una città di minatori. Non solo l’attività estrattiva aveva distrutto gran parte della vegetazione sulle spettacolari montagne circostanti, ma aveva contribuito a creare una ferrovia turistica che collegava tutti questi siti e partiva esattamente da Queenstown, proprio dove ero (mal)capitato. Alla piccola stazioncina faceva da contraltare una specie di veranda dove erano sistemati, due riproduzioni di minatori colti in una scena lavorativa (vi risparmio i dettagli), il tutto tenuto benissimo. Stavo per ripartire col solito ritornello mentale, quando proprio quel modo certosino di conservare siti turistici mi ha fatto riflettere. Ma davvero posso avere voce in capitolo su come si conserva la cultura, io che vengo da un Paese che lascia crollare Pompei? Che taglia costantemente ogni anno fondi all’Università? O peggio che ha gente la quale se ne frega altamente di questo incredibile patrimonio artistico? Meglio avere la cultura e lasciarla decadere o non averla e celebrarla lo stesso? Perchè mi indigno se un benzinaio in Tasmania non sa cosa sia Firenze, mentre nel nostro Paese siamo governati da persone che non sanno neanche la data dell’Unità di Italia? Almeno loro celebrano feste ipocrite come l’Australia Day o l’ANZAC Day (tutti trionfi del menefreghismo verso gli Aborigeni, ma questa è un’altra storia) con orgoglio, con patriottismo miope e gonfiato, ma pur sempre con gioia e partecipazione. Mentre noi viviamo ogni anno il 25 aprile come un giorno qualunque o peggio come un dibattito sull’eroismo o meno dei nostri partigiani, invece magari di raccoglierci e celebrare al di là delle fazioni politiche chi ha rischiato la vita per combattere per un futuro migliore.

C’è un ultimo interrogativo che ancora mi tiene impegnata la mente su questo argomento rivisto in ottica globale. Dopo tutti i discorsi fatti o che si potrebbero fare, perchè qua stanno meglio di noi? Perché la grande vecchia e gloriosa Europa è stata così vulnerabile alla crisi mentre l’Australia no? Forse anche perché qua non si portano dietro tutto il nostro bagaglio storico-culturale? Se fossero le nostre radici la causa della minore elasticità di fronte al sistema economico che noi Uomini Bianchi abbiamo inventato? Se fosse l’Australia il prototipo di Paese futuro, privo di qualsiasi retaggio passato e quindi di vincoli che fanno resistenza alla crescita produttiva indiscriminata? Schermata 2013-08-03 alle 07.47.10Se l’Europa si stesse culturalmente uniformando a immagine e somiglianza dei nuovi Paesi nati dalla colonizzazione, per adattarsi alle evoluzioni del capitalismo? D’altra parte è stata sempre la cultura a opporsi sempre alle logiche di mercato; forse se non fossimo poi attaccati alle nostre radici saremmo davvero in balìa di una società senza punti fermi, in cui la pubblicità la fa da padrona e gli oggetti sono già obsoleti un momento dopo la loro uscita (come se in un certo qual modo non lo fossimo già), ma comunque più resistenti alle crisi economiche. Sicuramente non sarà così, ci saranno milioni di altri motivi per cui succede quello che sta succedendo; ma se per puro caso ci fosse qualcosa di vero l’Italia sarebbe un passo avanti rispetto agli altri Paesi europei nel radere al suolo il suo ingombrante patrimonio.

post di Gianluca Bindi

 

  • daniele sassi

    bel pezzo, complimenti

  • Alessandro Romeo

    Bellissimo pezzo sì. In parte, se non in toto, applicabile agli States, con la differenza di migliori servizi (per i trasporti, per altro, vedi la sanità, evitiamo) e di un imperante egocentrismo da “best in the world”.