Oneohtrix Point Never – Age Of

Oneohtrix Point Never – Age Of

Trovarsi anche solo a raccontare (spiegare sarebbe troppo) un’uscita di OPN è un compito che mi fa vacillare e a cui personalmente mi approccio con cautela e dovuto rispetto. Cautela perché il rischio di banalizzare o male interpretare il prodotto di uno degli artisti che piazzo tra più importanti dell’elettronica contemporanea, o quanto meno tra i miei personalissimi preferiti, resta grande, e rispetto perché davanti al genio di chi ha prodotto i dischi che ha prodotto lui, bisogna togliersi quanto meno il cappello e fare uno sforzo in più per cercare di afferrare meglio il messaggio.

A questo giro quindi non mi sbilancerò con quei giochetti di catalogazione e classificazione che ci piacciono tanto, perché la verità è che un disco come questo richiede del tempo per essere assimilato, sicuramente più di quello che ci separa ora dalla data di uscita, allo stesso modo in cui il precedente iperdenso Garden Of Delete ne ha richiesto. Nell’ipotetica fase 2 della produzione deò talento russo-americano, che farei simbolicamente iniziare proprio con l’LP di 2 anni fa, ho notato l’emergere di un Daniel Lopatin più storyteller che paesaggista (se mi passate il concetto): padrone totale del mezzo internet ( ricordiamo quell’ARG intorno al progetto Kaoss Edge) oltre che dei propri strumenti da scienziato pazzo musicale, e che con le giuste risorse economiche e di visibilità ha alzato decisamente il tiro per quanto concerne l’intermedialità della propria proposta. Age Of infatti è un tripudio di codici, citazioni e simboli da decifrare e collegare, raccogliendo gli indizi disseminati tra canzoni, il live show Myriad attualmente in scena, lo stupendo booklet allegato al disco e vari post sui social (qualche ardito suggerisce anche di andare ad ascoltare le prossime uscite di James Ferraro per capirne di più). Tra i riferimenti espliciti figurano una citazione all’ormai celebre CCRU di Nick Land, la reinterpretazione di una pseudo-teoria sui cicli ricorrenti della storia, oltre che una manciata di rimandi alla cultura popolare, che frantumati e ricostruiti paiono raccontare della caduta e della rinascita delle civiltà, di alieni e dell’olocausto nucleare!

Ha senso quindi che per documentare questa visione sci-fi apocalittica, il compositore non solo abbia scelto di cantare egli stesso un paio di brani sotto minimi distorsioni, ma che si sia anche circondato di un discreto numero di tanto abili quanto versatili musicisti. Perché la versatilità è un altro dei pregi di OPN, che da grande artista quale è, riesce abilmente a giostrare tra registri alti e bassi (per così dire), nonché stili e linguaggi dai più pop ai più esoterici, riuscendo quasi sempre a ricavarne soluzioni inaspettate. Comprensibili e lodevoli quindi le scelte fatte: C’è Anohni che grazie a quell’incredibile voce vanta nel suo curriculum collaborazioni con i Current 93 e allo stesso tempo ospitate a San Remo; c’è Prurient, campione storico dell’harsh noise e dell’industrial techno che presta i propri ruggiti in brevi frangenti dell’album, e c’è James Blake, wonder boy dei giorni nostri che riesce a trasmettere emozioni sia prodigandosi in complesse manipolazioni digitali, sia cantando davanti al solo pianoforte.

Date le premesse tematiche ed il roster di collaboratori, il risultato musicale come prevedibile risulta multiforme, straniante e in qualche modo libero da riferimenti temporali precisi; le autocitazioni sono numerose e a tratti sembra di sentire un riassunto di tutto il corpus di OPN, dai synth anni 70-80 della primissima trilogia di lavori, ai tasti celestiali di R+7, passando per le micro-sfuriate del precedente GoD e i loop spettrali di Replica. Una ritrovata vena art-pop va ad aggiungersi nel calderone del compositore, riscontrabile anche nel pezzo più easy listening del lotto, “Black Snow”, una ballad che suona aliena e simultaneamente familiare, ben fondata su stratificazioni sonore essenziali ed il cantato tutto sommato passabile di Lopatin, trainato dai vocalizzi melanconici di Anohni. Altri esperimenti ben riusciti: “Same” che sembra raccontare dell’acquisizione dell’autocoscienza di un IA fuori controllo (ancora una volta) grazie al cantato moltiplicato di Anohni in versione Tears For Fears, o all’opposto“The Station”, col suo giro di chitarra pare addirittura sarebbe dovuta essere destinata ad Usher! Molto graditi anche gli inserti di clavicembalo che spuntano qua e la, che contribuisco a questa sensazione di atemporalità della narrazione.

Ovviamente un disco così ricco di idee ed intenti potrà risultare a qualcuno disorganico, e in parte Age Of innegabilmente lo è: vanno menzionati alcuni momenti non particolarmente interessanti o riusciti, tipo “Babylon” e la sua performance vocale sciapa, “Manifold” i cui synth sono stati già ampiamente sviscerati in passato o “Last Known Images of a Song”, che approfondisce un discorso già fatto da Reznor negli strumentali di Fragile. Al netto di un ritmo a tratti altalenante, bollare questa uscita come non interessante o appena sopra la sufficienza sarebbe ingiusto. Il tempo ci suggerirà meglio come collocare questo nuovo capitolo nella discografia, che senza dubbio non finirà basso nelle classifiche di fine anno, ma che potrebbe incontrare qualche difficoltà a difendersi dalla spietata concorrenza dei suoi precedenti dischi, che hanno settato lo standard ad un livello altissimo, e chissà se non irraggiungibile. In ogni caso, tocca ricordare come anche un Oneohtrix Point Never minore, dia le piste a tanti altri concorrenti nel suo genere tutt’ora, e mi viene difficile citare altri musicisti che ad oggi riescano ad entusiasmarmi e ad incuriosirmi con le loro nuove uscite come riesce lui.

“The media cyborg lives thanks to the media. In the age of cyber-medialism with its emphasis on simulation the hi-tech media become the condition for survival”. Dicono di me (?): “His mind is in a perpetual St. Vitus dance – eternal activity without action – “

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