Alchimia: l’arte di interpretare ciò che emerge e trasformarlo

Riceviamo ed inoltriamo questo post da parte di un lettore che vuole restare anonimo. 

Michael_Maier_Atalanta_Fugiens_Emblem_03Nel corso dei secoli l’alchimia è stata un tutt’uno con la chimica. Una volta avvenuta la separazione l’alchimia si è persa per strada. Essa si è andata a ramificare nelle correnti più disparate, alcune ridicole, altre valide; alcune sue idee sono state integrate inconsapevolmente nella psicoterapia moderna mentre altre vengono ancora oggi utlizzate da sette e bande di creduloni. L’alchimia è stata il tabù per eccellenza. Oggi non attrae quasi nessuno per vari motivi: 1) E’ fatta di simboli arcaici che non interessano oggigiorno, 2) E’ un argomento storico poco dibattuto in generale 3) La sua astrusità e indecifrabilità l’hanno resa inacessibile, sebbene è famosa una citazione di un autore alchemico che affermava che la pietra filosofale fosse disponibile a chiunque e che fosse qualcosa che “si trova per strada” in realtà,questo per sottolinearne l’ubiquità.

Immaginate gli ambienti e le epoche dove l’alchimia ha dovuto svilupparsi. Luoghi e tempi intrisi di religioni dogmatiche e fondamentalismi in cui era praticamente impossibile procedere per vie laterali che subito si era tacciati di stregoneria, scismi, eresie ecc….L’alchimia è un’eccezione. In tutte le epoche è riuscita a cavarsela e ad eludere il controllo del pensiero dominante. Come? Proprio attraverso i suoi simboli.Si pensa che anche alcuni vescovi e papi siano stati egregi alchimisti. Perchè secondo voi nei testi alchemici medioevali fino a quelli 700eschi e oltre si notano cristi,madonne e altri simboli palesemente cristiani? Non solo perchè l’utilizzo di queste immagini permetteva di ingannare ad esempio la chiesa e farsi accettare ma anche perchè gli alchimisti avevano intuito (gut feeling più che razionalità) il “potere” di questi emblemi. Ebbene si,udite,udite, madonne, salvatori, non sono simboli utilizzati per caso dal cristianesimo. Essi sono modelli che rappresentano qualcosa di più generale,condiviso nella storia dell’umanità. Lo spirito umano non ha tempo. Uomini primitivi hanno tirato fuori l’idea di “madre terra”, tra 4000 anni il simbolo “materno” continuerà ad avere gli stessi effetti sull’uomo così come il simbolo dell’”eroe” che tanti miti ha ispirato. Purtroppo l’argomento è cosi vasto che si potrebbe stare a parlare di questo per anni tirando in ballo storia,filosofia,astrologia,psicologia,mitologia ma le scarse conoscenze che ho non mi permettono di farlo.

CAP.1 ___Il tema è diviso in due paragrafetti dato che l’argomento è pesante ma soprattutto perchè sto scrivendo quel che ricordo dalle mie purtroppo triviali letture e tentativi di pratica,e sottolineo tentativi. Purtroppo l’argomento mi ha stregato non solo culturalmente ma soprattutto ne ho sentito il bisogno……
Mi scuso per i passaggi ingarbugliati e ridondanti.

Prima di tutto,una premessa: ogni cosa che leggerete sull’alchimia deve essere presa “cum grano salis”. Non c’è nulla di vero/falso, chiaro/incomprensibile. Chiaramente non è una scienza nel senso classico della parola, la definizione “scienza dello spirito” le si addice di più. Gli alchimisti stessi erano il vessel il crogiuolo sul quale sperimentare.
L’alchimia è da prendere per “buona” semplicemente perchè è qualcosa che può produrre effetti. L’unico modo in cui è possibile studiarla è fenomenologicamente ed è valida proprio perchè abbiamo testimonianze che quei metodi,quelle tecniche sortivano degli affetti su chi sperimentava. Questa è la base per abbandonare i pregiudizi e aprirsi a questo mondo di pazzi!
Qui non si parla di religioni e fedi unilaterali, oppure filosofie metafisiche, o di platoni ecc, neanche di spiritualità avulsa completamente dalla realtà a cui abbandonarsi passivamente. L’alchimia è qualcosa che nasce semplicemente dall’uomo e si rivolge ad esso, rispondendo alle sue necessità. L’alchimia è qualcosa radicata a terra che ha a che fare con la parte più animale di noi stessi così come con le funzioni più elevate di un essere umano.
Può diventare una pratica si, ma originariamente non era intesa come tale. Contenuti emergevano spontanemente nella psiche cosciente dell’individuo e la disposizione, la cultura di quello facevano il resto. C’era chi la prendeva come una missione di vita, altri invece sbandavano assaliti da visioni, altri ancora le raccontavano (cosi nascono alcuni libri alchemici), molti la praticavano attivamente.

Ci sono molte opinioni su cosa sia realmente l’alchimia. Jung la definisce un prodotto del nostro inconscio collettivo che affiorava e i cui archetipi,gli adepti proiettavano sulla materia. Evola la considera come un insieme di rituali o iniziazioni mirati a produrre effetti su noi stessi (un pò come la magia). Entrambe le interpretazioni sono valide e non si escludono a vicenda. Gli alchimisti potevano essere, eremiti, santi, insomma gente che abbandonava la vita “cosciente” alla ricerca di altre esperienze. Altri invece questo “qualcosa” lo trovavano nello studio,nel lavoro. Le attività mercuriali,cioè dove la pazienza e particolari qualità sono richieste, costituiscono campi fertili per la pratica. Ma il laboratorio alchemico per eccellenza non esiste. E’ la vita quotidiana stessa il laboratorio dove applicare gli insegnamenti. L’alchimista non era altro che uno studioso della materia che faceva esperimenti a istinto (per non dire ad minchiam) alla ricerca di qualcosa che non sapeva neanche lui cosa fosse. Esegeti moderni hanno cercato di sciogliere questo dilemma in vari modi: alcuni affermano che nei cambiamenti della materia (cioè le reazioni chimiche) loro vedevano riflessi i cambiamenti che avvenivano nella loro psiche, il cangiare delle loro emozioni, sensazioni, pensieri (vedremo poi che questi sono alla base della pratica alchemica). Questo “riflesso” li suggestionava a tal punto che ne facevano una questione vitale che molti intraprendevano per tutta la vita anche a costo della rovina: mettersi alla ricerca della pietra filosofale, cioè dell’ermafrodito, del mercurio, dell’acqua viva, del figlio del re, dell’oro, della rubedo, del cristo, della rinascita, dell’homunculus (a me piace chiamarla redenzione), era diventata la loro missione ultima (quelli che ho citato sono tutti sinonimi di uno stesso Johann Daniel Mylius - Philosophia reformata - 1622 - La quintessence unique de la Pierre Philosophaleconcetto che nel corso dei secoli e delle tradizioni diffuse in tutte le civiltà classiche e antiche hanno assunto nomi diversi perchè come potete capire le religioni, le filosofie, le culture cambiano e si mescolano). Se leggerete testi alchemici, troverete quindi simboli che vanno dall’acqua, fuoco, terra, aria dei filosofi greci ai simboli mitraici,passando per croci, cristi, balene, miti solari.Il vocabolario simbolico alchemico è sconfinato. La tradizione ermetica ha subito influssi in ogni contesto in cui si è venuta a trovare ed è sopravvissuta all’incedere del tempo proprio grazie all’ uso di simboli che non smetteranno mai di “colpire”. La Cabala, lo Yoga sebbene diversi per simbologia possono ritenersi, concettualmente, parenti stretti dell’alchimia.

E’ realistica la ricerca di questo Graal? Perchè no. E’ qualcosa di caduco e viscido, che sfugge di mano a chi lo ha appena trovato ma che può essere riacchiappato sempre-ovunque. Da chi e in che modo? Tutti possono trovare la pietra filosofale ma ognuno lo fa con il suo “modus operandi” che è estremamente personale data la natura soggettiva delle sostanze che si manipolano.
Non c’è miglior metafora delle lyrics di Third Eye dei Tool per descrivere il processo:
“On my back and tumbling
Down that hole and back again
Rising up
And wiping the webs and the dew from my withered eye.
In, out, in.., out, in, out
……
Why are you running away?”

In giro ci sono migliaia di libri scritti in italiano da italiani sull’argomento. La bibliografia è sterminata e ne ho letti pochissimi, quindi anch’io sono soltanto un novizio.
Di libri che analizzano storicamente il fenomeno c’è ne sono un’infinità. Uno vale l’altro.
Mentre per i libri “pratici”, fondamentali a mio avviso sono:

- Introduzione alla magia – Gruppo di UR ___Edizioni Mediterranee Roma (3 Volumi) (consiglio di leggere prima un pò di capitoli da questi 3 volumi e poi evola)
- La tradizione ermetica – Julius Evola (lo so, è un libro praticamente incomprensibile almeno per me)

Quest’ultimo può essere considerato una review della simbologia alchemica. Evola spulcia tutti i più grandi libri della tradizione e cerca di ricavarne il succo.

Una parentesi su Evola, personaggio interessante: costui ha scritto anche molta altra roba su temi politici,culturali dell’epoca che non mi interessano minimamente e che non intaccano la sua conoscenza alchemica (rimane forse il più grande esponente italiano del ’900).

“La natura gode della natura, la natura vince la natura, la natura domina la natura”

CAP.2___Se le testimonianze delle esperienze alchimistiche sono ancora oggetto di studio, la pratica in sè non troverà mai un’ elucidazione univoca. Infatti non esistono regole, leggi o tecniche precise, comunemente accettate, che uno può utilizzare per ottenere quel particolare risultato. Questo lo avevano capito gli alchimisti e sebbene ci siano temi ricorrenti nelle opere, ogni autore utilizzava un simbolismo personale frutto della sua immaginazione, del suo background culturale e cosi vià. Quindi a prima vista trovare un filo logico tra le opere alchemiche è ardua impresa. L’esperienza alchemica, come ho già detto, è qualcosa di totalmente soggettivo che assume infinite sfumature.
E’ noto che l’alchimista era un manipolatore di “sostanze”. Di cosa si tratta in realtà? Lui manipolava sostanze grezze come lo zolfo, l’acqua, il fuoco, la terra, il ferro che non erano solo materiali concreti ma che avevano anche un riscontro nella psiche dell’operatore. Com’è possibile questo? L’uomo “classico” cioè antecedente all’era moderna scentifica era molto più suggestionabile. Anche il più colto e saggio di tutti come il Leonardo da Vinci di turno (quindi uomo di razionalità) era ben aperto a certe percezioni ed esperienze. L’uomo in queste esperienze è al centro dell’universo. Questa, a prima vista, può sembrare una cavolata bella e buona dato che la scienza ha dimostrato il contrario, bene. La centralità dell’uomo infatti non è da intendere letteralmente. La centralità di chi opera sta nel : assumere un ruolo di controllo sull’esperienza cosciente. Al centro della personalità c’è la volontà, essa quindi è la forza centrale che bisogna utilizzare per manipolare le sostanze al fine di raggiungere il risultato voluto. L’uomo alchemico si sentiva parte integrante dell’universo che lo circondava, concetto molto caro agll’astrologia (la cosiddetta specularità tra microcosmo e macrocosmo), ed ogni fenomeno oggettivo aveva effetti sullo stesso indagatore oppure era lui in persona che era disposto a farsi suggestionare attivamente, sempre però nell’ambito di un opera esclusivamente dettata da lui stesso. Gli alchimisti hanno usato spesso espressioni del tipo : “l’uomo è Dio di se stesso”
(esiste anche un celeberrimo booklet, che alcuni lettori ricorderanno, in cui è impresso qualcosa che gli somiglia vagamente )

Torniamo alle “sostanze”. Quelle reali avevano corrispondenza con quelle sottili e per sottili intendo non solo il prodotto dell’immaginazione ma tutto ciò che rende la nostra esperienza “reale” : percezioni, sensazioni, emozioni, pensieri (l’immaginazione come ogni funzione superiore della nostra personalità è importante anch’essa nel processo ma non è l’unica)
Proprio gli elementi che caratterizzano il nostro “essere coscienti” sono la materia prima della Grande Opera. In ogni istante nella nostra sfera cosciente emergono contenuti di varia natura, che possono essere gradevoli, sgradevoli, indesiderati, eccessivi. Il punto focale dell’alchimia è: associare a questi contenuti delle qualità (cosa raggiungibile se si iniziano a “percepire” le corrispondenze tra le cose) e tentare di modificare quei contenuti. La persona coinvolta deve sentire il bisogno e lo stimolo; qui si ha a che fare con stati emotivi. Giocare al piccolo chimico è divertente ma anche pericoloso. L’alchimia è un’arma a doppio taglio, bisogna essere coscienti di ciò che si sta maneggiando ed essere rapidi e pronti a fare il passo giusto successivo. Essa ti può portare sulle vette come anche nei baratri e sta all’operatore ricordare che solo lui ha in mano gli strumenti per rivoltare qualunque condizione.

“il simile scoglie il simile”.

Il piombo grezzo è il simbolo per eccellenza della materia prima cioè delle sostanze non ancora manipolate. Ma in altri testi il piombo starà ad indicare la prima fase del processo alchemico, in altri ancora “la discesa”, in altri la Nigredo, oppure la melancolia. Piombo è anche Saturno che è simbolo della mortalità ma anche della fertilità. Come possono coesistere concetti così distanti? Uno è necessario per l’altro, semplice. Questo mette in luce un problema fondamentale. Le parole e ciò che rappresentano i simboli alchemici non sono mai da prendere alla lettera. Essi esprimono qualitativamente idee e concetti e ne mettono in luce la ricchezza. Le allegorie dominano la letteratura alchemica ma il simbolo è ancora più importante. Esempio: il fuoco può indicare calore, energia, esso è caldo, la fiamma è il risultato della combustione che ha potere “distruttivo”. Esso è simbolo vicino al sole, quindi che sta in alto, stare in alto vuol dire “volare”, essere “leggero”. Il fuoco è voltatile. Avete mai provato ad acchiappare il fuoco con le mani? Esso è allora anche trasparenti, impercettibile al tatto.
Il fuoco può indicare “stabilità” (la fiamma può ardere per ore), essa arde dal basso verso l’alto (dipendenza del fuoco dal simbolo “terra”)
Lo stesso paradigma si applica ad ogni termine alchemico. Capite come anche il termine “acqua” può assumere molteplici significati in contesti diversi, e cosi via per ogni simbolo.

I libri che ho consigliato prima scendono nella pratica. Se siete interessati all’argomento, quei libri forniscono una buona guida iniziale all’esperienza “sottile”.
Si preparino alambicchi e fornaci…….naa ciò che serve in realtà è solamente “se stessi” come materia prima e, aggiungo, inclinazione a farsi “trasformare”.