Okkervil River – Away

Okkervil River – Away

okkervil river discographyStavo pranzando sotto l’ombrellone di un ristorantino finto-tradizionale su un lato di Kongens Nytorv, l’insenatura più celebre del centro di Copenhagen, quando a pochi passi me, al bordo del canale, si accomoda un tipaccio sicuramente americano con la sua chitarra. “Ecco è arrivato il rompicoglioni che rovina l’atmosfera”, diceva lo sguardo che ho scambiato con il cameriere. Si stava benissimo, nonostante il vociare dei passanti in una zona così turistica, in una bella giornata di sole di fine maggio. Osservo quell’acustica di legno, e stupito riconosco il marchio della Martin Guitars, proprio mentre il freak ne dispone la custodia a mo’ di raccoglitore di offerte, spargendovi all’interno monete, banconote e cartoline. Uno due tre, e inizia ad arpeggiare l’intro di Black Sheep Boy (prima di lanciarsi in una grandiosa versione di “I’m On Fire” di Bruce Springsteen). Ero pronto a chiedere il conto, ma sono rimasto lì altri venti minuti, rischiando di arrivare tardi all’appuntamento che avevo, tanto ero magnificato da quella sorpresa.

Gli Okkervil River sono stati una delle band che ho più ammirato nello scorso decennio. Li ho scoperti nel 2003 nel forum dei Pearl Jam quando un utente usava come avatar la copertina di Down the River of Golden Dreams, ovvero il loro album che ancora oggi reputo il migliore. Affascinato dai contenuti e dagli artwork, oltre che dalla forma sonora, ho seguito il percorso di Will Sheff e compagni – Shearwater inclusi quindi – nella buona e nella cattiva sorte, cercando di introdurli a quanti mi capitavano attorno, quando si parlava di storie indie e folk americane. 

Quando alcune settimane or sono ci è stato passato il promo link di Away, il nuovo capitolo della saga in uscita il 9 settembre per la ATO, l’emozione non è stata quella di una volta, ma dei trenta dischi che ci danno da ascoltare ogni settimana, questo era l’unico per il quale ho sentito una lieve accelerazione del battito cardiaco. Ho dovuto attendere la sera, tornato dall’ufficio, per indossare le cuffie e isolarmi al suono delle nuove canzoni, e rimanere dal principio disincantato: nove pezzi, di cui ben quattro sopra i 7 minuti di durata, altri due sopra ben oltre i 6 minuti, e nessuno che ti desta sin dal primo impatto. Nessuna voglia di arrivare in fondo per riascoltare un brano in particolare. Le coordinate di suono restano le solite, ma è evidente che la narrazione ha preso il sopravvento sul formato-canzone.

D’altronde l’ambizione di Sheff è sempre andata oltre il tradizionalismo e la conservazione del suono folk americano. Per mettere una propria impronta ed esplorare tematiche e stili ben distanti dal convenzionale, l’immaginario dei suoi dischi, supportato dagli splendidi artwork di William Schaff, ha raccontato di una provincia nord-americana a bassa densità demografica, eppure viva, intensa e fantasiosa – se non anche letteralmente fantastica – come fosse una metropoli. In questo senso, il climax del percorso discografico degli Okkervil River è arrivato con The Silver Gymnasium (2013), un album che che è andato in profondità su tutti i fronti (ricorderete il videogioco arcade che lo ha accompagnato, e la mappa interattiva del paesino del New Hampshire dove era ambientato: due figate!), rilanciando la vicenda dopo un passo obiettivamente falso quale è stato I Am Very Far (2011), troppo involuto e malamente truccato per essere credibile, per essere vero.

Gli Okkervil River sono anche stati più avventurieri di gente come The Mountain Goats o The Decemberists, ma giunti a questo punto della storia, forse per egoismo o per pigrizia, quello che vuoi è un album à la Okkervil River, proprio come The Silver Gymnasium e i sentimenti che questo portava nel borsello a tracolla. Ciò che non vuoi è doverti predisporre per abbracciare una nuova formula, perché ormai gli Okkervil River devono darti certezze, perché vuoi “Stay Young”, e perché David Bowie è morto.

E allora Away è un album sbagliato sin dalla sua genesi, a prescindere dalle motivazioni e delle modalità di registrazione (tra parentesi Will avrebbe dichiarato di aver registrato tutto in soli tre giorni più altri tre di sovraincisioni e mixaggio, e a noi, visti gli arrangiamenti e i numerosi strumenti occorsi, pare ’na strunzata). Si va da un punto A verso un punto B senza alcuna possibile sorpresa, senza sussulto alcuno: quando senti che l’esplosione è vicina, quando la misura è colma… termina la carica e non succede più niente. Per la serie: “After years of waiting, nothing came”, oppure anche “Anything can happen in life, especially nothing”. Il singolo “The Industry” pare buttato in mezzo a scaletta ultimata per fare da specchietto per le allodole e rassicurare quelli come noi che hanno aspettative precise. Il resto è una narrazione al rallenty che nonostante la riconoscibilità dell’artista, lascia piuttosto indifferenti. Gli espedienti sonori sono sempre quelli, ma poi, una volta trovata la prima idea-ambientazione per una canzone, si prosegue con quel refrain fino alla fine. 

Si potrà parlare di ambient folk narrativo, di confessional free form folk, di adult indie folk… ma il risultato è meno coinvolgente del desiderato. Arrivato all’ottavo disco in studio e persi per strada tutti i collaboratori storici, a meno che la critica prima che il pubblico indie si spelli le mani per applaudire questo Away, di fronte a Will Sheff appariranno dubbi amletici da risolvere circa il futuro degli Okkervil River. In ogni caso, sarà stato bello, amico Black Sheep Boy.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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