TOP 10 Alternative Guitar Heroes

guitar-hero-5-7-600x337Classifiche o liste di questo tipo rischiano di essere vittima del loro stesso titolo: che i chitarristi siano i migliori o i più influenti il campo di scelta rimane lo stesso, disperso in mezzo secolo di movimenti musicali e incoerente nel suo ordine finale. Come si comporta il lettore davanti al lunghissimo elenco, fatto di un centinaio di nomi di cui novanta ordinati a caso? Va a cercare i suoi preferiti, lamenta un paio di inserimenti, propone di avanzare alcune posizioni e infine passa oltre. Possiamo biasimarlo, ma fino a un certo punto: l’utilità di mettere uno di fianco all’altro rappresentanti di blues, post punk, metal, alternative rock e chissà quanti altri sottogeneri è piuttosto dubbia. Nessuno passerà due ore allo sbando, in mezzo a canzoni totalmente sconnesse.

Cerchiamo di fare le cose con criterio. I dieci nomi che seguono sono accomunati da diversi fattori: l’estrazione da etichette indipendenti, l’influenza sulle rispettive scene (se non direttamente la loro creazione) e la presenza, da protagonisti, in momenti memorabili della musica alternativa a partire dalla fine degli anni ’80.
Non ci sarà Johnny Marr, non ci sarà Stephen Malkmus. Stessa cosa per Kurt Cobain: si è preferito lasciare spazio ad altri nomi, sia per evitare un classicismo presente ormai anche nella sfera indie, sia per riscoprire e guardare in maniera diversa alcuni musicisti che si troverebbero altrimenti relegati, continuamente, in secondo piano. The Queen Is Dead e Nevermind li conosciamo a memoria tutti, ma chi può dire lo stesso per i capolavori di Built to Spill e Fugazi?

J Mascis: Dinosaur Jr.

J-Mascis-2Ondate di fuzz e wah-wah, semplici accordi e arpeggi prima torbidi poi suonati nel modo più limpido possibile: il leader dei Dinosaur Jr. incarna in pieno l’immagine del musicista forgiato da ore e ore di jam a livelli di decibel improponibili. La sua figura, priva di evidenti elementi di malessere, tende al massimo a quella malinconia tenera e innocua che lo rende un ascolto fidato in ogni momento, capace di emozionare sia con lo strumento che con l’indolenza del cantato. I suoi riff sono istantaneamente catchy e irresistibili, la scrittura melodica e gli assoli-fiume potrebbero (e dovrebbero) durare per sempre. Carisma, attitudine slacker e una qualità della discografia costantemente ad alti livelli nell’arco di trent’anni lo rendono uno degli ultimi eroi alternative sui quali contare. In suo onore la Fender ha forgiato una Jazzmaster di colore viola.

Kevin Shields: My Bloody Valentine
6Ha perfezionato e posto un limite insuperato all’intero movimento shoegaze. Gli strati sonori, lo sferragliare di decine di corde allo stesso istante, gli accordi aperti e alterati da un uso rivoluzionario della barra del tremolo: tutti elementi uniformati, compattati e messi al servizio di melodie celestiali, se non riversati sulla forma pop fino ad annegarla in cascate di distorsioni. Abile manipolatore di ogni elemento chitarristico da sempre considerato incontrollabile, Dio Kevin Shields ha saputo trasformare il feedback e le folli unioni di effetti in monoliti musicali dalla densità impressionante, raggiungendo con Loveless un apice tutt’ora insuperato. Un’esperienza da provare e sviscerare a volumi spropositati. Anche lui, se non con la Jazzmaster, gioca con una Fender Jaguar.

Lee Ranaldo/Thurston Moore: Sonic Youth
50c440d9Un approccio allo strumento dilaniante, violento e libero da ogni vincolo: tra accordature alternative e un uso improprio di archi di violino, aste del microfono e ogni diavoleria reperibile sul palco, i due si sono resi responsabili dello sdoganamento sì di un modo di suonare, ma anche di portare avanti intere canzoni spesso al di là di ogni consuetudine e regola teorica. Torbide sfuriate, momenti più eterei, un suono costantemente sporco e al limite dell’assuefazione per l’ascoltatore. Non sono poche le carriere fondate anche solo su una manciata di idee degli alfieri più pericolosi e incontrollabili della scena indipendente. Jazzmaster customizzata anche per loro, ci mancherebbe.

Ian MacKaye/Guy Picciotto: Fugazi
fugazi-gear-summary-1Unire gli Stooges al reggae. Prendere le distanze dall’hardcore-punk suonato ed esaurito con le esperienze precedenti. Queste le basi per la nascita dei Fugazi e di uno dei dualismi migliori di sempre: viscerale e funky MacKaye, impegnato a traffigerne il risultato con lacerazioni soliste Picciotto, per un’alchimia dissonante impossibile da separare. Troppo decisi, troppo coraggiosi nella gestione di esplosioni e silenzi improvvisi per essere eguagliati dai loro seguaci post hardcore, i due hanno portato a compimento (almeno) due capolavori (ma no, sono di più!), mantenendo suono e riff sempre unici e dotati di quel fattore immortale che li rende un ascolto micidiale ancora oggi. I due erano soliti incrociare una Rickenbacker 330 con una diavoletto Gibson SG.

King Buzzo: Melvins, Fantômas
Schermata 2014-10-19 alle 10.54.07Chiunque sia alla ricerca di uno stile pesante, distorto e al riparo da riferimenti troppo evidenti a Toni Iommi, probabilmente finirà per suonare come il fondatore dei Melvins. Le sue intuizioni doom e sludge, sparse nell’arco di una carriera lunga trent’anni and counting, hanno ispirato band dai Nirvana ai Mastodon passando per i Tool: nessuno di loro esiterà a riconoscere a Roger “Buzzo” Osborne la paternità di numerose idee e approcci, fornendogli più di un assist per la definitiva svolta di popolarità, di fatto mai portata a compimento: integralismo sonoro e riluttanza verso la melodia ruffiana spalanca-porte lo hanno tenuto lontano dai riflettori più grandi, permettendogli però di creare una lunga e personale enciclopedia della chitarra pesante dalla quale tutti attingiamo, anche senza saperlo. Gibson Les Paul Custom nera, e soprattutto una pedaliera che ci puoi fare una guerra.

David Pajo: Slint, Tortoise
fork-slint-stratNegli album post rock più importanti e seminali, Pajo è presente, impossibile sbagliare. Un suono che da una parte precede spazi sconfinati ancora da sviluppare, dall’altra definisce l’incedere inquieto e le esplosioni di cui si serviranno Mogwai e una lunghissima fila di eredi. L’uso di strumentazione rock in direzioni lontane dal genere non inizia con lui ma sono album come Spiderland che creano il modello, la base replicata per i decenni a seguire. Capace di collaborare anche al di fuori del suo stile abituale, prestandosi all’indie rock di Yeah Yeah Yeahs e Interpol (e oddio, anche alla megalomania di Billy Corgan), Pajo rimane tra i più ammirati e imitati rivoluzionari della forma canzone. Fender Stratocaster per lui.

Josh Homme: Kyuss, Queens of the Stone Age
037Joshua-Homme-Queens-of-the-Stone-Age-2008-Maton-GuitarsIl deserto americano poteva essere visto, al massimo, come patria di qualche artista country perso per strada nel ritorno a Nashville. Quando un ragazzone ancora teenager azzeccò la formula, fatta di accordature ribassate e uno stile ugualmente debitore verso heavy metal e blues, la polvere e il clima torrido vennero finalmente tradotti in musica. L’incedere ipnotico dei suoi riff e le derive psichedeliche che seguiranno lungo tutta la produzione oggi trovano in stoner una definizione calzante: temperature insostenibili e stordimento sono ben rappresentate dal primo Homme, quello delle pesanti bordate e code soliste, che lascerà il segno più evidente nei due capolavori Blues for the Red Sun e Welcome to Sky Valley. Portabandiera della Maton Guitars nel mondo.

Graham Coxon: Blur
coxonDi carattere più schivo e timido rispetto al frontman Damon Albarn, ha bilanciato il maggiore riserbo con un apporto fondamentale sia per la band che per l’intero movimento britpop tenuto in vita, in forme sempre diverse, fino all’alba dei 2000. Partendo dalla lezione di Johnny Marr e tenendo occhio a quanto combinava Bernard Butler coi Suede (altro nome che avrebbe meritato un posto nei dieci), Coxon ha saputo renderne il suono più solido e coerente con la popolarità in costante ascesa della band, pur non negandole uno sviluppo artistico invidiabile e invidiato soprattutto dai rivali del tempo. Gli intro, gli spazi riempiti al termine delle strofe, gli assoli tanto weird quanto irresistibili, tutti elementi che lo rendono una figura irrinunciabile per cogliere il rock britannico in tutte le sue possibilità. Quasi questa Telecaster color legno.

Jack White: White Stripes, Dead Weather, Raconteurs

jack-whitePersonaggio trasversale, lo conosciamo e apprezziamo tutti per un’infinità di motivi diversi. Il suo posto, come se non fosse già ovunque, lo trova anche qui: sotto la produzione pronta per i passaggi radiofonici si cela infatti un chitarrista istintivo e capace di personalizzare stilemi blues vecchi di decenni, uscendosene con uno stile suo e di nessun altro. Sa come scrivere una hit da una manciata di note, come mettere al tappeto ogni gruppo punk/garage in un minuto e cinquanta e come sconfinare in territori ispanici, facendo sembrare tutto perfettamente naturale e easy listening. Ogni anno cambia moniker ma il suo tocco su quelle sei corde lo riconosceremmo in un attimo. Cambia chitarra a seconda del progetto, ma la sua preferita si dice sia una Airline 1964 Montgomery Ward.

72298340-400x600Doug Martsch: Built to Spill
Un chitarrista, così come il suo gruppo, di difficile catalogazione: riconducibile in egual misura all’esplosione indie rock dei primi anni ’90, al post hardcore più emozionale e ai maestri dei decenni passati, ha condotto una carriera esemplare sfociando nella sua personale apoteosi con Perfect From Now On, flusso di coscienza fatto di distorsioni hendrixiane, progressioni e memorabili melodie. Tra arpeggi sporcati e micidiali aperture soliste ha colorato e scritto strutture alternative vincenti ma anche episodi più diretti e focalizzati, che hanno fatto da base per le carriere, tra gli altri, di Death Cab for Cutie e Modest Mouse. In una band con altri 2 chitarristi, Martsch ha sempre preferito una Stratocaster.