ALT! (senza J). Strane sorprese nel 2014 dei signori ∆

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Una mia foto dopo aver ascoltato Left Hand Free

∆. Già. La musica cambia le cose. Frase banale, ma anche vera: cambiamo anche per la musica che ascoltiamo – e per la stessa ragione la musica cambia chi la scrive. Due anni fa gli Alt-J erano solo quattro universitari semisconosciuti, che suonavano insieme dal 2007, pensavano di chiamarsi “The Films”, e un passo alla volta avevano dato vita a qualcosa che, ingenuamente, credevano fosse solo della buona musica, e niente di più. Non è che si sbagliassero, e forse è proprio per questo che la loro pagina Facebook recita un numero di fan a sette cifre, e An Awesome Wave ha venduto un milione di copie – oltre al Mercury Prize vinto nel 2012. E l’Ivor Novello Album Award nel ’13. Ah, sì: hanno anche superato i 200 millioni di streaming su Spotify.

Del resto, lo ha detto lo stesso Gus (tastiere e voce) in una dichiarazione riguardo alla loro scelta di registrare il secondo album This is All Yours (out il 22 settembre) nello stesso studio in cui era nato An Awesome Wave, a Brixton – invece che sotto la protezione di qualche grande produttore in America, cosa cui di sicuro sono stati invitati. “We didn’t want to change too much. The first album went well. We didn’t want to blow loads of cash going to Los Angeles to work with Rick Rubin, although we probably could have.” E così tornano agli Iguana Studio, producer Charlie Andrew, collaboratore anche del debutto.

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“Non volevamo cambiare troppo.” Probabilmente è vero. Ma ce l’avevano scritto pure nel nome. Il delta, ∆, è proprio il simbolo che indica la differenza, la variazione, il cambiamento. (For change is what we are my child – ma questa è un’altra storia). Gli Alt-J erano quel gruppo… normale. Quelli che sul palco erano presi troppo bene, umili fino al midollo, sembravano più nerd anche dei Notwist. E questo nonostante la loro musica sia in qualche modo unica: ma il loro genio è stato proprio nel non darlo a vedere. An Awesome Wave è un album profondissimo, ma che si dispiega ugualmente leggero alle orecchie di chiunque: alcuni se ne innamorarono per ingenuità, altri per studiata comprensione – il risultato è di poco differente.

Gwil SainsburyMa i cambiamenti ci sono stati. Eccome. E pare che sia per questo che, all’inizio dell’anno, Gwil Sainsbury, bassista/chitarrista e cofondatore, ha lasciato il gruppo. Joe (chitarra, voce) lo definisce un “silent leader ”, il che suggerisce che avesse un ruolo fondamentale nel processo di composizione. Ammette che non pensavano di riuscire a riprendersi dopo il suo addio, è stato un duro colpo, e il tutto ha aggiunto altra pressione, come non bastassero le attese per un album su cui mezzo mondo già allunga le dita.

E si sente, che qualcosa è cambiato, in Hunger of the Pine, singolo da This is All Yours. Diversamente da altri brani, ideati durante i tour (come Warm Foothills), questa traccia è una di quelle che hanno visto la luce dopo l’addio del bassista.

No, Hunger of the Pine non ricorda i pezzi di punta dell’esordio, non c’è niente o quasi di Breezeblocks e Tessellate. È solo un assaggio, ma già si capiscono alcune cose. Che i Radiohead fossero una delle loro fonti di ispirazione lo si sapeva. Ma qui aleggia il fantasma di qualcosa di ormai celebre, peggio della mossa Kansas City: la temuta mossa Kid A, che molti provano ma che molti meno sanno fare senza tagliarsi le gambe da soli.
C’è poi la vicenda graziosa e fangosetta di quel “I’m a female rebel”. Sì perché quella voce campionata che compare ad 1:35, è di Miley Cyrus, e proviene dalla sua canzone “4×4” (che vi sconsiglio di ascoltare se stanotte volete dormire). Ok, a me non interessa, puoi campionare chi ti pare. Ma fra tutti: Miley Cyrus? Vuoi un’aspirina? Penso che ce ne sia bisogno.
Ma non prendiamola male, c’è la pronta dichiarazione di Thom (batteria): “She’s a fan of Alt-J, she uses a snippet of Fitzpleasure in her live show, so I sent her a message on Twitter asking if she wanted a remix. She emailed me the stems to her song 4×4 and we noticed one of her parts fitted perfectly over a guitar riff Joe was playing. It was a bit like, ‘What are we doing?’ But we all warmed to it. It’s not so much that it’s Miley Cyrus, it just sounds good.” Gus aggiunge: “It’s funny, because I’m not such a big fan of the original song.” (Grazie a Dio) “But when you take that line out of context – ‘I’m a female rebel’ – it sounds amazing. When you hear her vocal by itself, it’s got a real purity and punchiness to it.” Ok: 1) Purity e Miley Cyrus non sono parole che si possono mettere nella stessa frase, 2) d’accordo, se faccio finta di non sapere da dove viene ci sta anche bene nella canzone. Ma era proprio necessario? Forse non lo sapevate che sarebbe subito uscita la notiziona mega-scoop “GLI ALT-J CAMPIONANO MILEY CYRUS!!!” ? Neanche aveste bisogno di farvi pubblicità…

Fitzpleasure, Miley Cyrus

Hanno poi pensato bene di fare un video dove c’è uno che crepa, ma quello colpisce poco, tanto l’avevamo già capito che gli piacciono i video con la gente che muore. Forse neanche ce n’era bisogno: un ascolto dopo l’altro, nonostante tutto, Hunger of the Pine funziona. Fa il suo dovere; diversamente da come speravi, ma tant’è. Chi non la pensa così è piuttosto la Atlantic Records, casa discografica americana del gruppo, che ha giudicato il singolo non all’altezza delle aspettative. Gli Alt-J, per tutta risposta, hanno goliardicamente partorito Left Hand Free, da loro stessi definita “the least Alt-J song ever“. Spiegano di averla scritta in 20 minuti, così, come veniva, e cercando volutamente di farne un cliché ambulante. “There’s none of my personality in it” dice Thom. Joe aggiunge: “I can imagine it appealing to American truckers with Good Riddance To Bin Laden stickers!”. Ovviamente piace a tutti, non si capisce se davvero o per finta. Qualche giorno dopo compare un post su FB dove la band dichiara: “Glad to see you guys loving Left Hand Free. Contrary to some reports it was written in a spirit of pure joy to please no one but us and you.” Ironia non proprio sottile. Sta di fatto che sarà dentro il nuovo album, pare, nonostante suoni un po’ tipo la versione Frankestein dei Black Keys. Viene da ridere a leggere i commenti di alcuni fan sui social, che in preda all’esultanza la consacrano canzone dell’anno e prova ineluttabile di come i loro eroi siano sempre pronti a scoprire nuovi inesplorati orizzonti musicali. (è questa la dimostrazione che i signori abbiano conquistato, tra le altre cose, un’ampia sezione-favelas del pubblico musicale contemporaneo).

Sono un po’ spaesati i ragazzi. Ok fare qualche scherzetto ai fan, ma non eravate quelli “normali”, voi? Quelli che si limitano a fare buona musica, che pensano sia QUELLA la cosa importante? Che senso ha, per davvero, questa Left Hand Free? Togli lo scherzo, togli la notizia, hai fatto incazzare la casa discografica, ok, le risate sul momento, va bene. Ma poi, cosa rimane? Ed è un pezzo che sarà nell’album. Una roba del genere in mezzo a un album magari medio-buono non aiuterà di sicuro ad alzare l’asticella.

 

Insomma, di cose ne sono cambiate, eccome. Ma nel bene o nel male? Una tamarrata così l’avrebbero mai fatta quei quattro ragazzi di Leeds, che scrivevano senza saperlo uno degli album più belli di questa seconda decade di 2000? Di per sé non ha troppa importanza, ciò che importa – proprio come dicono loro – è solo la musica. Ma queste non sono cose da gente che ama la musica. Sono solo scenette fini a sé stesse, che colpiscono a stento gli ultimi arrivati. This Is All Yours è un album attesissimo, che dovrà confrontarsi con un esordio che è già patrimonio condiviso della nuova generazione: e questa è la presentazione? Sembra una di quelle pubblicità di macchine dove l’auto non te la fanno neanche vedere. E anche se già sappiamo che la fuori c’è un esercito pronto ad amare qualsiasi eventuale svarione degli Alt-J, ci piacerebbe che This is All Yours fosse davvero come An Awesome Wave: non nel contenuto, ma nell’idea di fondo. Quello era un album veramente bello, ma per una ragione: quella era soltanto musica. Ed è proprio questo che vi chiediamo, cari Alt-J: soltanto musica, niente di più. Questa è la cosa che, forse, non dovrebbe cambiare mai.

  • Daniel Cordoni

    sono morto sulla “sezione-favelas”