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Qualche settimana fa, a una cena di lavoro neanche così sfiziosa, ho scoperto di non essere seduto a fianco di un’enotecara con la passione della scrittura e di un filosofo prestato alle pubbliche relazioni dell’azienda vitivinicola di una potente famiglia di Roma, altrimenti impegnata in ben altri e più redditizi settori. A me non era capitata vera “gente del vino”, ma due ultraquarantenni che un tempo erano stati come me, e che appena c’è stata l’occasione di intendersi, complice un pezzo dei Pavement suonato a basso volume dai diffusori del ristorante e che tutti e tre abbiamo riconosciuto, mi hanno mostrato i tag “rock”, “cinema d’autore”, “saggistica” di riferimento, altrimenti invisibili agli altri commensali. Mentre dagli altri angoli del tavolo giungevano annotazioni importanti sulle cotture e sugli abbinamenti coi vini, ho fatto amicizia con due che potrei diventare io. Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi, a dimenticare chi siamo quando non c’è più tempo per giocare, se non nei momenti come questo, in cui ufficialmente stai lavorando, ma in realtà riesci a ricordarti di te stesso.

E come si diventa se passano gli anni da quando hai messo in mute le tue passioni, in attesa di ritrovare l’occasione per tirarle fuori? Si atrofizzano i padiglioni auricolari, decresce il grado di attenzione per ciò che non riguarda strettamente il lavoro, si dimenticano i versi delle canzoni e le citazioni degli autori preferiti che si conoscevano a memoria, a poco a poco, per fare spazio a numeri, promemoria, attività da completare entro i termini scanditi dal calendario di Google, ad altri problemi ben più reali dei complessi esistenziali di poeti e idoli del rock. Anzi, alcune cose che all’epoca prendevi seriamente, adesso quasi ti infastidiscono quanto ludiche e spensierate ti sembrano, certo non allineate ai tuoi mille pensieri.
Oppure riesci a giocare il tuo ruolo, quello che questa volta ti è capitato, e fingi alla grande, sapendoti districare nelle situazioni con l’autoironia di chi poi deve riportare quanto è accaduto a Umberto Eco o a David Foster Wallace, e sapendo convivere nella compressione delle passioni, fino al momento in cui, appunto, ti capita di incontrare qualcuno che vuoi credere che sia come te.

Tutto questo analizzare per tornare a quella cena al ristorante, in cui, lasciandoci andare a poco a poco, abbiamo iniziato un confronto sulla musica rock degli anni Novanta, sui negozi di dischi superstiti, sulle serate universitarie nei club ormai chiusi – tutti – del centro di Perugia, e su quel che c’è di realmente buono sulla piazza, per chi si affaccia alla musica oggi. E allora via ai confronti coi gloriosi anni del noise e post rock, con base di riferimento Daydream Nation (ma anche Evol e Sister), Repeater (ma anche Red Medicine) e i soliti Slint, cercando il meglio tra le formazioni dei nostri tempi, che non ci sono, o sono un’altra cosa. Loro schierati dalla parte dei loro anni, io a mezza via, tra il rispetto sconfinato per gente che la vita l’ha cambiata anche a me, e il tentativo di convincerli che Sufjan Stevens, Animal Collective, Burial, ISIS e Joanna Newsom valgono tanto quanto, e non temono confronti. Li conoscevano tutti, almeno per sentito dire, ma comunque non approvavano a prescindere. E allora, senza nemmeno pesarla troppo, l’ho buttata là: “non pensate che Aphex Twin sia il moderno insuperato e insuperabile: il nostro Oneohtrix Point Never l’ha raggiunto da tempo”. E poi… Silenzio… Chi da quell’incubo nero li ha destati è stato il cameriere Rolando, che ha posto a ciascuno in tavola la patata croccante con ripieno di provola affumicata e tartufo nero di Norcia che c’è da dirlo, col bianco Kaplja di Podversic ci stava da dio. Quello che non digerivano, semmai, era il sacrilegio che avevo appena professato. Il mito alieno di Richard D. James non si può mettere a parametro con nessuno, nemmeno con gli Autechre, figuriamoci. Da quel momento sono sembrato solo un povero esaltato, e la discussione è tornata nei confini predesignati. Si è parlato di cibo e vino, si sono fatti i complimenti al cuciniere, si è pagato il conto e si è tornati al calduccio di casa.

Ora che ci ripenso e riascolto musica come “Betrayed in the Octagon” o “Ships Without Meaning”, per non citare tracce più recenti dai più noti (capo)lavori del buon Lopatin, sono sempre più convinto di aver fatto bene a spararla. Se e come i miei nuovi amici arriveranno alla mia stessa conclusione non lo so, perché non comprano più CD e non leggono più di musica come un tempo, quando erano abbonati al Mucchio l’uno e a Blow Up l’altra. Ma forse, se gli capiterà di ricordarsi l’ostrogoto nome dell’artista, quando qualcun altro lo pronuncerà, ricorderanno di essere stati ascoltatori attenti, e proveranno ad approfondire i suoi dischi. Non so se fra qualche anno potrò non andare in escandescenze se qualcuno mi dirà che i Tool di Lateralus o i Radiohead di OK Computer e Kid A sono stati pareggiati, ma di certo, per come sono fatto, una chance al termine di paragone la vorrò dare. D’altronde se uno che sembra saperne osa simili paragoni… E chissà, magari potrei scoprire così il nuovo Oneohtrix Point Never. Semmai, credo, sarà per forza di cose un vero alieno, perché come fai ad andare oltre a Lopatin? E se si chiamerà Ezra, i conti mi torneranno di sicuro.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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