Okkervil River – In the Rainbow Rain

Okkervil River – In the Rainbow Rain

Continuiamo a documentarvi sugli Okkervil River perché al talento di Will Sheff siamo affezionati da ormai quindici anni, quando ai tempi d’oro delle comunità online della piattaforma ForumFree, scoprimmo quel Down the River of Golden Dreams (settembre 2003) che ancora oggi riteniamo essere tra i migliori esempi di folk rock moderno. Da allora il suo talento ha brillato ad uscite alterne, senza mai compromettersi e anzi, imbarcandosi a volte in progetti fin troppo ambiziosi per le sue risorse. Non è uno che si è arricchito con la musica Sheff. Non ha hit, neanche minori, che continuano a girare nelle programmazioni delle radio americane, non ha avuto, a nostra conoscenza, contratti pubblicitari, non è mai stato in cima ai tabelloni di alcun festival estivo, non ha mai firmato per una major. Quando è uscito dalla Jagjaguwar, è finito con l’ancor più minuscola ATO Records. Se ancora è in giro, è probabilmente perché ha montato e smontato il palco tantissime volte, in strada, spesso in quelli che per altri artisti sono solo fly-over States. 

Non ci è piaciuto il suo lavoro precedente, Away, in cui sembrava che il nostro dovesse a tutti i costi recitare la parte del narratore che dispensa storie di vita vissuta in provincia, dimenticando le sue capacità di songwriter e di arrangiatore, e in cui sembrava voler rispondere ai pallosi sermoni di Father John Misty. Quindi, quando una delle agenzie che ci fornisce i promo delle nuove uscite ci ha segnalato l’uscita del suo nuovo album intitolato In The Rainbow Rain, la curiosità era al minimo storico. Il timore che Sheff avesse ormai perso l’ispirazione che reggeva ancora bene la poetica nostalgica di The Silver Gymnasium e l’apatia generale che nel tempo ti convince che il meglio c’è già stato e non può più essere superato, quasi ci portavano a tralasciarne l’ascolto.

In the Rainbow Rain non raggiunge i vertici della discografia degli Okkervil River, né vi si avvicina, ma ci fa ritrovare una band che è di nuovo una band, e che dunque suona con unità di intenti nei dieci nuovi brani. Certamente grazie all’unicità della voce di Will, ma anche per via del ritrovato affiatamento tra gli strumentisti che non sono più solo turnisti che si aggirano per lo studio di registrazione, il sound è di nuovo a fuoco e ben amalgamato. Fateci caso: se queste nuove tracce fossero suonate dal solo Sheff con una chitarra acustica, il risultato sarebbe stato molto diverso, probabilmente ancora triste e desolato. Con gli arrangiamenti che hanno, invece, le cose cambiano.

Salvo quando i ragazzi si dedicano ad umori prossimi al blues o a un’ebbrézza controllata di vago riferimento Seventies (il finale “Human Being Song”, ma anche “Shelter Song”), il nuovo disco appare luminoso, ricco di speranza e in un certo senso coraggioso nel suo mescolare il folk e appunto il blues – stili che di base riguardano la sfera dell’introspezione e della riflessione – con i cori gospel e soprattutto con un marcato sentimento heartland, che tanto sta tornando in voga con The War on Drugs e Brian Fallon. Ma gli Okkervil River conoscono quegli anni Ottanta seriamente, e non si limitano a scimmiottare Springsteen o ad estrapolare un concetto sonoro e a riproporlo ad libitum per sette, otto minuti a canzone. In the Rainbow Rain è carico di sentimenti veri, di ricerca sonora, di vibe specifici che vengono espressi nei dettagli dei sintetizzatori, negli accenti della batteria, negli effetti delle chitarre e nei filtri delle tastiere. Ogni suono è un ricordo, e in un certo sinestetico. Ci sono arrangiamenti sensazionali in questo disco: prendete “Love Somebody”, e avrete in quattro minuti tutto un perfetto concentrato di quanto si sta provando a raccontare. E se volete scuotervi un pochino, ecco “Pulled Up by the Ribbon”, un pezzo che dovrebbe insegnare più di qualcosa ad aspiranti Boss di nuova generazione. “The Dream and the Light”, invece, indugia ancora nello stile di quello che è il pezzo simbolo del nuovo corso degli Okkervil River, ovvero “Down Down the Deep River”, da The Silver Gymnasium

Stando al comunicato stampa, ritrovata la pace all’interno della band durante il tour di Away, Sheff deve molto della ritrovata ispirazione agli incontri settimanali organizzati dalla comunità quacchera che ha frequentato. Il mood gioioso, la coralità e la gratitudine che traspaiono dalla performance più che dal songwriting, sarebbero venuti fuori dalla ritrovata spiritualità del nostro. Ne sono risultate dieci canzoni secolari che fondono tutte queste attitudini, e ci fanno ritrovare un gruppo che ormai davamo ben avviato sul viale del tramonto. Bentornati Okkervil River.

 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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