Arctic Monkeys @ Palasharp, Milano (26/01/2010) + @ Zenith, München (08/02/2010)

“Your name isn’t Rio but I don’t care for sand, and lightning the fuse might result in a bang, b-b-bang go”, sono questi i versi che ripeto ossessivamente tra me e me, come una specie di scioglilingua, mentre mi avvio a piedi verso il Palasharp sotto qualche insistente fiocco di neve. Voglio essere sicuro di ricordarmi il testo della mia canzone preferita degli Arctic Monkeys e di non incartarmi quando sarà il momento. Mentre raggiungo la certezza di essermi preparato a dovere, arrivo nello spiazzo antistante il palazzetto. Un paio di chiamate via cellulare e riesco a individuare uno dei miei amici indigeni con la sua compagnia; dopo i dovuti convenevoli e le presentazioni di rito, decidiamo finalmente di entrare. I Mistery Jets, gruppo spalla di turno, hanno già iniziato ad esibirsi quando noi ci caliamo nel parterre. Ci interessano relativamente e quel poco a cui prestiamo seriamente orecchio non ci fa cambiare idea su di loro. Sfruttiamo quindi il tempo a nostra disposizione per esaminare il banchetto dei gadget (purtroppo solo magliette, niente cd, né vinili) e incontrare gli altri personaggi in cerca d’autore che compongono la nostra variopinta combriccola. Una volta al completo, decidiamo di spostarci più avanti, scegliendo malauguratamente di farci guidare dalle ragazze del gruppo, che ci portano proprio dietro la schiera delle cinque persone più alte all’interno del Palasharp. Nel frattempo i Mistery Jets ci  fanno la cortesia di scendere dal palco. Dopo la canonica mezz’ora di attesa è quindi tempo di Scimmie Artiche.
Alex Turner e soci impiegano giusto un paio canzoni per portare scompiglio tra i ranghi degli spettatori, al punto che già all’altezza di “Brianstorm” da nove che eravamo ci accorgiamo di essere rimasti in tre, con tutti gli altri irrimediabilmente dispersi. Il concerto prosegue alternando battaglie fisiche, da condurre a squarciagola e con i gomiti larghi, a pezzi complessivamente più rilassati in cui si può tirare il fiato, fondamentali soprattutto per il nostro sodale sulla soglia dei trenta, la cui prestanza fisica, non me ne voglia, comincia a venir meno. Le canzoni di Humbug hanno grande resa, anche se l’impatto è naturalmente minore rispetto ai pezzi più tirati presenti nei primi due album. Gli Arctic Monkeys si limitano ad eseguire perfettamente ogni canzone, indefessi: perlopiù evitando gesti eclatanti, lasciano che sia il pubblico ad animare la serata, e il meccanismo funziona. Come una mannaia, all’improvviso, i Nostri decidono di calare la doppietta “The View From the Afternoon”, “I Bet That You Look Good On the Dancefloor”. Si avverte immediatamente che è il momento chiave del concerto, e nel parterre si scatena l’inferno: attimi di panico, difficoltà a mantenere l’equilibrio, meniamo e riceviamo colpi da tutte le parti, perfino (soprattutto!) le ragazze e alcuni quarantenni rampanti sono lanciatissimi nella mischia. Si salta e si balla, siamo parte di una marea montante che si infrange solo sul palco. Intravediamo in lontananza alcuni compagni smarriti, veniamo inondati da diverse bicchierate di birra, ma sopravviviamo. Sfiancati e sudatissimi, ma con un sorriso ebete dipinto sui volti, ci godiamo il resto del concerto; la splendida “Secret Door”, accompagnata da una colorata pioggia di coriandoli, e “505” si segnalano per bellezza musicale e coreografica, con il palazzetto ormai fisicamente sfinito, che intona il coro sui ritornelli. L’esibizione finisce, il Palasharp si svuota, ci sono diverse felpe abbandonate per terra. Noto che avevo un paio di Converse bianche e pulite. Avevo. Aspettando nei pressi del palazzo alcuni nostri amici, vittime della tremenda disorganizzazione del guardaroba, vediamo sfilare due ragazze addirittura senza scarpe, mentre una terza ragazza, seria e convinta, si avvicina e ci chiede: “Scusate,  hanno già fatto Albachiara? Hanno detto che la facevano!”. Ai concerti rock potete fare anche questi incontri. (G.C.)

Dopo tre giorni trascorsi a Monaco tra visite, birre, neve e freddo, molto freddo, è il momento della serata che tutti stavamo aspettando, quella del live degli Arctic Monkeys, coloro ci hanno spinto ad intraprendere un lungo viaggio verso lo stupendo capoluogo bavarese. Arriviamo col nostro piccolo camper sul luogo del concerto con qualche ora d’anticipo, c’è un ampio parcheggio e cerchiamo di sistemarci in un angolo abbastanza appartato, visto che abbiamo deciso di trascorrere la notte lì dopo lo show. Mentre ci cuciniamo la pasta, vediamo attraverso i finestrini che incominciano ad arrivare le prime persone, quasi tutti ragazzini giovanissimi. Col passare dei minuti, il pubblico diventa sempre più variegato. Si trova un po’ di tutto, dai quindicenni, agli studenti universitari, fino alle famigliole e a qualche distinto signore incravattato. Consentiteci una menzione particolare per le ragazze bionde tedesche (bellissime), che ci fanno rimanere a bocca aperta. Capiamo subito che non è un posto adatto ad un tristofante e ne siamo felici. Attendendo l’inizio del concerto, notiamo che ci sono molti altri stranieri oltre a noi. Facciamo la conoscenza di un gruppetto di spagnoli e di un simpatico studente messicano.

Quando arriva il momento dei Mistery Jets, il gruppo di supporto, siamo ad una ventina di metri dal palco. Il loro show è divertente e riesce nell’intento di intrattenere il pubblico. Gli animi cominciano a scaldarsi e c’è già chi inizia a pogare. Appena i Mistery Jets abbandonano il palco, viene calato un grande sipario che copre la vista agli spettatori. L’attesa si fa snervante e, pressati come sardine in mezzo alla folla, cominciamo ad avere un gran caldo, quasi insopportabile. Non mancano, ovviamente, i soliti svenimenti. All’improvviso, si spengono le luci e si ode, come una liberazione, l’inconfondibile suono di chitarra che apre “Dance Little Liar”. Il sipario viene aperto e ci troviamo di fronte ad Alex Turner e compagni. I fans sono in delirio, tanto che siamo spinti nella zona di fronte al centro del palco, verso il quale tentiamo di avvicinarci come attratti da una forza invisibile alla quale è impossibile resistere. Viviamo autentici attimi di follia durante “Brianstorm”, seconda canzone in scaletta, che ci fa capire che sarà una serata in cui si dovrà fare molta fatica per rimanere in piedi, tra salti, spintoni e scene di pazzia generale. Le canzoni in cui il pubblico risulterà più coinvolto ed infervorato durante lo show sono “Still Take You Home”, la doppietta micidiale “The View From the Afternoon” – “I Bet You Look Good On the Dancefloor”, oltre a “Fluorescent Adolescent”, proposta nel corso dell’encore. Durante “When the Sun Goes Down” (apice del concerto per chi scrive) nella zona di pubblico dove ci troviamo si forma una sorta di  wall of death che ci fa temere per la nostra incolumità. Fortunatamente non succede nulla di spiacevole e tutti, dopo lo scontro, riprendono a saltare ed a cantare in un clima di gioia e follia. Le canzoni di Humbug vengono accolte, ingiustamente, con un po’ più di freddezza. Questo, tuttavia, ci consente di riprendere un po’ fiato e di goderci al meglio le maestose versioni dei recenti singoli “Cornerstone”, “My Propeller” e “Crying Lightning”, oltre a quelle di “Potion Approaching” e “Pretty Visitors” (uno dei pezzi in cui il sempre bravissimo Matt Helders dà il meglio di sé). Una menzione speciale la merita “Secret Door”, con un’interpretazione davvero sentita ed un’esplosione di coriandoli d’oro e d’argento che va a cadere sulle teste dei presenti proprio nel momento in cui la canzone tocca il suo apice e tutti all’unisono cantano “Fools on parade cavort and carry on…”

Dopo questo momento esaltante la band si ritira ed il pubblico comincia a chiamarla a gran voce di nuovo sul palco, ben sapendo che presto sarebbe tornata per i pezzi conclusivi. Appena le Scimmie risalgono si ode un boato e Turner, davvero poco loquace, concede una delle poche frasi della serata con un incerto “danke sehr” accolto da applausi e grida. Arriva quindi il momento di  “Fluorescent Adolescent” (allungata di un paio di minuti da un intermezzo-cover) e di “505″, degna conclusione di un grande show.

Certo, c’è qualcuno dispiaciuto per l’assenza di pezzi importanti come “Mardy Bum”, “Teddy Picker” o “Leave Before the Lights Come On”, che pure noi avremmo ascoltato con piacere, anche perché la setlist non è stata troppo corposa, ma non si può avere tutto e dopo una prestazione del genere è davvero ingiusto lamentarsi. L’unica vera critica che si può muovere, in realtà, riguarda la scarsa presenza scenica dei Nostri, ampiamente sopperita dal talento e dalla perizia nelle esecuzioni. Finito il tutto, usciamo ancora elettrizzati e con in testa le note di un concerto bello e coinvolgente, che senza dubbio meritava tutti gli sforzi che abbiamo fatto per poter essere presenti. (M.Bo.)

Setlist:
1.Dance Little Liar
2.Brianstorm
3.This House Is A Circus
4.Still Take You Home
5.Potion Approaching
6.Red Right Hand (Nick Cave & The Bad Seeds cover)
7.My Propeller
8.Crying Lightning
9.Catapult
10.The View From The Afternoon
11.I Bet You Look Good On The Dancefloor
12.Cornerstone
13.If You Were There, Beware
14.Pretty Visitors
15.Do Me A Favour
16.When The Sun Goes Down
17.Secret Door

Encore:
18.Fluorescent Adolescent / Only You Know (Dion cover)
19.505


live report di Guido Caputo e Manuel Boninsegna, foto di Guido Caputo