A Place to Bury Strangers @ Locomotiv Club (BO)

Ad esser franchi il vero concerto per me è iniziato durante l’esibizione della band di apertura, i belgi Rape Blossoms. Da dietro le quinte fa capolino un personaggio dai capelli castani, con tanto di ciuffo ondulato a coprire l’attaccatura alta sulla fronte. Mi passa davanti, e con disinvoltura si sistema davanti il palco a braccia conserte, godendosi la performance. Nessuno attorno l’ha riconosciuto, tranne me. Appena accenna a ritornare dietro lo fermo porgendogli un’amichevole stretta di mano:

-Hey Oliver, good luck for the show!-

-Aaalriiiight, man!- mi fa, felicemente sorpreso. Forse avrò convinto Ackermann a far esibire la band un po’ più spesso in Italia, chissà…

Lo show inizia subito a mille all’ora. Fra i primissimi pezzi sbucano i due singoli estratti dall’ultimo album, “We’ve Come So Far” e “Straight”. Generale giubilo per i fan già scatenati. Ackermann trasmette un’energia paurosa dal palco. Apparentemente calmo nelle parti cantate, durante la giungla dei feedback delle parti strumentali perde letteralmente il controllo…e la chitarra. Ormai completamente ammaccata, la struscia, la batte, la violenta, le tira le corde, la lascia cadere, la riprende da terra con un balzo e ricomincia. Da denuncia penale per maltrattamenti. A mio rischio e pericolo comprendo cosa significhi l’espressione wall of sound, da cui vengo travolto senza l’opportunità di far prendere fiato all’udito. Ad un tratto il fumo. Non bastavano le strane immagini della coreografia che schizzavano schizzofreniche e colorate dietro Gonzales. Adesso il palco non si vede più. Un neon dalla luce bianca, nascosto nella coltre, ci abbaglia a intermittenza molto ravvicinata, nonché molto amplificata dalla nube stessa. Molti non ce la fanno e distolgono lo sguardo (me incluso). In questa atmosfera il nostro trio teoricamente fa partire “You Are The One”. Dico teoricamente perché l’effetto che vediamo è paragonabile a un’auto con i fari difettosi che attraversa a tutta velocità un banco di nebbia fitta. Un po’ la metafora dell’ascolto di un loro album quindi. A metà di “Fill The Void”, si ricomincia a scorgere la band che sta effettivamente suonando. Durante “Supermaster”, ormai il pubblico ha perso qualsiasi freno. Il pogo è diventato insedabile. Individui montano sul palco senza che la band batta ciglio, e dopodiché si buttano sulla folla, crowdsurfando allegramente in posti lontani. I pezzi successivi sono allungati a dismisura; il rumore raggiunge vette così invadenti che sembra di prestare l’orecchio al decollo di un jet della Nasa. La distorsione delle chitarre e della voce non mi fa più capire in che mondo sono e se sono ancora vivo. “I Will Die” è la fine, ma apparentemente non la mia per stasera. Sul palco rimane solo Ackermann che gioca con la chitarra. Finalmente l’aria si fa meno densa. Dietro di noi, all’inizio della pista iniziano a propagarsi luci stroboscopiche di vari colori. Per 2-3 minuti buoni non sappiamo cosa stia succedendo. La folla si sposta verso le luci che rivelano un piccolo spazio con dei sintetizzatori e dei mixer. Non riesco a vedere bene, ma pare che Gonzales sia già lì che si sta dilettando con le suddette diavolerie. Una melodia si inizia a percepire. Finalmente Ackermann decide di abbandonare il palco e, facendosi spazio fra la gente, raggiunge il suo collega. Da un’atmosfera intima e più rarefatta viene esalata “Now It’s Over”, che conclude la performance. Ovazione plebiscitaria per gli A Place To Bury Strangers.

A fine concerto mi mancano all’appello i titoli di 3-4 canzoni, un po’ perché essendo un fan post-Worship non conosco i pezzi dei primi lavori, un po’ perché forse il volume della voce è stato troppo sottovalutato nel mixaggio, rispetto all’ondata di rumore scaturita dagli strumenti. A parte questo difettuccio acustico, show devastante che mi ha euforicamente asfaltato anima e udito. Live sconsigliato per i fan contemplativi dei Sigur Ròs e per gli epilettici.